Religione fondata all'inizio del VII secolo d.C. da Maometto (in arabo Muhammad) e praticata oggi da circa un miliardo di fedeli.
La
religione islamica è diffusa in larghissima maggioranza non solo in tutti i
paesi del Medio Oriente, a eccezione di Israele, ma anche in Africa centro
settentrionale (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Mauritania, Senegal,
Mali, Niger, Ciad, Sudan, Somalia), in Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan e
Asia centrale (Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan),
oltre che in Bangladesh, nelle Maldive, in Malesia e Indonesia. In India
costituisce una minoranza significativa; in Europa viene professata dal 70%
della popolazione dell'Albania e da oltre il 40% degli abitanti della
Bosnia-Erzegovina. In Italia, conta almeno 800.000 fedeli, per gran parte
immigrati dai paesi nordafricani e dal Senegal. Al fenomeno dell’immigrazione
si deve anche la massiccia presenza di seguaci dell’Islam in Belgio, Francia e
Germania.
Islam è parola araba che indica il concetto di sottomissione assoluta all'onnipotenza di Allah, il Dio unico e invisibile: l'Islam si caratterizza infatti come espressione di un monoteismo radicale, fin dalla formula fondamentale – "Non vi è altro Dio all'infuori di Allah, e Maometto è il profeta di Allah" – recitata nel segno dell'appartenenza alla comunità degli adoratori dell'unico Dio. Il seguace dell'Islam viene definito in italiano musulmano, termine coniato sulla base del persiano musliman, forma equivalente all'arabo muslimun, plurale di muslim; questa parola, che si ritrova anche nella lingua inglese, è utilizzata per indicare chi si considera sottomesso alla divinità unica e irraggiungibile nella sua dimensione trascendente. Tale concezione, rigorosamente monoteistica, viene considerata dalla stessa tradizione islamica in continuità con il credo dell'ebraismo e del cristianesimo, religioni che costituirebbero le tappe fondamentali della rivelazione divina. Quest'ultima culminerebbe nella predicazione di Maometto, il profeta per eccellenza e l'ultimo dei latori della rivelazione di Allah dopo Abramo (in arabo Ibrahim), Mosè (Musa) e lo stesso Gesù (Isa). A tal proposito occorre precisare che la tradizione musulmana, riferendosi a Gesù come al più venerabile fra i profeti vissuti prima di Maometto, considera esclusivamente la sua natura umana; Maometto stesso non si attribuì mai una natura sovrumana, presentandosi unicamente come il profeta al quale Allah avrebbe consegnato, per tramite dell'arcangelo Gabriele, la rivelazione divina destinata a essere custodita e venerata per sempre dai fedeli. La rivelazione è contenuta nel Corano, il libro sacro dettato da Dio all'umanità a completamento del messaggio parzialmente trasmesso sia dalle Scritture ebraiche sia dalle Scritture cristiane.
Affiancando a questa concezione teologica un corpus normativo che regola la condotta dei fedeli interamente sottomessi al volere divino, l'Islam ambisce a identificare l'intera società con la comunità dei fedeli di Allah. A differenza del cristianesimo, il mondo musulmano non ha mai conosciuto un'autorità suprema ritenuta depositaria della verità in materia di fede e di etica. In assenza di una figura paragonabile a quella del papa nel cattolicesimo, la tradizione islamica assegna all'intera comunità dei fedeli il compito di custodire i precetti della religione e della retta condotta e accoglie con molte riserve il ruolo di custodi autorevoli dell'ortodossia attribuito in epoca moderna ai dotti dell'Università Al-Azhar del Cairo fra i sunniti, e alla gerarchia dei mullah iraniani fra gli sciiti.
Vissuto nell'Arabia occidentale all'inizio del VII secolo d.C., Maometto predicò agli abitanti di quella terra, in maggioranza seguaci del politeismo, i dettami della nuova fede rivelatagli direttamente dall'unico Dio. Nonostante l'ostilità incontrata nella sua città natale, La Mecca, il profeta riuscì a dar vita, nella città oggi nota come Medina, a una comunità politico-religiosa che sarebbe riuscita, già prima del 632, anno della morte del fondatore, a imporre la propria autorità in tutta l'Arabia, nelle città come fra le tribù nomadi, elevando l'appartenenza all'Islam al ruolo di elemento di identificazione di una compagine politica unitaria.
L'istituzione
del califfato, mirante a garantire la legittima successione di Maometto alla
guida della nazione islamica, rappresentò l'ambito privilegiato per la
trasmissione delle rivelazioni divine comunicate oralmente dal profeta ai suoi
discepoli più fidati e registrate in forma scritta già all'epoca del terzo
califfo Othman (644-656) nelle 114 sure (capitoli) del Corano, accettate
dall'Islam come definitive e immutabili. I passi del libro sacro costituirono
ben presto il fondamento delle prescrizioni rituali ed etiche della comunità,
che tuttavia accostò alle parole e alle azioni del profeta anche alcune
pratiche non testimoniate dal Corano: questa tradizione parallela, detta in
arabo sunnah, rappresenta tuttora una fonte autorevole soprattutto per i sunniti,
che vi scorgono un complemento indispensabile alla rivelazione divina.
Il
saldo governo dei califfi e la fede comune permise i rapidi successi degli
eserciti arabi. Questi ultimi già prima del 650 sottomisero al dominio del
califfato di Medina, l'Egitto, la Siria, l'Iraq e le regioni occidentali della
Persia; intorno al 660, con il passaggio del potere alla dinastia degli Omayyadi,
prese avvio la seconda fase della diffusione dell'Islam, che penetrò nel
vastissimo territorio compreso fra il Marocco e l'Afghanistan, in Spagna e nelle
regioni dell'Asia centrale.

La
tradizione islamica, sottolineando il primato assoluto di Allah, gli attribuisce
le parole rivelate a Maometto e registrate nel Corano, le cui pagine altro non
sarebbero che copie di un archetipo celeste unico e immutabile. Dal canto suo,
la moderna ricerca storico-religiosa intende chiarire le origini del monoteismo
islamico considerando primariamente l'influenza esercitata in Arabia
dall'ebraismo e dal cristianesimo, in particolare nell'ambiente culturale del
profeta, al quale non erano ignote le Sacre Scritture degli ebrei e dei
cristiani, salutati con rispetto come "popoli del libro". Il Corano,
infatti, fa riferimento a Mosè come al tramite della rivelazione divina
contenuta nella Torah, mentre Gesù viene presentato come il custode di un
"vangelo" in una prospettiva tendente a identificare il fondatore del
cristianesimo con l'estensore di un libro dettato dalla divinità.
Annoverando
Gesù tra i profeti, analogamente ai personaggi considerati tali dall'Antico
Testamento, il Corano lo presenta come Masih, Messia, ma respinge come bestemmia
suprema l'attribuzione di una natura divina a Gesù, pur condividendo con i
Vangeli il racconto della sua nascita da una vergine e dei miracoli compiuti,
per poi divergere dalla tradizione cristiana in merito alla crocifissione: Gesù
sarebbe stato infatti direttamente innalzato al cielo da Dio senza conoscere
l'umiliazione del supplizio, patito in realtà da un uomo reso simile a lui agli
occhi dei suoi persecutori e degli stessi discepoli. Queste e altre asserzioni
del Corano possono essere connesse più o meno precisamente con i racconti dei
Vangeli apocrifi e con le dottrine delle differenti correnti ebraiche e
cristiane diffuse, o comunque conosciute in qualche modo, in Arabia all'epoca di
Maometto, ed è significativo che lo stesso Corano, presentando come fatto
riprovevole la divisione dei cristiani in sette contrapposte l'una all'altra,
abbia coscienza dei numerosi movimenti sviluppatisi in seno al cristianesimo dei
primi secoli e in gran parte condannati come eretici.
Fra
le creature di Allah il Corano contempla pure, accanto agli angeli, la folta
schiera dei jinn, gli antichi "spiritelli" che, venerati nel
paganesimo preislamico come divinità minori, sono stati adottati dall'Islam sia
come esseri benefici divenuti fedeli ad Allah sia come pericoloso esercito di
demoni, tra i quali Iblis è il minaccioso tentatore degli uomini. Per quanto
concerne l'escatologia, la tradizione islamica prevede il giudizio universale,
presentato nel Corano, assieme alla resurrezione, come momento culminante della
storia di questo mondo al termine di una serie di terrificanti cataclismi
naturali (sure 81,82,84); il paradiso – adn, nome arabo dell'Eden biblico –
precluso agli infedeli e ai malvagi, destinati al fuoco dell'inferno, viene
descritto (sura 52) come un giardino di delizie, dove i beati, riconosciuti tali
dopo che le loro buone azioni, pesate su una bilancia, si saranno rivelate più
consistenti di quelle cattive, potranno godere della felicità dei sensi
gustando cibi succulenti e allietandosi con la compagnia di incantevoli
fanciulle (vedi Huri).
La
tradizione che arricchì successivamente i dati del Corano offre invece la
suggestiva narrazione della fine del mondo preceduta dall'apparizione del
daggial, il falso profeta. Questa creatura malefica regnerà sulla terra per 40
giorni prima di essere sconfitta dal mahdi, figura escatologica capace di
inaugurare un'epoca di felicità e di giustizia che prelude al giudizio
universale.
La
professione di fede in Allah obbliga i seguaci dell'Islam all'osservanza di una
serie di norme etiche e legali che, regolamentando ogni aspetto della vita della
comunità, costituiscono un complesso e minuzioso codice giuridico concepito
come modello ideale per una società teocratica. Identificando infatti la società
civile con la comunità dei fedeli, la teologia islamica innalza il diritto,
fiqh ("saggezza"), al rango di scienza religiosa, che deve essere
coltivata dai dotti con la massima dedizione per garantire nel futuro la
conformità della condotta dei fedeli ai principi della legge, la shariah. Gli
esperti di giurisprudenza, detti mufti nella tradizione sunnita e mullah in
quella sciita, legiferano in relazione a ogni aspetto della vita civile e
religiosa: essi elaborano sia le norme del codice penale sia le prescrizioni del
diritto di famiglia, ponendo a fondamento delle loro decisioni non solo i dati
del Corano e della sunnah, come si trovano nelle raccolte dei detti e delle
azioni del profeta (vedi Hadith), ma anche l'orientamento concorde, ijma, di una
o più generazioni di uomini di legge in relazione a una determinata materia;
alle indicazioni di questi cultori del diritto devono attenersi i qadi, i
giudici chiamati a pronunciare le sentenze in merito ai singoli casi loro
sottoposti.
Il diritto di famiglia e la condizione della donna
Nell'ambito di competenza della shariah rientrano anche le norme del diritto matrimoniale. Le nozze per l'uomo possono avere anche carattere poligamico: alla libertà di sposare fino a quattro donne si associa l'obbligo di assicurare un identico tenore di vita a ciascuna delle consorti e ai rispettivi figli. Tale obbligo, soprattutto in epoca moderna, fa di questa pratica una possibilità limitata agli uomini più benestanti. Il divorzio, possibile per iniziativa del marito anche in assenza di particolari motivazioni, può essere ottenuto dalla donna solo per mezzo di una complessa procedura giuridica, sulla base dello stesso principio che consente il matrimonio fra un musulmano e una donna di diverso credo religioso, ma impedisce di dare in sposa una donna musulmana a un uomo non seguace dell'Islam. Per quanto concerne l'abbigliamento femminile, l'esortazione rivolta dal Corano alle donne affinché indossino un mantello che copra il loro corpo da capo a piedi non può essere posta a fondamento della prescrizione di nascondere anche il volto, introdotta dai califfi Abbasidi (750-1258) con la consuetudine di confinare le mogli nell'harem, ovvero "luogo interdetto" agli uomini, consentendo loro di comparire in pubblico soltanto con il volto coperto
Questo
orientamento non univoco della tradizione antica fa sì che le prescrizioni in
materia di abbigliamento femminile siano tuttora più o meno rigide nei diversi
paesi islamici, analogamente alle altre norme che regolano le attività delle
donne in campo sociale e professionale. Allo stesso modo, l'applicazione
letterale della shariah come espressione principale del diritto (taglio della
mano destra come pena per il furto o lapidazione per l'adulterio) è prerogativa
di paesi, quali l'Arabia Saudita e l'Iran, più inclini a una visione
integralista dell'Islam. Altrove, ad esempio in Egitto e in Siria, la pratica
islamica convive con un sistema legale parzialmente ispirato a modelli
occidentali, mentre la Turchia è dal 1928 uno stato ufficialmente laico, benché
non vi manchino movimenti religiosi di indirizzo più o meno integralista.
Se
questa pluralità di orientamenti costituisce indubbiamente un motivo di
tensione nel mondo islamico, la quasi totalità dei seguaci di questa religione
offre invece un'immagine di profonda unità per quanto concerne l'osservanza dei
doveri noti come Cinque pilastri dell'Islam: alla professione di fede, shahada,
nell'unico Dio, il musulmano deve infatti affiancare la preghiera quotidiana,
salat, nelle forme rituali previste, osservando poi il digiuno, sawm, durante il
mese di Ramadan, oltre a recarsi in pellegrinaggio, hagg, almeno una volta nella
vita alla città santa, La Mecca, e a versare una certa somma di denaro come
decima, zakat, a beneficio dei poveri e della comunità. Obblighi altrettanto
sentiti dai fedeli sono, oltre alla circoncisione maschile, l'astinenza dal
consumo di bevande alcoliche e di carne di maiale, e il rispetto delle norme
della macellazione rituale degli animali delle cui carni è lecito cibarsi.

La preghiera, certamente la pratica più suggestiva dell'Islam, riunisce per cinque volte al giorno (soltanto tre fra gli sciiti) l'intera comunità dei fedeli che, ovunque si trovino, interrompono all'ora stabilita qualsiasi attività per compiere i gesti di un preciso cerimoniale, rivolgendosi verso La Mecca su un tappeto, limite dello spazio sacro, a piedi scalzi e in stato di purità rituale dopo una serie di abluzioni. La preghiera quotidiana viene recitata in forma collettiva nella moschea, il luogo di culto dei musulmani, dove il venerdì, giorno festivo per l'Islam, si tiene a mezzogiorno il rito solenne. Oltre alla salat, guidata da un imam, viene recitata una sorta di omelia pronunciata dal pulpito da un khatib, figura che comunque non riveste, al pari dello stesso imam, alcuna funzione sacerdotale in nome del principio della pari dignità di tutti i fedeli di fronte ad Allah. Al muezzin, forma turca dell'arabo muadhdhin, è invece affidato l'incarico di annunciare dal minareto, la torre annessa alla moschea, l'ora della preghiera quotidiana e della funzione del venerdì.

Il luogo più sacro per i seguaci dell'Islam è certamente la città natale del profeta, La Mecca, dove, al centro del cortile della Grande moschea, la "moschea sacra" per eccellenza, si erge la Kaaba, una costruzione cubica, larga circa 10 metri e alta 15, verosimilmente utilizzata in epoca preislamica come santuario pagano dagli adoratori della celebre Pietra Nera, un meteorite di 30 centimetri di diametro che, incastonato in un angolo dell'edificio, è divenuto oggetto di venerazione anche per i musulmani. Considerando infatti la Pietra Nera come dono inviato dal cielo per confortare Adamo dopo la sua cacciata dal paradiso, la tradizione islamica vuole che la Kaaba, edificata da Abramo come luogo dove chiamare a raccolta tutti i popoli invitati a rendere culto all'unico Dio, fosse caduta nelle mani dei seguaci del politeismo e dell'idolatria, prima che Maometto la restituisse alla sua funzione originaria di luogo consacrato alla pratica del monoteismo.
Oltre a sottolineare la sacralità di Medina, dove si trova la tomba del profeta, il mondo islamico tributa da sempre grande venerazione alla città di Gerusalemme, il più antico fra i luoghi santi del monoteismo; qui Maometto, trasportatovi nottetempo dall'arcangelo Gabriele, avrebbe conosciuto l'esperienza miracolosa dell'ascensione ai sette cieli e dell'incontro con i massimi profeti, da Adamo a Gesù. Grande importanza assumono per gli sciiti, in relazione alle attività dei loro imam, numerose altre città, come Karbala in Iraq e Qom in Iran.

Facendo
decorrere il computo degli anni dall'Egira, il trasferimento di Maometto dalla
Mecca a Medina, il calendario islamico si articola su un ciclo lunare di 12 mesi
non connessi con il corso delle stagioni. Il nono mese è il Ramadan, il periodo
più sacro dell'anno durante il quale i fedeli osservano scrupolosamente
l'obbligo di digiunare, astenendosi anche dalle bevande e dai rapporti sessuali,
dall'alba al tramonto, per poi celebrare come momento di gioia, alla comparsa
della luna nuova, la festa più importante dell'anno, il primo giorno del mese
successivo a quello del digiuno. L'ultimo mese dell'anno, quello di Dzu 'l
Hijjah, offre invece lo spettacolo solenne del pellegrinaggio alla Mecca. Nella
prima metà del mese la città santa viene invasa da una folla sterminata di
fedeli che indossano una veste bianca. Terminate le purificazioni rituali essi
procedono verso il cuore della città, la Grande moschea, dove compiono sette
giri intorno alla Kaaba (il rito si chiama tawaf) e baciano la Pietra Nera,
recandosi poi, come ultima tappa di una corsa frenetica fra le colline, nel
piccolo villaggio di Mina. Esaurita in questo luogo la celebrazione di altri
riti, fra i quali una lapidazione simbolica del diavolo, il pellegrinaggio si
conclude, il decimo giorno del mese, con il sacrificio di animali secondo un
cerimoniale imitato nei tre giorni successivi, quelli appunto della "festa
del sacrificio" in tutto il mondo musulmano.

Esaminando lo sviluppo storico delle tendenze più significative tuttora presenti nell'Islam, è possibile far risalire ai primi decenni successivi alla morte di Maometto l'origine delle correnti fondamentali, i sunniti e gli sciiti, che sarebbero sorte, assieme ai kharigiti, fra il 656 e il 661, come fazioni politiche protagoniste di una dura lotta di potere, per poi acquisire nel corso dei secoli il carattere di comunità religiose distinte da indirizzi teologici peculiari.
Se l'Islam venne dominato sin dalle origini da una visione sostanzialmente legalistica dell'esperienza religiosa, emersero ben presto in seno alla comunità tendenze mistiche e il desiderio di intrattenere un rapporto diretto con il divino, caratteristica delle numerose scuole del sufismo. Ostacolati dai giuristi e dai califfi, i mistici musulmani furono spesso vittime della persecuzione, come nel caso di al Hallaj, giustiziato nel 922 a motivo della sua fede nell'unione mistica con Allah, che ai custodi dell'ortodossia suonava come una sfida alla dottrina tradizionale della trascendenza assoluta di Dio. Gli scritti di Al-Ghazali, che contribuì all'accettazione delle forme di culto del misticismo islamico, chiusero un'epoca di straordinaria fioritura culturale che, utilizzando le categorie del pensiero greco (particolarmente il neoplatonismo) come strumento per un'indagine più profonda dei contenuti spirituali del Corano, aveva prodotto i capolavori della filosofia islamica.
Per
quanto concerne invece l'epoca moderna, il rapporto con la cultura europea ha
certamente costituito il motivo di fondo del dibattito che ha interessato, già
dal XVIII secolo, l'intero mondo musulmano, determinando talvolta uno stato di
tensione a motivo dell'emergere, accanto alle posizioni decisamente
riformistiche, di atteggiamenti di chiusura totale di fronte a qualsiasi
influenza culturale estranea all'antica tradizione religiosa. Ai teorici di un
Islam per così dire "moderato" che sappia far convivere i suoi ideali
tradizionali con le esigenze di una società moderna e parzialmente
occidentalizzata si contrappongono infatti quanti considerano il primato della
legge religiosa nella vita sociale come elemento irrinunciabile dell'identità
islamica, minacciata dal laicismo politico e sociale dell'Occidente
secolarizzato. Il malcontento diffuso negli ambienti religiosi più
tradizionalisti, fortemente critici verso la politica di quei governi ritenuti
responsabili della corruzione di una società ligia da secoli al rispetto dei
principi più puri dell'Islam, è alla base del fenomeno del cosiddetto
fondamentalismo islamico.
È questa una delle tendenze più vistose dell'Islam del XX secolo, per quanto sia scorretto sopravvalutarne l'importanza a scapito delle altre espressioni di questa religione. Sorto propriamente in ambito cristiano in riferimento alle istanze di quelle denominazioni del protestantesimo che, alla fine del XIX secolo, promossero negli Stati Uniti una battaglia a difesa dell'interpretazione letterale del testo biblico, il termine "fondamentalismo" indica oggi convenzionalmente l'ideologia dei numerosi movimenti nati nel mondo islamico per propugnare, anche con il ricorso alla violenza, il ritorno alla rigida osservanza dei precetti della religione come forma di opposizione politica e culturale all'Occidente.
Se questi ideali caratterizzarono già dal 1928 un gruppo come quello dei "Fratelli musulmani", il cui esponente di maggior prestigio, Sayyid Qutb, fu giustiziato per ordine delle autorità egiziane nel 1966, il fondamentalismo islamico ha conosciuto la sua massima diffusione nell'ultimo scorcio del secolo con l'attività di numerosi movimenti politico-religiosi capaci di influire sulla vita sociale in diversi paesi.
Il modello politico a cui molti militanti di questi partiti fanno riferimento è quello dell'Iran, dove nel 1979 l'ayatollah Khomeini, una delle più alte autorità dell'Islam sciita, riuscì a conquistare il potere facendo del fondamentalismo religioso il motivo ispiratore di una rivoluzione popolare contro il regime filo-occidentale dello scià Reza Pahlavi. Roccaforte del fondamentalismo è divenuto dal 1989 anche il Sudan, con il colpo di stato militare che ha portato al potere il Fronte islamico nazionale di Hassan al Turabi, e la più rigida ortodossia islamica è stata imposta in Afghanistan dal 1996 con la vittoria dei taliban, giovani reclutati nelle scuole coraniche e divenuti miliziani di una delle fazioni in lotta per la supremazia dopo il ritiro degli invasori sovietici dal paese.
In Turchia il rispetto della costituzione laica non ha impedito al Refah, o "Partito del benessere" di Necmettin Erbakan, piuttosto vicino agli ideali del fondamentalismo islamico, di divenire forza politica di governo. In Algeria il Fronte islamico di salvezza (FIS) fu messo fuori legge dal partito al potere dopo avere acquisito il ruolo di forza politica di rilievo ottenendo addirittura la maggioranza dei suffragi nel primo turno delle elezioni politiche del dicembre 1991; questa decisione scatenò la reazione violenta del movimento, le cui azioni terroristiche continuano a insanguinare il paese (60.000 morti alla metà del 1997), colpendo soprattutto intellettuali, giornalisti e semplici cittadini contrari alla prospettiva di islamizzazione dello stato. Movimenti integralisti, come quello di Hamas, si oppongono al processo di pace fra il popolo palestinese e lo stato di Israele (vedi Questione palestinese), mentre fazioni integraliste, ad esempio gli Hezbollah sciiti, sono stati protagonisti della storia recente del Libano.
Motivo ispiratore comune per le azioni di queste compagini politico-religiose è il concetto di "guerra santa" contro gli infedeli, identificati indifferentemente con i non musulmani e con i membri della comunità islamica considerati traditori a motivo delle loro posizioni progressiste e filo-occidentali. A questo proposito occorre precisare che il termine arabo jihad, nel quale non solo la cultura occidentale, ma anche qualche settore dello stesso integralismo islamico, tende a cogliere la definizione della guerra santa come dottrina essenziale nell'Islam, nel Corano ha un'accezione più ampia: jihad significa infatti "sforzo" e il libro sacro, considerando come sforzo maggiore sulla via di Dio l'impegno del fedele a vincere le proprie tentazioni per divenire un buon musulmano, presenta la guerra santa contro gli infedeli soltanto come dovere minore da compiersi in circostanze ben precise sulla base di una rigorosa definizione giuridica. Non si deve dimenticare inoltre che, per quanto l'Islam sia penetrato fino in Europa come conseguenza della forza espansionistica dell'impero ottomano dal 1300 alla fine della prima guerra mondiale, il diritto musulmano non ha mai previsto, di fatto, l'imposizione della fede islamica attraverso la guerra, tenendo distinti i successi militari dei popoli arabi dalla diffusione della religione predicata da Maometto.