Lou Marinoff,
Plato not Prozac! Applyng Philosophy to Everyday Problems
,
HarperCollins Publishers, New York 1999.

 

Recensione di Tudor B. Munteanu

http://www.friesian.com/munteanu.htm
Copyright (c) 1999 Tudor B. Munteanu. All rights reserved.

   

 

NOTA  EDITORIALE  (1)

Tudor B. Munteanu è un ricercatore indipendente di filosofia che lavora nell'industria informatica ed è laureando in Computer Science al Politecnico dell'Università di New York.

Sappiamo che Lou Marinoff sta incoraggiando attivamente l'introduzione di una legge che riconosca una certificazione (o licenza) per la ‘consulenza filosofica’! Così i ‘consulenti filosofici’ si uniscono alla folla di quanti sono alla ricerca di un ‘monopolio commerciale’ garantito dallo Stato.

Mr. Munteanu raccomanda il medaglione rappresentante la Filosofia nel soffitto della Stanza della Segnatura di Raffaello.

 

 

«Alcuni suoi prodotti ... sono semplicemente frutto di inettitudine; e infatti il controllo della qualità è spesso carente nella pur fiorente stampa filosofica» – Willard Quine, citato da Lou Marinoff [page 78; trad. it. p. 110] (2).

Questo libro rappresenta innanzitutto una dubbia banalizzazione della filosofia, dietro la scusa della "pratica filosofica". Pretendendo di prendere spunto da grandi filosofi come Socrate, Lou Marinoff crede di legittimare ciò che egli definisce la "consulenza filosofica". La cosa assomiglia stranamente al movimento Sofistico che Socrate, Platone e Aristotele disprezzarono così tanto: i "consulenti filosofici" hanno una clientela pagante a cui elargiscono "saggezza" adoperando un metodo pragmatico, casistico, che presumibilmente dovrebbe portare a illuminazioni attraverso una strana combinazione di tolleranza, coerenza e un vasto assortimento di visioni del mondo prêt a porter.

Così, la filosofia diviene semplicemente utile: la più grande presunzione sembra essere quella di ritenere che possa aiutare pressoché tutti a condurre una vita felice e piena di soddisfazioni, fronteggiando problemi di ogni giorno e dilemmi di vario genere. Questa variante affaristica dell'eudemonismo (termine non adoperato da Marinoff) è molto ambigua, e completamente lontana da Socrate, che era animato da più alti ideali.

Nei capitoli iniziali, Lou Marinoff, presidente della APPA (American Philosophical Practitioners Association), cerca di trovare punti di ancoraggio mediante attacchi crudeli, anche per buone ragioni, nei confronti dell'establishment dominante della terapia psichiatrica e del counseling – le premesse, i punti di vista, le molteplici determinazioni. Egli crede giustamente che questa occupazione pseudo-scientifica non abbia alcuna ragionevole credibilità per qualcuno, perfino tra gli stessi suoi operatori, che sono divenuti così influenti nella nostra società.

Dopo aver puntualizzato il fallimento pratico e la pericolosità insita nella prospettiva di questo tipo di consulenza, Marinoff ne conserva la forma e la riempie di un nuovo contenuto prontamente ricavato dalla filosofia. Occorre fare un passo indietro e chiedersi: è giusto far questo? È possibile accettare quel surrogato chiamato "consulenza filosofica", se in realtà non c'è mai stato bisogno di cose come la psichiatria e simili? Che ne è della formazione accademica, dell'insegnamento disinteressato e della ricerca applicata seguita dalla riflessione rigorosa e dal pubblico dibattito? Marinoff crede che la filosofia come disciplina accademica sia divenuta distante e futile, ma restano comunque alcuni grossi interrogativi: è proprio il destino della filosofia accademica o un mero evento congiunturale di natura accidentale e reversibile? Se all'attuale educazione americana accade di essere «eticamente impoverita e moralmente fallimentare» [trad. it. p. 251], tocca ai consulenti fungere da insegnanti supplementari? Che ne è dell'incompatibilità fra i principi di soddisfacimento del cliente da parte del consulente e gli standard della filosofia accademica? (La questione rimanda a uno dei principali motivi per cui Platone fondò a suo tempo l'Accademia.)

Lou Marinoff cerca con cura e diligenza di colmare lo iato esistente fra psicologia e filosofia, così che egli possa poi sostituire  l'una variante con l'altra; sembra tuttavia che la consulenza filosofica sia una falsa alternativa, potendo contare solo su un opportunismo di tipo affaristico: Marinoff pensa addirittura che le compagnie assicuratrici pagherebbero per la "consulenza filosofica" [see page 24; trad. it. cfr. p. 40] (3). I filosofi divengono infatti una specie di professionisti della prevenzione e salute pubblica, con lo scopo di alleviare le sofferenze altrui. A questa «terapia per i sani» [page 11; trad. it. p. 22], personalmente continuo a preferire la disciplina ascetica di Socrate, e la ricerca sincera della saggezza.

In alcuni dei capitoli successivi Marinoff passa in rassegna le più rilevanti correnti filosofiche e gli autori che, dal suo punto di vista, hanno influenzato «il "movimento" della pratica filosofica» [trad. it. p. 111], dopodiché tenta di introdurre alcuni dei principi da essi sviluppati – cosa che, a parere di Marinoff, può costituire un vademecum per la consulenza. Sfortunatamente, però, i concetti più importanti e gli stessi grandi pensatori sono completamente e ripetutamente travisati. Ad esempio, sebbene vi sia qualche disaccordo a proposito di classificazioni, probabilmente non è possibile considerare Platone «alla guida dei naturalisti» [sic! on page 186; trad. it. p. 251]. Continuando a leggere ciò che viene dopo questa affermazione disturbata, ci si rende conto che Marinoff non distingue la realtà dalla natura; Platone lo fa – quindi egli può essere considerato al massimo un realista, non un naturalista! Ma c'è di peggio: «E anche le religioni sono naturalistiche, dal momento che attribuiscono la bontà a Dio, il quale presumibilmente la conferisce a noi» [page 187; trad. it. p. 252]. Persino G.E.Moore, definito da Marinoff come un «importante antinaturalista» [p. 253], poiché formulò la fallacia naturalistica, ha evidenziato a suo tempo che, sebbene in natura possa esserci qualcosa di buono, niente di tutto ciò che è possibile reperire in essa rappresenta la Bontà in sé – ma Marinoff ancora una volta non coglie la distinzione (una cosa può essere buona mediante partecipazione, cioè koinônía, o "comunione", come direbbe Platone, ma non v'è alcuna Bontà se non Dio stesso, che è ultra-sensibile).

In un'altra sezione [page 65; trad. it. p. 93], Marinoff scrive: «I razionalisti del diciottesimo secolo, capeggiati da Immanuel Kant [...]» (4). Kant considerava se stesso un "idealista trascendentale", ponendosi così al di fuori della distinzione fra razionalismo ed empirismo. La sua accurata critica nei confronti di Descartes, Leibniz, Wolff e Baumgarten, o anche solo semplicemente il fatto che la sua opera maggiore si intitoli Critica della ragion pura, dimostrano chiaramente che egli, in senso stretto, non è un razionalista (risulta alquanto strano che nella medesima sezione, intitolata «I razionalisti», nessun altro razionalista venga menzionato – non v'è "razionalismo"... ).

L'esposizione di Marinoff del concetto kantiano di noumeno, poi, fa addirittura indignare:

«Kant sosteneva che le cose hanno una modalità particolare, certa, ma tutto ciò che possiamo sapere sono apparenze. Che si sottopongano a esame atomi, pietre, relazioni o società, le cose possono essere viste in molti modi diversi. Per esempio, si guardi un albero fuori dalla finestra, e si faccia lo stesso nel cuore della notte, in una giornata piovosa, e ancora mediante un apparecchio a raggi infrarossi. E ci si immagini come appare a un pipistrello, a un elefante, o a un acromatopico, cioè affetto da cecità ai colori.
Qual è il reale aspetto dell'albero? Quale di queste modalità? O nessuna di esse? Kant arguiva che la somma di tutte le modalità possibili più tutte le modalità impercepibili costituivano la modalità noumenica»
[pages 65-66; trad. it. p. 94].

Marinoff adopera la parola "modalità" (5) in maniera equivoca, e con ciò rivela la sua confusione sul concetto di noumeno, che non è una modalità dell'"aspetto reale" del mondo (che è comunque un "apparire"), ma una modalità dell'essere. Questo è il motivo per cui, secondo Kant, il noumeno non può essere da noi conosciuto, proprio perché la sua esistenza è "in sé", mentre la nostra conoscenza è strettamente sintetica, cioè una sintesi delle intuizioni (o sensazioni) e delle categorie del nostro intelletto. Pertanto, ciò che si presume sia la cosa in sé non può essere l' insieme delle percezioni e di «tutte le modalità impercepibili», qualunque cosa Marinoff voglia indicare con questa espressione; il noumeno è stato utilizzato da Kant in maniera ipotetica e rigorosamente negativa. Le conseguenze che Marinoff ricava dalla sua interpretazione di Kant sono probabilmente sbagliate.

Nella stessa pagina dove viene menzionata l'etica di Kant, Marinoff fa coincidere teleologia e consequenzialismo (6) – egli manifesta la medesima confusione successivamente [see page 192; trad. it. cfr. p. 259], quando, in maniera più specifica, la teleologia viene identificata con l'utilitarismo filosofico. Questo è impossibile da accettare, a meno che uno non confonda il buono con l'utile! Teleologica è qualunque teoria di ideali, cause finali e valori che non possono essere affatto ridotti ai loro risultati. Anche in un ambito come quello di cui si occupa Marinoff tutte queste teorie sono importanti per il loro forte impatto sui risultati dell'impresa filosofica, e bisogna chiedersi quali possano essere i risultati di una qualsivoglia indagine se le caratterizzazioni più elementari sono così disperatamente fraintese.

Questo libro contiene una gran quantità di sciatterie (errori di stampa?), e fin troppe affermazioni su questioni-di-fatto che sono chiaramente sbagliate. Mi sono davvero sorpreso leggendo quanto segue:

«Nella Repubblica, Platone riporta un dialogo in cui Socrate gli chiede di definire il Bene: è cognizione o piacere o qualcosa d'altro? Socrate ha già puntualizzato parecchie virtù, comprese temperanza e giustizia, ma di fronte alla nuova sfida risponde: "Temo che sia al di sopra delle mie forze"» [page 183; trad. it. p. 247].

Platone non figura tra i personaggi della Repubblica, ma anche se il lettore, di primo acchito, non si renda conto di ciò, non è comunque affatto chiaro "chi" dice "cosa"; la citazione menzionata avrebbe senso se l'espressione "Socrate gli chiede" fosse sostituita da "a Socrate viene chiesto" (7).

Marinoff sembra anche convinto del fatto che la sola fonte d'informazioni su Socrate e la sua filosofia sia Platone (8), quando anche un ricercatore superficiale potrebbe accennare a riferimenti in Diogene Laerzio o Senofonte, Libanio, se non Aristofane o persino Aristotele. Sicuramente, non tutte queste fonti sono attendibili come lo è Platone, il cui genio filosofico e letterario ci consente di meglio comprendere quella personalità intellettuale e morale più unica che rara che fu il suo maestro.

In tutta franchezza, devo dire che c'è più "pratica filosofica" che consulenza. Marinoff descrive infatti anche varie forme di "pratica di gruppo", come i "Caffè Filosofici", i "Forum Filosofici" e il "Dialogo Socratico". Quest'ultimo pone questioni che devono essere analizzate accuratamente.

Marinoff non ha capito il Metodo Socratico, e neppure ciò che egli enfaticamente chiama «il Dialogo Socratico di Nelson». Leonard Nelson considera la filosofia critica di Kant e dei suoi eredi Friesiani come il compimento dell'indagine critica di Socrate, con un metodo rigoroso e scientifico che fa affidamento su una serie di giudizi empirici seguiti da una corrispondente operazione di astrazione e analisi logica di natura regressiva (il quid facti della ragione) e deduzione psicologica (il quid juris del pensiero cosciente) – con una successiva verifica finale. Mettendo in contrapposizione tra loro il cosiddetto "Dialogo Socratico", attribuito a Nelson, e il metodo elenchico (9), negativo, di Socrate, Marinoff afferma:

«Si noti che esso [i.e., il metodo elenchico di Socrate – n.d.t.] rivela soltanto ciò che qualcosa non è, non ciò che è. Alla fine questo metodo porterà alla luce un certo numero di definizioni inutilizzabili di giustizia (o di qualsiasi altro argomento intavolato), ma neppure una utilizzabile. Il Dialogo Socratico ha invece espressamente di mira ciò che una cosa è» [page 262; trad. it. p. 350].

Altrove scrive:

«Se applicato correttamente, il Dialogo Socratico nelsoniano fornisce risposte definitive a interrogativi universali come: "Cos'è la libertà?", "Cos'è l'integrità?" e "Che cos'è l'amore?" [page 284; trad. it. p. 383] (10).

Innanzitutto, la rivelazione non è concettuale. Il metodo elenchico di Socrate elimina semplicemente tutto ciò che un "universale" non è, al fine di rendere possibile la chiarificazione conclusiva delle forme. Quest'ultima rappresentò lo scopo della vita filosofica di Socrate, che si dispiegò in tutta la sua dignitosa compostezza, ricca di passione ed entusiasmo persino prima della morte. Socrate era uno scultore, e le "definizioni" erano proprio come il suo materiale di lavoro, da adoperare e sprecare, se necessario, al fine della preparazione, che è imparare attraverso l'anamnesi. Marinoff scambia una foresta per i suoi alberi; per usare una metafora, quanto "utile" può mai essere la "definizione" di qualcuno di un lavoro d'arte, unico e sublime, in un gruppo di amici che lo hanno visto tutti insieme quando avevano cinque anni ciascuno? Può solo prepararli alla contemplazione per quando si ritroveranno nuovamente al museo.

Al contrario di ciò che pensa Marinoff, Nelson è interessato ai principi costitutivi della conoscenza filosofica, che dal suo punto di vista vanno fondati nella conoscenza immediata pre-coscienziale, nell'esperienza antropologica della pura ragione che «raggiunge la nostra consapevolezza solo attraverso la riflessione» [L.Nelson, "The Critical Method and the Relation of Psychology to Philosophy", in Socratic Method and Critical Philosophy, Yale University Press, 1949; p. 153] (11).

«Abbiamo scoperto che la filosofia è la somma totale di queste verità razionali universali che divengono chiare solo attraverso la riflessione. Per filosofare, dunque, basta semplicemente isolare queste verità razionali con il nostro intelletto ed esprimerle in giudizi generali [L.Nelson, "The Socratic Method", in Socratic Method and Critical Philosophy, cit.; p. 10] (12).

Questa è la migliore spiegazione di ciò che Marinoff crede siano le "definizioni" (che, come si vede, sono in realtà giudizi, e non solo giudizi analitici, propriamente detti definizioni – essi devono essere fondati anche nell'ambito del sintetico, cioè della conoscenza non-concettuale di cui è alla ricerca il Metodo Socratico; se il risultato fosse semplicemente una definizione, allora il Metodo Socratico non sarebbe di alcun valore per la conoscenza, e il dialogo impostato sulla riflessione diverrebbe in realtà nient'altro che una maniera come un'altra per socializzare). Lo scopo ultimo del Metodo Socratico deve essere, secondo Nelson, afferrare la base universale del giudizio – la visione d'insieme, e non acquisire abilmente una specifica e robusta «definizione di valenza universale» [page 266; trad. it. p. 356] (13), che dovrebbe aiutare a esprimere esattamente "ciò che qualcosa è". Nelson fa notare che solo la tacita ragione accompagnatrice, non-discorsiva, contiene la verità che noi possiamo portare a coscienza, risvegliati dall'esperienza. Egli crede che questo possa essere raggiunto con il Metodo Socratico solo attraverso un accurato esercizio della nostra volontà (dal mio punto di vista, questa è una conclusione molto importante), e che tutto ciò riesca obiettivamente a sfuggire al criticismo in senso kantiano. Sebbene Marinoff menzioni la "comprensione filosofica", che può essere indicata come il risultato di questa prospettiva di indagine, egli è troppo indaffarato a occuparsi di cose e di definizioni. Dopo tutto, chiunque abbia affari e interessi di vendita deve pretendere di offrire qualcosa che sembri tangibile ...

Un'altra spiegazione dei lapsus di Marinoff può essere il suo riferirsi esclusivamente a fonti di seconda mano. In ogni caso, tenendo conto delle evidenti carenze che risultano dalle molteplici incomprensioni, è davvero difficile prendere sul serio la sua riflessione sulla casistica, che caratterizza il «procedimento in cinque-passi detto PEACE (Problema, Emozioni, Analisi, Contemplazione, Equilibrio)», applicato a innumerevoli casi di studio. Il manierismo di Marinoff e la trivialità dei suoi paragoni – «Il "grande balzo avanti" della cultura ellenica» [page 59; trad. it. p. 86]; o «La pratica filosofica è un'idea antica - forse è la seconda professione più antica del mondo - che è tornata di attualità» [page 79; trad. it. p. 111], affermazione quest'ultima parafrasata anche sulla quarta di copertina dal suo editore –, certamente non aiutano la pratica filosofica, poiché l'impressione che se ne ricava è quella che Lou Marinoff stia cercando con tutte le sue forze di travestirsi da dea (14) per vendersi al migliore offerente.

 

 

[ NOTE  DEL  TRADUTTORE ]

(1)  NOTA EDITORIALE contenuta nella versione originale dell'articolo – The Proceedings of the Friesian School, Fourth Series, http://www.friesian.com/munteanu.htm.

(2)  Qui e altrove, i riferimenti all'opera di Marinoff vengono indicati fra parentesi quadre, riportando in corsivo le pagine dell'edizione originale, citate da Munteanu. Per la traduzione italiana dei passi si fa riferimento all'edizione della PIEMME [L.Marinoff, Platone è meglio del Prozac, tr. it. di Francesco Saba Sardi, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2001]. Quando vicino alla citazione non viene indicata la pagina della versione originale, ma c'è solo quella italiana, vuol dire che Munteanu nel suo articolo non la riporta.

(3)   Si ricorda che in USA manca un Servizio Sanitario Nazionale di assistenza, come in Italia. Le "compagnie assicurative" [insurance companies] cui fa riferimento Munteanu, e dunque Marinoff nel suo libro, sono quelle della Health Insurance americana (tradotta semplicemente con "assicurazioni" nell'edizione italiana Piemme), i.e., tutti quegli istituti privati di assicurazione di cui ciascun cittadino statunitense, allorché in possesso di una polizza, può giovarsi in caso di malattia.

(4)  Nella traduzione di questa frase ci si discosta da quella dell'edizione Piemme: «I razionalisti del diciottesimo secolo, e in primo luogo Immanuel Kant [...]» – p. 93. L'affermazione originale è la seguente: «The eighteenth century rationalists, headed by Immanuel Kant [...]» – page 65. In questa sede si preferisce tradurre l'espressione "headed by" in maniera più letterale e meno edulcorata (to head = essere a capo di, capeggiare, condurre, dirigere), adoperando il termine "capeggiati".

(5)  "Way" nella versione originale, reso dal traduttore della Piemme appunto come "modalità".

(6)  Nella pagina a cui Munteanu si riferisce troviamo: «On the other hand, with teleological or consequential ethics, you never know ... [etc.]» – page 67. Nell'edizione della Piemme esso giustamente viene tradotto come segue: «D'altro canto con l'etica teleologica, ovvero consequenziale, non si può mai sapere ... [ecc.]» – p. 96. Può essere forse interessante notare che il passo in questione è stato modificato nella versione paperback del libro di Marinoff [Agosto 2000], nella quale viene rimosso l'aggettivo "teleological", scrivendo direttamente: «On the other hand, with consequential ethics, you never know ... [etc.]» – ovviamente, tutto il grassetto finora adoperato non è originale.

(7)  Per Munteanu, in inglese rispettivamente: "asks him" e "is asked".

(8)  Probabilmente Munteanu si riferisce ad affermazioni di Marinoff del tipo: «Socrates [...] was Plato's mentor and teacher, and his work survives only through Plato's writings» – page 57. Trad. it.:  «Socrate [...] fu il mentore e il maestro di Platone, e la sua opera sopravvive solo tramite gli scritti di quest'ultimo» – p. 83.

(9)   In inglese: "Elenchic method".

(10)  In questo passo ci si allontana leggermente dalla traduzione Piemme, che, forse per evitare ripetizioni o altro, espunge da esso alcune parole – tuttavia importanti ai fini del discorso qui portato avanti da Munteanu. Originale: «Nelson made an invaluable contribution to philosophical practice by developing the theory and method of Socratic Dialogue. When properly applied, Nelsonian Socratic Dialogue provides definitive answers to universal questions such as "What is liberty?", "What is integrity? and "What is love?"» – page 284. Trad. it. Piemme: «Nelson ha dato un contributo fondamentale alla pratica filosofica elaborando la teoria e il metodo del Dialogo Socratico che, se applicato correttamente, fornisce risposte definitive a interrogativi universali come: "Che cos'è la libertà?"., "Che cos'è l'integrità?" e "Che cos'è l'amore?" – p. 383.

(11)  Vers. originale inglese citata da Munteanu: «Reaches our consciousness only through reflection».

(12)  Vers. originale inglese citata da Munteanu: «We have discovered philosophy to be the sum total of those universal rational truths that become clear only through reflection. To philosophize, then, is simply to isolate these rational truths with our intellect and to express them in general judgments».

(13)  «World-class definition» – è l'espressione originale inglese adoperata da Marinoff.

(14)  "Goddess" nella versione originale di Munteanu.

 

 

 

 


Traduzione italiana a cura di Alessandro Volpone

 

 

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