Il nucleo centrale del counseling filosofico

Shlomit C. Schuster

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Il presente lavoro riassume i contenuti di una conferenza di Achenbach, intitolata "Zur Mitte der Philosophischen Praxis"[i], scelta tra quelle che egli tenne nel corso del 2° Congresso Internazionale di Philosophical Practice, nell’agosto del 1996 a Leusden, in Olanda.

Le parafrasi che seguono sono basate su una registrazione audio, fatta da Fred Foulks, del sommario in inglese preparato dal Dr. Rene Saran della conferenza di Achenbach al Congresso. Il tutto è stato riarrangiato in questa sede da Shlomit C. Schuster.

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Achenbach afferma che è tipico dei filosofi cercare le essenze, il generale in ogni cosa. Egli tuttavia non ritiene che questa particolare caratteristica sia fondamentale nel counseling filosofico. Preferisce descrivere la pratica filosofica in maniera negativa – come non terapia (cfr. le descrizioni negative di Dio nella teologia). Qualcuno potrebbe anche chiedersi se ci sia davvero qualcosa di importante nel counseling filosofico.

In realtà, due aspetti centrali sono importanti: il consulente e l’ospite. Per il consulente è di fondamentale importanza il cliente, e per il cliente il consulente[ii]. Essi rappresentano due centri e sono paragonabili ai due fuochi di una ellisse.

Vi sono tre principi fondamentali concernenti la loro relazione.

(1)  Dio ha voluto che gli uomini fossero diversi fra loro e quindi non si può trattare con tutta la gente allo stesso modo. È meglio sforzarsi di cercare collegamenti unici e irripetibili tra una persona e la sua storia.

(2) Il counselor ha bisogno di capire i pensieri più intimi e molteplici del cliente. Da questo punto di vista, egli dovrebbe considerarsi un apprendista. Ci sono molti modi di approcciare un ospite. L’importante è che il consulente apra il proprio cuore al consultante.

(3) Il counselor non deve cercare di cambiare l’ospite. Occorre evitare anche di caricare le discussioni di finalità e intenzionalità, cosicché sia il consultante a determinare lo scopo delle conversazioni.


Infine Achenbach ritiene che ci siano svariati e numerosi segnaposto, ma non comandi, sulla strada del practitioner filosofico. È come se si trattasse di cartelli stradali, e il senso di ciò può essere compreso facendo riferimento a quanto scritto da una consultante in un resoconto sulla sua pratica: ella paragonò il lavoro del counselor a quello di un pilota che ha una relazione cordiale e piacevole con il navigatore della nave.

 

[i] La traduzione completa del testo della conferenza, curata dalla Drs. Wim van der Vlist, si trova in Perspectives in Philosophical Practice, Verening Filosofische Praktijk, Doorwerth 1997, pp. 7-15.

[ii] Qui e altrove, “counselor” viene tradotto con “consulente” o lasciato così com’è; “client” con “cliente”, e “visitor” con “ospite” (n.d.t.).

 

 

 

 


Traduzione italiana a cura di Alessandro Volpone

 

 

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