La filosofia per per bambini:
una educazione alla felicità e alla democrazia

di Helene Schidlowsky 

Dossier International de: «L'Agora» - Revue internationale de didactique de la philosophie
http://www.ac-montpellier.fr/ressources/agora/ag_f_di.htm

   

Cosa può la filosofia per bambini? Quali le potenzialità precise del metodo di P4C (Philosophy for children) di M. Lipman, metodo che la città di Bruxelles ha tenuto ad iscrivere nel proprio progetto pedagogico dal momento in cui tutte le insegnanti che lo desiderano, dalla materna alla secondaria, oltre alla superiori, sono invitate a formarsi ed a praticare il procedimento filosofico nelle loro classi.

Non potrò qui sviluppare tutti gli aspetti del programma di P4C ma concentrerò la mia riflessione intorno ad un concetto, la felicità, e a due proposizioni:

 

LA FELICITA' DI PENSARE

La prospettiva nella quale mi colloco è quella di un certo edonismo: la filosofia come felicità, felicità presente nell'attività del pensiero e come condizione di un agire felice. Fare della filosofia con i bambini è, come direbbe André Comte-Sponville, insegnare al bambino "a pensare la propria vita e a vivere il proprio pensiero": tuttavia, la parola "felicità" non è più di moda. Ci sono delle mode anche nelle parole e queste mode traducono evidentemente lo stato di un pensiero,  di una società, di una civiltà. La parola felicità oggi è assimilata alla assenza assoluta di sofferenza, alla beatitudine mentre, a mio parere, essa non significa uno stato permanente ma, piuttosto, come secondo Marcel Conche, una specie di attitudine: un rapporto di sé con sé, un'intelligenza di sé, una fedeltà a sé stessi.

Leali con sé stessi come se il sé fosse un altro, in quanto forse "io è un altro". Fedeltà, dunque, oppure ritrovarsi o piuttosto trovarsi. E, in effetti, si tratta di aiutare il bambino a scoprirsi, a crearsi, a costruirsi un'identità, ad amare un'identità. Che io sia triste o sfortunata non vuol dire che non sia felice, afferma la Ondine di Girardoux. La felicità non è l'assenza di tristezza la quale può essere compresa e compensata.

Bisogna essere proprio ingenui e stupidi per parlare di felicità? Come parlare di felicità oggi di fronte ad un mondo scombussolato se non partendo da un ripiego superficiale e beato, cieco e insensibile alle miserie di ogni ordine e grado (politiche, economiche, sociali e psicologiche), che tormentano l'umano alla deriva? Come parlare di una felicità possibile oggi se si ha questa coscienza, questa lucidità radicale per cui l'uomo non è buono né per sé né per gli altri? Il progresso morale non sarebbe che un illusione superata come tutte le grandi ideologie. Come parlare di felicità in presenza di questa tristezza che ci prende perché spesso il mondo è triste e non possiamo fare nulla? Ma davvero non possiamo fare nulla? E, tuttavia, è proprio di felicità che io parlo. Di felicità legata al pensiero, riferita alla coscienza e anche alla lucidità della coscienza.

Vi è, io lo vedo, presso coloro con i quali ho l'occasione di lavorare ( bambini o adulti), una felicità di pensare, in quanto il fatto stesso di pensare può dare un senso a ciò che essi sono aiutandoli a costruirsi, una felicità di pensare precisa e sottile che si manifesta nel dispiegamento del pensiero; basta vedere la gioia dei bambini quando essi scoprono, riflettono, fanno l'esperienza di questa possibilità di dominio simbolico del mondo: grazie al pensiero io comprendo  il mondo  che mi comprende, io me ne approprio, contengo questo mondo che, a sua volta, mi contiene. Esiste, allo stesso modo, una felicità nel costruire un progetto, sia esso individuale o collettivo.

L'attività del pensiero è un momento di felicità nella misura in cui essa è donatrice di senso: un senso a  ciò che io sono in quel dato momento. Essa ne fornisce nella mediazione che instaura tra me  e il mondo, tra me e l'altro, e attraverso la quale un senso, o del senso, può essere prodotto. L'uomo è de-naturalizzato , come afferma Vercos, separato radicalmente dalla natura, egli non è uno con essa, ma è per mezzo della intermediazione del pensiero che egli può ritrovarla e segnare con la sua traccia umana un mondo desolato. Il pensiero è uno scarto tra l'uomo e il mondo che può permettere un adeguamento di sé  con il sé svelato nel senso che si va creando.

 

IL BAMBINO FILOSOFO

Questa attività del pensare, nel senso filosofico del termine, è a mio avviso propria del bambino. Il bambino nella sua integrità è un filosofo in erba. Già da piccolo il bambino si pone tutte le questioni filosofiche che sono dotate di senso: intorno alla vita, alla morte, all'amore, al tempo, al pensiero … discorso di Macha, mia figlia, quando aveva quattro anni: "Mamma io vorrei essere una bambola così non morirò mai". O ancora: "Quando sarò grande potrò pensare come voglio? … dove si va dopo la morte?". Voi conoscete questo genere di frasi che è possibile sentire dai bambini se si presta loro attenzione e che non sono altro che le grandi questioni esistenziali della filosofia, «poiché la filosofia non è altro che la questione, riproposta senza fine, del senso e dell'Essere» (Jaspers).

I bambini interrogano il mondo molto precocemente, ed è qui il punto di partenza della pratica filosofica. Il metodo della filosofia con i bambini prende le mosse da questo interrogare per iniziare con loro questo percorso. Si tratta, quindi, di non scansare queste domande. La filosofia è intesa qui come questione, e non come sapere, che accompagna la meraviglia e lo stupore di fronte al mondo. Un corso di filosofia con i bambini non sarà un luogo nel quale si espone la teoria platonica ma un luogo dove li si impegna a porre le loro domande, a svilupparle ed a riferirle al mondo.

Nei corsi scolastici tradizionali le questioni di senso che pone il bambino sono generalmente svuotate. Noi adulti spesso blocchiamo questo tipo di domande e impediamo al bambino lo sforzo verso la via della filosofia, quindi del senso. A volte trascuriamo la domanda, altre la evadiamo dicendogli: "Tu sei troppo piccolo, saprai questo più tardi", o ancora edulcoriamo la realtà per paura. In quanto noi siamo turbati da queste questioni oppure non osiamo dire che non sappiamo e che stiamo ancora cercando. Non osiamo mostrare i nostri limiti, le nostre debolezze. Come se il dubbio e la ricerca non fossero profondamente educativi.

Il problema dell'amore, così fondamentale per il bambino è spesso destabilizzante, in quanto ci mette faccia a faccia con noi stessi e con la nostra vita. La questione della morte riattiva la nostra angoscia. Affermare, per esempio, che noi pensiamo che non ci sia nulla dopo la morte, dire il vuoto risveglia in noi l'assurdo che noi temiamo di trasmettergli. Noi no rispondiamo ai problemi che egli ci pone e tergiversiamo attraverso un percorso scolastico che fornisce risposte a domande che egli non si è mai posto ( la capitale del Guatemala, l'area del triangolo). Queste risposte egli le deve memorizzare anche se lo interessano  poco. Ma le domande fondamentali restano senza risposte, senza sviluppi. Noi blocchiamo questi interrogativi, e a poco a poco il bambino finisce di porli e di ripeterli dentro la propria testa. Egli non pensa più e si chiude in un non interesse per il mondo dal momento che questo non lo comprende. Non lo si è aiutato a dare un senso alla propria esperienza quotidiana, in particolare all'esperienza scolastica, e un senso alla propria vita.

 

IL METODO LIPMAN

Il metodo della  P4C riprende le domande di ciascuno per spiegarle e riferirle alle proprie esperienze. Esso aiuta il bambino a cercare di superare il flusso di percezioni, emozioni, sentimenti, opinioni puntando alla costruzione di quattro tipi di competenze.

Logiche: ragionare correttamente imparando, quindi, a concettualizzare (fornire la definizione essenziale di una cosa o di una nozione, per esempio, che cos'è un amico?); problematizzare (mettere in discussione, rendere problematica, dubbiosa un opinione, una certezza); argomentare (per i bambini si tratterà di fornire delle ragioni, dare delle buone ragioni).

Etiche: emettere dei giudizi etici e mettere in atto dei comportamenti coerenti con le idee.

Estetiche: riconoscere il bello imparando a costruire un universo nel quale il bello sia presente perché esso aiuta a vivere.

Socio-affettive: vivere e sviluppare il proprio pensiero con gli altri in rapporto affettivi e sociali armoniosi e costruttivi. Tutto il lavoro di elaborazione e di sviluppo delle competenze qui menzionate avviene utilizzando uno strumento fondamentale nel metodo concepito da Lipman: la comunità di ricerca. Il bambino scopre progressivamente che l'altro si pone le stesse sue domande, e questo lo rassicura; egli impara a capire, ascoltare, discutere e costruire con gli altri. La comunità di ricerca deve preservare l'incontro dell'altro contemporaneamente come identità e alterità: un consenso può sempre essere stabilito ma deve esserci continuamente uno spazio che permetta alla verità individuale di emergere.

Esiste una dimensione specificatamente politica ed etica della comunità di ricerca,  come laboratorio e luogo di costruzione di una autentica democrazia. Che cos'è una vera democrazia se non il luogo di una decisione comune di persone autonome, nel senso letterale di gente che si è data da sé le proprie leggi, che hanno, quindi, imparato a pensare da soli, e che non sono, se è possibile, sotto la tutela di nessun maestro, pregiudizio, emozione e opinione. L'adulto deve farsi discreto, egli è là per permettere ad ogni bambino di elaborare il proprio pensiero, di scegliere con cognizione di causa e di discutere le leggi del gruppo: «Egli deve farsi zero per consentire al bambino di diventare uno» (Dolto).

Volere la democrazia vuol dire permettere ad ognuno di pensare, di decidere liberamente, in maniera autonoma nel vero senso del termine, di acquisire gli strumenti fondamentali per determinarsi in rapporto a delle scelte fondamentali che saranno fatte in gruppo. Decidere significa conoscere e comprendere, distinguere l'universale ed il particolare, l'accidentale ed il necessario. La costruzione della democrazia passa attraverso questo lavoro filosofico con i bambini.

La comunità di ricerca è il luogo in cui ciascuno pensa. Essa è anche uno spazio di dialogo autentico ( è il dialogo che conduce alla riflessione e non l'inverso). Attraverso la verbalizzazione l'individuo può chiarire delle opinioni o delle idee, delle emozioni implicite, esplicitando un pensiero intuitivo. Quando vi è ascolto autentico e reciproco, ciascuno può accedere ad un livello superiore di riflessione, di comprensione e di conoscenza.

La comunità di ricerca è il luogo che deve permettere ai bambini di imparare a:

Lo stesso dialogo richiede un certo tipo di apprendimento proprio come il  fatto di pensare. Noi passiamo ad un livello etico superiore: la comunità di ricerca è il luogo di elaborazione di un etica del dialogo e della politica. Essa deve permettere:

 

UNA PROSPETTIVA DEMOCRATICA

Questo implica che il clima generale della classe sia impregnato di fiducia, di rispetto e di tolleranza. L'impulso intrinseco  per ognuno a pensare può dispiegarsi liberamente con la conseguente liberazione dell'immaginazione e della stima di sé. Ciascuno dei partecipanti concepirà il mondo come un luogo dove lui ha un posto, un ruolo da giocare sia per i suoi pensieri che per i suoi atti.

In questo modo si cancella quella pratica del dibattito-scontro dove ognuno ha bisogno di avere ragione, di portare l'altro sul proprio terreno al fine di una vittoria senza profondità. Atteggiamento che è in genere quello dei dibattiti politici. In una comunità di ricerca io accetto di espormi, di assumermi il rischio di vedere i miei pensieri contestati, di ripensare la mia posizione, e questo vuol dire che io sarò reso forse insicuro e, tuttavia, mi ci espongo. L'impegno in una comunità di ricerca è una praxis, una maniera di voler agire nel mondo.

La filosofia con i bambini ha un significato ed una prospettiva profondamente politica: permettere alla prossima generazione di impegnarsi in un processo veramente democratico. E' una educazione alla democrazia e per la democrazia. Questa non si riduce al potere di scelta della maggioranza ma costituisce il luogo in cui tali scelte possono sempre essere rimesse in discussione da un piazza formata dalle posizioni minoritarie e individuali.  Una decisione non è democratica quando è maggioritaria ma quando essa ha potuto tener conto e si è nutrita delle critiche e delle posizioni degli oppositori, come afferma Anne-Marie Roviello [1]. Un vero dibattito democratico è un dibattito in cui i partecipanti non sono più  gli stessi alla fine dello stesso.

La democrazia voluta da Lipman è una "democrazia rigorosa", nella quale ognuno ha potuto trascendere il proprio interesse particolare all'interno di una comunità di ragioni e di interessi. Si tratta di una democrazia in ricerca nella quale il bambino è preparato a rischiare il cambiamento. Lo stato della democrazia dipende, secondo Lipman dallo stato dell'educazione e viceversa. Una democrazia in ricerca necessita di una educazione in ricerca, ed una educazione in ricerca ha bisogno di una democrazia in ricerca.

La democrazia non è uno stato ma un processo e un attitudine. Non è solo una forma di governo ma uno stato dello spirito che si fonda sull'idea che:

Non si può, dunque, educare in vista di uno stato sociale fisso, ma in vista di un'autonomia e di una libertà nei confronti del mondo e di sé stessi. La filosofia con i bambini contribuisce a questo processo e lo fortifica.

 

Helene Schidlowsky

Docente di filosofia alla Haute Ecole Francisco Ferrer
di Bruxelles e formatrice in filosofia per bambini.

 

 

[1]  A.M.Roviello, Il faut raison garder! Désespérance de l'espace public belge,
Ed. Quorum, Bruxelles 1999.

 

 



Traduzione italiana a cura di Michele Lobaccaro

 

 

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