Riflessioni sulla dimensione applicativa della filosofia
di Hans J. Krämer

Zeitschrift für Philosophische Praxis 1/1995, S. 10-12.
(Hrsg. von der Gesellschaft für Philosophische Praxis)

   

La dimensione applicativa è più importante per la filosofia pratica che per la teoretica e qui è più difficile che nel campo della tecnica. L'applicazione nei seguenti prototipi sia quindi fondata nella filosofia pratica e in particolare nell'etica, tenendo anche conto degli interessi della prassi filosofica. La dimensione applicativa non deve venire soppressa, come nella - fino ad oggi dominante - tradizione neokantiana, che l'ha, in quanto psicologia, eliminata dalla filosofia. Essa non deve però nemmeno venir assolutizzata, come nella filosofia esistenziale e oggi nelle filosofie ermeneutiche e interpretative. Queste tentano di usare la dimensione applicativa come porta di ingresso per una individualizzazione senza confini e per una occasionalizzazione del campo pratico e cercano di eliminare da essa tutto il generale come l'esperienza, le regole, la topica, la comunicazione. La filosofia pratica e l'etica si dileguano completamente nella contingenza e nell'emergenza della situazione singola irripetibile e vengono praticamente sostituite dalla filosofia dell'interpretazione.
In entrambe le posizioni si tratta di astrazioni che riducono pericolosamente la filosofia pratica e l'etica. Il trascurare la dimensione applicativa ha alla base il pregiudizio delle norme a priori, così come il suo isolamento una falsa conclusione individualistica, il pendant della falsa conclusione regolaristica nel primo caso. Qui non si può assolutamente parlare in modo semanticamente corretto di applicazione, dal momento che non c'è esattamente ciò che da noi sarebbe percepito e poi applicato. Dal punto di vista antropologico l'intelligenza pratica verrebbe ridotta ad una puntualità quasi animale e con ciò colui che agisce (das Handelnde) disumanizzato. Perlopiù subisce un danno la morale, il cui orizzonte collettivo di aspettative viene in prospettiva paralizzato e tendenzialmente annullato, in ciò inoltre hanno un ruolo postulati di un'etica unitaria. Il consulente filosofico (Praktiker) sia energicamente messo in guardia da tutte queste pretese, con le quali nel migliore dei casi un dogma scolastico "in terra straniera" della filosofia teoretica verrebbe importato nella filosofia pratica.
Il generale, il particolare e il singolo sono sempre uniti nell'azione, nella quale le relazioni che ne sono parte e le correlazioni si devono rintracciare secondo il caso e secondo il tipo. L'applicazione porta con sé un vantaggio, anche solo a causa della crescente complessità, ma questo vantaggio è differentemente grande e mostra in sé più o meno grandi differenze (nella tecnica esse sono relativamente piccole, nella Pratica più grosse). In particolare l'applicazione, che apporta nuove esperienze, conferma o modifica le regole applicate attraverso l'induzione dinamica. Con ciò le eccezioni e le competenze delle altre regole devono essere messe in conto. Sul piano teorico ciò significa che la dimensione di applicazione è sì rilevante teoricamente, ma non è autorizzata a separatismi parafilosofici. Io differenzio, in ciò che segue, l'applicazione delle regole generali dall'esecuzione o dal compimento dei singoli propositi. La competenza dell'applicazione è un momento della intelligenza pratica e può conformemente alla tradizione essere definita capacità di giudizio
[*]. Il Giudizio esiste anche come competenza di improvvisazione, che va oltre rispetto alla semplice applicazione e che in seguito verrà differenziata per essere trattata. Inoltre entrano in gioco la filosofia pratica e l'etica là dove la prassi deve essere resa possibile o migliorata. Viene richiesto, poi, oltre al Giudizio dell'agente anche quello del consulente. Nel campo della filosofia pratica e dell'etica la guida all'azione può essere riassunta nel vecchio e già sperimentato titolo di dottrina del metodo, che formula le regole dell'applicazione, cioè le regole di second'ordine. Tali metaregole non possono naturalmente toccare il metodo del Giudizio, che è definito attraverso il fatto che constata se un caso cade sotto una regola, e che non può però più essere racchiuso in una regola. La dottrina del metodo dà le misure che sono adatte a preparare o facilitare l'applicazione delle regole materiali: ora, sia essa la didattica, che chiarifica le regole materiali e informa sulle rispettive condizioni di applicazione, o la prassi, che offre le esperienze e le meditazioni per l'applicazione e con ciò pone spesso priorità, o l'istruzione, che guida in particolari situazioni, nelle quali deve essere usata, o infine la formazione del comportamento, che attraverso l'esercizio deve rendere possibile tipi di azione e di possibilità di applicazione a livello più elevato. Attraverso questi e altri metodi può essere raggiunta un'indiretta metodicizzazione della dimensione applicativa, che la rende accessibile alla filosofia pratica e all'etica. Per questo la guida filosofica costruirà, come anche altre discipline pratiche, topiche più o meno esplicite, che essa a sua volta ha applicato nel singolo caso. Essa applica le sue metaregole solo nella consulenza, mentre il consultato e potenziale agente le ha spostate di un secondo passo nell'azione reale stessa. Si capisce che una tale metodicizzazione della dimensione di applicazione, come la filosofia la intraprende, evidenzia solo, attraverso la riflessione, strutture fondamentali della consulenza quotidiana prefilosofica e le sviluppa, attraverso la differenziazione e la sistematizzazione. Con ciò rimane persino qualcosa per il consiglio singolare, poiché esso nelle condizioni formali di realizzazione converge più o meno con i consigli generali. Infine, nella morale le relazioni sono più facili che nella condotta di vita non morale. La dottrina del metodo dell'etica dello sforzo è perciò più ricca, ma anche più complicata, di quella della filosofia morale. Da questo risultato si ottengono ulteriori regole per l'ordine pratico di entrambe le dottrine del metodo.
Attraverso questo catalogo di misure preparatorie viene procurato un campo migliorato per l'applicazione; l'autentica applicazione sembra però sottrarsi sia prima sia dopo all'intervento della filosofia, poiché quella, come sappiamo, si nega a tale regolarizzazione. Questa impressione però inganna: anche la competenza di applicazione nella forma del Giudizio può essere formata se noi decidiamo di formalizzarla ulteriormente e nello stesso tempo di collegarla alla formazione del comportamento precedentemente trattata. La competenza pratica di giudizio, che decide se un caso cade sotto determinate regole, può infatti formalmente istruirsi da sé e attraverso lo studio dei casi-modello può essere rafforzata. Kant ha visto questo giustamente nella dottrina del metodo della seconda critica e con ciò ha rimandato a esempi, che possono causare una tale formazione e un tale esercizio. Già l'etica ellenistica, con le sue tecniche e pratiche del sé, ha considerato, almeno talvolta, anche una tale competenza di miglioramento. Tuttavia oggi dobbiamo ulteriormente scoprire e precisare questi metodi - e questo è il centro sistematico delle mie riflessioni - in tre direzioni: primo, Kant ha dato pieno diritto al momento di formazione formale del Giudizio determinante, ma ha compreso l'applicazione come pura, per così dire tecnica o matematica, sussunzione e perciò di molto semplificata. (A dire il vero avrebbe potuto per questo richiamarsi al sillogismo pratico della tradizione). Il vantaggio che già l'applicazione apporta, sebbene in diversi gradi, è comunque altrettanto una prestazione della competenza di applicazione e deve perciò essere considerato anche nel processo di formazione. Non si tratta dunque solo di affinare il Giudizio a vedere se una caso cade sotto una determinata regola, ma anche a vedere quali ampliamenti ermeneutici sono necessari. Questo accrescimento, che è richiesto per il Giudizio determinante, deve essere una parte di un programma scolastico filosofico della competenza di applicazione. Può essere raggiunto un ottimale incremento della prassi solo se si unisce il punto centrale dell'esercitazione con quello del lavoro di ampliamento nell'applicazione. Da quello che vedo, la tradizione non lo ha sufficientemente tenuto in conto. Per questo qui si predilige il compito di una futura dottrina razionale del metodo pratico-filosofica. - Secondo, il cerchio, in cui la competenza di applicazione può essere acquisita e esercitata, deve essere allargato al di là dell'esperienza di sé e dell'osservazione dell'altro, alle quali pensa Kant. Ciò è necessario poiché il miglioramento della competenza diretto metodicamente non può aspettare le situazioni di applicazione reali, nelle quali l'effetto desiderato si presenta da sé. Piuttosto si tratta di prevenire tali situazioni, se possibile, attraverso la preparazione e l'abbreviazione. Gli esempi d'altra parte possono di nuovo essere istruttivi, sono anche però troppo lontani per influire direttamente sulla propria competenza. L'esercizio specifico non può quindi servirsi di casi modello costruiti artificialmente, situazioni simulate e scenari fittizi, che possono anticipare la prassi reale, anche se non pienamente, e per questo prepararla. Non si dice che il Giudizio pratico si possa sviluppare solo nei casi seri delle situazioni comportamentali reali. Esso si può affermare, ma si lascia sviluppare e coltivare anche sui campi di esercitazione di poco peso o in situazioni ricreate. L'intelligenza pratica, il colpo sicuro e l'abilità non devono dunque essere confuse con la capacità decisionale, il coraggio, il sangue freddo e altre proprietà caratteristiche del modo volitivo, che nei fatti può venire costruito meno facilmente, attraverso l'anticipazione, e conservato nel caso reale - Terzo, bisogna insistere, contro l'accentuazione kantiana morale del Giudizio, come anche contro il suo orientamento di tensione etica nell'etica prekantiana, sul fatto che entrambe le forme hanno il loro relativo diritto e perciò ugualmente considerate e diversamente tra di loro devono essere elevate in un'etica integrativa e in una filosofia pratica del futuro. Questo vale anche per la qui intesa acquisizione di competenza.
Riassumiamo ciò che fino qui è stato sviluppato; è stato mostrato che la dimensione di applicazione è metodicizzabile in diversi modi: in un primo grado, più contenutistico, attraverso una frase di regole secondarie, che regolano il rapporto con le regole di prim'ordine e perciò aiutano ad ampliare la stessa applicazione. La competenza di applicazione come tale non può più quindi essere posta sotto regole, ma può essere sottoposta a un'educazione formale. Si può in ciò riconoscere una dottrina del metodo di secondo livello, che si avvicina di alcuni passi alla prassi. Ciò che va oltre non è in nessun modo metodicamente comprensibile: è ciò oltre la guida pratica del Giudizio e anche oltre il non superato campo della prassi, dal quale il Giudizio è totalmente o in parte sconfitto. - Del resto la relazione di feedback, che vale generalmente tra l'applicazione e l'applicato, vale anche per gli aspetti metodici dell'applicazione. Ogni applicazione può virtualmente retroagire sulla metodica del primo o del secondo livello e modificarla sulla via dell'emergenza o dell'induzione. Solo in questo senso anche l'applicazione generale può influire sulla dottrina del metodo. Questo è certo meno necessario di come al contrario sarebbe comprendere altrimenti che contingente l'effetto della formazione di competenza sulla singola applicazione.
In conclusione, l'applicazione, che riproduce innanzitutto una condizione di ciò che deve essere applicato con determinati momenti di eccedenza, sia distinta dall'improvvisazione, che essenzialmente non applica, ma progetta il nuovo innovativamente e creativamente. Anche l'improvvisazione è propria dell'intelligenza pratica e in particolare del Giudizio, ma non più di quello determinante, bensì di quello riflettente. Per l'improvvisazione è importante produrre in situazioni insolite e non chiare strutture di senso praticabili e relazioni di effetto. Naturalmente entreranno con ciò in gioco anche determinate retro-esperienze, analogie e similitudini, ma ciò che distingue l'improvvisazione dall'applicazione è che per quella è caratteristico non tanto il legame con la condizione, ma la relativa assenza di connessione. Si può da ciò, nonostante l'accrescimento che anche l'applicazione porta con sé, distinguere l'improvvisazione dall'applicazione per lo meno in modo ideale. (Questo vale anche poi quando si vorrebbe vedere nell'applicazione una debole improvvisazione e, al contrario, nell'improvvisazione una forte applicazione). Nello stesso tempo il confronto mostra ancora una volta che l'applicazione non deve essere confusa con l'improvvisazione, come avviene chiaramente presso gli occasionalisti. Dall'altro lato diviene chiaro che per l'improvvisazione la dottrina del metodo del primo livello gioca a mala pena un ruolo: la didattica, la consulenza o l'istruzione non hanno qui luogo e anche la speciale formazione comportamentale non è qui efficace, poiché non ci sono, come invece nell'applicazione, speciali tipi di modi d'agire, che, attraverso i tipi di comportamento, sarebbero resi possibili e con ciò da programmare. Al contrario è istruttivo che anche il dono dell'improvvisazione come tale, così come la competenza dell'applicazione, può essere istruito e ottimizzato. La dottrina del metodo del secondo livello è dunque anche qui corrispondente. I metodi per l'applicazione sono analoghi a quelli del la competenza di formazione: se il processo di formazione deve essere diretto e accelerato oltre la contingenza della vita e metodicamente organizzato, si viene riportati indietro a situazioni e scenari simulati e riprodotti, che offrono l'occasione di praticare l'improvvisazione in piccolo e così successivamente di acquistare e esercitare la competenza di improvvisazione. Qui si tratta senz'altro di stimolare la spontaneità dell'attore al suo proprio comportamento nella risoluzione di problemi. Si può da ciò concludere che l'istruzione della competenza di improvvisazione deve essere di un grado ancora più formale della competenza di applicazione, nonostante ci siano anche tipiche comunanze, che possono essere sfruttate per una qualificazione speciale.
Inoltre bisogna sottolineare che l'improvvisazione non è solo differente dall'applicazione per definizione, ma non si estende neanche esclusivamente o anche solo primariamente al campo che è di solito riservato all'applicazione. L'improvvisazione si riferisce piuttosto al campo delle mete, delle norme e delle strategie d'azione, dunque va oltre quella possibile dimensione di applicazione. La competenza di improvvisazione è un momento dell'intelligenza pratica, che ha un carattere più fondativo rispetto alla relativa subordinata competenza di applicazione e di cui le chance e i rischi sono più grossi. Corrisponde alla scoperta - e il dono della scoperta dell'intelligenza teoretica si lascia però portare al più presto, nelle connessioni pratiche, in relazione con il Giudizio riflettente.
Le mie riflessioni in breve. Le conseguenze per la prassi filosofica devono essere tratte da persone più competenti. Ciò che io ho sviluppato preferibilmente come esempio dell'etica, può essere, mutatis mutandis, traslato alle restanti discipline della filosofia pratica. - E alla consulenza (Beratungspraxis) che appartiene rispettivamente a queste. L'intelligenza pratica e il Giudizio hanno un posto di valore nel campo sociale, politico o giuridico, secondo Aristotele sono addirittura diverse specie della stessa intelligenza pratica. Sicuramente sul piano del diritto la filosofia è presente solo indirettamente come filosofia del diritto normativa e applicativa, del resto similmente come nell'ambito della religione come filosofia della religione e non come teologia oppure in quello dell'arte come estetica e non come programmatica dell'arte.
Nella filosofia teoretica diminuisce la rilevanza della dimensione applicativa, fin quando il problema del "come" non si trasforma in quello precedente e diverso del "se". Per tanto vorrei sottolineare ancora una volta la tesi presentata, che i problemi immanenti della dimensione di applicazione della filosofia possono essere fondati sulla base della filosofia pratica e dell'etica.

 

 

[*]  Da adesso: Giudizio.

 

 


Traduzione italiana a cura di Raffaella Soldani

 

 

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