Provvisoriamente fratelli d'Italia
di G. Famiglietti (da il Principe n.24/25 del aprile/maggio 1997)
"Fratelli d'Italia" -composto nel 1847 dal musicista Michele Novaro e dal patriota mazziniano Goffredo Mameli nell'occasione "paroliere"- divenne inno nazionale della Repubblica Italiana nel 1946, in via provvisoria, poich� il 12 ottobre di quell'anno Cipriano Facchinetti, repubblicano e Ministro della Guerra nel II governo De Gasperi, annuncia in Consiglio dei Ministri la presentazione di un Decreto col quale l'inno di Mameli sarebbe divenuto "provvisoriamente" inno nazionale.
Tuttavia un tale decreto non venne mai presentato, ma quell'inno � rimasto in vigore fino ad oggi.
Forse solo il carattere della non definitivit� pu� spiegare come mai si adottasse allora un inno dalle espressioni fortemente retoriche ad anche, qua e l�,  inopportune.  Si pensi alla Vittoria
"schiava di Roma", una dizione quanto meno stravagante per un Paese reduce da una sconfitta; e che insieme all' "elmo di Scipio" non poteva non rammentare la retorica rimaneggiante tanto cara al regime da poco caduto.
Il riferimento poi ai "bimbi d'Italia" che si
"chiaman balilla", se nel 1847 serviva a richiamare un noto episodio dell mitologia patriottica, un secolo dopo riportava alla mente l'istituzione alla quale aveva affidato la fascistizzazione della giovent�, appunto l' Opera Nazionale Balilla.

La scarsa fortuna di cui gode da cinquant'anni l'inno affonda le sue radici nella complicata storia dei nostri inni nazionali.
La
"Marcia Reale", inno del Regno d'Italia, era musicalmente brutta e molti italiani non la riconobbero mai come proprio inno.  Tra l'Unit� e la Grande Guerra, in molte manifestazioni ufficiali, spesso i militanti repubblicani reclamavano, dopo la "Marcia", l'esecuzione dell'Inno di Garibaldi, da loro reputato il vero inno d'Italia.  Un'analoga duplicit� si sarebbe riproposta durante il Fascismo, quando alla "Marcia Reale" si facevano seguire le note di "Giovinezza".
L' 8 settembre segn� l'inizio di una crisi gravissima non solo nella organizzazione dello stato (per un anno e mezzo convissero due stati italiani) ma anche nel sentimento di appartenenza degli italiani stessi.  Questa crisi e le conseguenti spaccature si protrassero fino al 1946 con la divisione nel Paese tra Monarchici e Repubblicani.
Ne risentirono gli stessi simboli nazionali: tra il '43 e il '45 si videro sventolare ben tre diverse bandiere tricolori,  quella del Regno d'Italia, quella della Repubblica Sociale (con l'aquila e il fascio littorio al posto dello stemma sabaudo
- * ma vedi riquadro a sinistra, ndr) e infine quella dei partigiani comunisti italiani che combattevano in Istria a fianco dei "titini", recante al centro una stella rossa.
Forse allora qualcuno prese in considerazione il coro del
"Nabucco", di cui si � poi parlato pi� volte come un ottimo sostituto dell'Inno di Mameli: tuttavia, quel canto struggente alla Patria "s� bella e perduta" sarebbe stato del tutto fuori luogo nell'Italia del 1946.  Non a caso in quello stesso anno lo intonarono nell'Arena romana di Pola decine di migliaia di italiani che presto sarebbero stati costretti ad abbandonare la propria citt�, definitivamente assegnata alla Jugoslavia.
E poi -detto francamente- il coro del  Nabucco � il canto di un popolo di "sfigati".

Sarebbe forse stato logico che l'Italia repubblicana avesse adottato l'Inno di Garibaldi che, come si � detto, era stato sentito come il vero inno nazionale dalla gran parte dell'Italia pre-fascista; ma -come not�
Gaetano Salvemini- quel canto avrebbe disturbato Pio XII, visto il suo collegamento con  la tradizione democratica anticlericale.
Ma il vero motivo che ostava alla scelta dell'Inno di Garibaldi era rappresentato dal monopolio che ormai le Sinistre detenevano sul nome e sull'immagine del generale: durante la Resistenza "garibaldine" si erano chiamate le formazioni comuniste; nelle Amministrative del '46 a Roma e a Napoli il volto di Garibaldi era il simbolo del "Blocco del Popolo", che raggruppava comunisti e socialisti.
Alla caduta del Fascismo il 25 luglio del 1943 e nei comizi che nel giugno del '46 festeggiarono la vittoria della Repubblica, l'Inno di Mameli risuon� nelle piazze italiane insieme con quello di Garibaldi.  Si capisce che il ministro Facchinetti, repubblicano come il mazziniani Mameli, proponesse quel testo e quella musica come inno nazionale.
Le grandi trasformazioni vissute dall'Italia alla fine degli anni '50 non ebbero certo la loro colonna sonora nell'inno di Mameli. 
"Domenica � sempre domenica" sigla del "Musichiere" -come ha osservato Aldo Grasso- affratell� pi� dell'inno nazionale.
Ma per quanto brutto, per quanto scritto in prosa ridondante e per molti ormai incomprensibile, oggi forse avrebbe poco senso cambiarlo, perch� rappresenta comunque, nonostante tutto, un piccolo legame con il nostro passato, anche se si pu� pensare che Garibaldi avrebbe preferito quell'altra -come fa?- 
"Vamos a la playa, oh, oh, oh, oh!".

                                                                                                   Gianluca Famiglietti
* "Nell'ultimo numero de il Principe ho letto alcune precisazioni sull' Inno di Mameli che vorrei completare.
Infatti i nostri ministri del '46 non erano a conoscenza che predetto inno fu quello ufficiale della Repubblica Sociale Italiana.
Sempre per informarvi, preciso anche che la bandiera ufficiale della R.S.I. era solo verde, bianca e rossa, mentre quella con l'aquila e il fascio tra i rostri era quella
"di combattimento", cio� riservata ai reparti militari."
                 
Pietro Ciabattini
                          Firenze
il Principe, Pisa, 1994-2001 (il Principe, registr. Commissione attivit� studentesche dell'Universit� di Pisa)
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