| La logica del consumo di carne come norma sociale di intere popolazioni richiede invece lo sfruttamento intensivo di vaste aree per la produzione di mangimi ad alto livello nutritivo, che possano risultare economici per il trasporto e la distribuzione. E' risaputo che i terreni migliori e i migliori raccolti dei paesi poveri (tra cui anche quelli afflitti da frequenti carestie come l'Etiopia) vengono regolarmente accaparrati dalle ricche multinazionali della carne, che importano in occidente enormi quantit� di lenticchie, arachidi, soia, mais, frumento e altri preziosi alimenti vegetali destinati agli allevamenti intensivi occidentali e che dovrebbero invece servire a nutrire le popolazioni indigene. Naturalmente il denaro del pagamento di questi generi alimentari va a finire regolarmente nelle tasche sbagliate, alimentando la corruzione, le guerre e la violenza invece che le esigenze fondamentali della popolazione. In altri paesi, dove le estensioni di terreno fertile sono maggiori, enormi appezzamenti di terreno vengono usati come pascolo per sterminate mandrie di animali, che verranno poi esportati per il consumo dei paesi pi� ricchi. In entrambi i casi, si tratta di soluzioni ecologicamente ed economicamente svantaggiose, in cui qualcuno deve pagare il prezzo dello spreco -- solitamente sono le popolazioni locali che vengono espropriate della terra e dei suoi raccolti. Se poi consideriamo lo spreco di risorse collegato con la "produzione" di carne, risulta evidente che la soluzione del problema della fame nel mondo � strettamente subordinata a un indispensabile calo dei consumi di prodotti animali. Ora, il modello di vita dei paesi industrializzati (cio� i paesi "del benessere") rappresenta per i paesi in via di sviluppo una meta da imitare e raggiungere. Se il 20% del mondo sta gi� divorando l'80% delle risorse del pianeta, cosa succeder� se il rimanente 80% della popolazione mondiale cercher� di adeguare i propri livelli di consumo allo standard occidentale, fallimentare dal punto vista economico, e che si regge esclusivamente sullo sfruttamento delle nazioni non industrializzate? Quali pressioni demografiche e politiche vengono create da questa logica? Questo processo � gi� in atto. Ne vediamo i risultati nel fenomeno dell'immigrazione di massa, pi� o meno clandestina, nelle instabilit� politiche e sociali dei paesi in via di sviluppo, negli scontri apparentemente ideologici ma in realt� basati sulla ricerca del raggiungimento di un livello di vita pi� ricco secondo il modello di vita industriale. Mentre in molti campi di sviluppo questa tendenza � positiva e porta a una maggiore capacit� di comunicare, comprendere e interagire (nel caso ad esempio dell'informatica, della telematica, della cultura, dell'igiene, dell'educazione, dei trasporti ecc), nel campo dell'alimentazione non vegetariana conduce a una situazione insostenibile gi� nei paesi industrializzati. Il ciclo alimentazione non vegetariana/medicina chimica e invasiva/consumismo/spreco di risorse/inquinamento costituisce infatti uno dei fattori determinanti delle malattie sociali ed economiche dei paesi industrializzati. Vogliamo continuare a proporlo come modello di riferimento per l'intera societ� mondiale? Si tratta di una scelta estremamente pericolosa, che si rivolge facilmente anche contro coloro che pensano di poterla controllare a proprio vantaggio egoistico, proprio come un fabbricante di bombe rischia ogni giorno di saltare in aria lui stesso con tutta la fabbrica. Anche la pressione sociale nei paesi cosiddetti ricchi (che purtroppo tendono a diventare sempre meno ricchi, a causa di un meccanismo di circolo vizioso asato sull'avidit� e sullo spreco) potrebbe essere notevolmente alleviata da una politica nutrizionale diversa: l'alleggerimento del bilancio dei sussidi che sostengono l'industria della carne, il miglioramento del bilancio del pagamenti con l'estero, il miglioramento della salute generale del pubblico grazie a un'alimentazione pi� sana (e quindi una riduzione delle spese per la salute pubblica), la riduzione dei rischi ambientali e delle spese di recupero ambientale, lo sviluppo di nuove opportunit� nel mondo del lavoro e dell'economia che favoriscono una maggiore qualit� rispetto alla quantit� dei consumi (alimenti vegetali biologici per il consumo diretto, eccetera). Capitali, strutture e personale dell'industria della carne e della ristorazione convenzionale possono essere riconvertiti alla produzione e alla distribuzione di derivati della soia, ad esempio, che rappresentano un apporto nutrizionale addirittura superiore a quello della carne, con un costo iniziale della materia prima 35 volte inferiore, e di altri alimenti vegetali ad alta resa e di nuova concezione (latte vegetale di riso, lieviti alimentari, integratori alimentari a base di microalghe eccetera). In molti paesi industrializzati questa riconversione � gi� iniziata (come negli Stati Uniti, per esempio) e incontra grande favore tra il pubblico, dove il numero di vegetariani � in continuo aumento -- con oltre venti milioni di vegetariani censiti negli Stati Uniti. Da recenti sondaggi, risulta che in Lombardia, ad esempio, la percentuale di vegetariani supera gi� il 10% della popolazione totale. |