Ma come mai l'uomo � cos� attaccato al consumo di carne, nonostante tutti gli ottimi motivi per abbandonarlo? Come in altri casi analoghi, si tratta di un mito culturale collettivo che viene tramandato pi� o meno consapevolmente a livello sociale, e che � indispensabile affrontare e demolire per rendere possibile una scelta razionale e intelligente invece che un modello schematico di comportamento reattivo. Per metterne a nudo le radici, dobbiamo scavare nell'antropologia. Da dove proviene il concetto di carne come alimento? Quando ha cominciato, l'essere umano, a mangiare animali? Come abbiamo gi� detto, tutti gli istinti fisiologici e funzionali dell'uomo lo spingono ad evitare una simile azione. I bambini piccoli fanno fatica ad abituarsi a mangiare carne sotto qualsiasi forma, e molti adulti trovano estremamente difficile mangiare carne cruda. Persino molti convinti sostenitori del consumo di carne trovano fastidioso chi ricorda loro la provenienza e la natura di quello che stanno mangiando, e se costretti ad uccidere e squartare personalmente un animale per cibarsene, rinuncerebbero a mangiare. Per legge, i mattatoi devono essere "fuori vista" e privi di finestre sull'esterno. E' proibito girare filmati al loro interno, e la maggioranza della gente pensa comunque che, legge a parte, sarebbe uno spettacolo di pessimo gusto. L'arte e la letteratura, la semantica e le altre espressioni culturali considerano la macellazione di animali come un'attivit� barbarica, violenta, ripugnante, tanto da trasformare in termini fortemente negativi le parole "macellaio", "macello", "mattanza", e cos� via. Cercare di "riabilitare" artificialmente la "professione" del macellaio cambiandogli nome non avr� alcun risultato positivo, perch� nel giro di pochi anni anche il nuovo nome, per quanto vago e "professionale", assumer� connotazioni dispregiative e verr� usato figuratamente per indicare concetti negativi anche applicati ad altre situazioni. Il subconscio collettivo sa che uccidere � male. Si rende conto che uccidere animali innocenti e indifesi per mangiarli � contrario alla natura, all'etica, alla logica umana. Per razionalizzare questa attivit� e giustificarla a livello individuale e collettivo si creano strutture culturali, miti scientifici, medici e storici che come abbiamo visto reggono soltanto finch� non vengono messi a confronto con i fatti. Analizziamo ora le radici storiche del mito del consumo di carne. La storia comincia nelle societ� primitive e animiste, in cui veniva applicato il concetto di assimilazione del potere per contatto e ingestione. Come possiamo osservare ancora oggi in alcune culture "primitive", la cultura carnivora nasce generalmente dal concetto di base del cannibalismo: l'uomo si nutre o si nutriva ritualisticamente della potenza del capobranco o dell'animale-totem, imagine e incarnazione della forza magica della natura e della madre terra (cervo, bisonte, toro, eccetera) per acquisire le sue stesse qualit�, cosa che fanno normalmente anche i cannibali, per i quali mangiare il fegato o i cuore dei nemici coraggiosi aumenta il proprio valore in battaglia, o inghiottire la cenere e le ossa polverizzate dei parenti defunti permette loro di continuare a vivere nei loro discendenti viventi. Quest'idea primitiva sopravvive ancora nei luoghi comuni culturali moderni come "la carne fa sangue", "mangiare cervello fa diventare pi� intelligenti", e cos� via. Fortunatamente questa idea � stata rifiutata sul piano cosciente della maggior parte degli esseri umani, ma a livello subcosciente continua a sopravvivere in molte persone, anche se deviata in modo pi� "innocuo", a livello sociale e culturale, verso gli "animali da carne". La medicina ufficiale si � basata per secoli su questi presupposti, anche se inconsciamente, insegnando che "per fare carne bisogna mangiare carne" e "per fare sangue bisogna mangiare sangue". Oggi � ormai chiaro che tale assunto non � valido, ma le radici magico-ritualistiche continuano a prosperare nel sottofondo della superstizione anche sotto altre etichette. Un'altra profonda radice mitica del consumo di carne � l'antropocentrismo, cio� la convinzione di fondo che qualsiasi cosa animata o inanimata esista unicamente per essere sfruttata dall'uomo, per il suo vantaggio materiale e per il suo piacere egoistico. In questa visione del mondo, l'uomo si trova al vertice di una piramide -- o se preferiamo, della catena alimentare o delle risorse -- in cui gli � lecito utilizzare a suo capriccio qualsiasi cosa semplicemenente basandosi su considerazioni di profitto. L'opinione della Coscienza di Krishna su questa convinzione verr� esposta pi� avanti nella sezione che tratta del vegetarianesimo in Coscienza di Krishna, ma possiamo gi� osservare in questa sezione, dedicata agli aspetti non particolarmente religiosi o spirituali, che tale atteggiamento antropocentrista � diventato insostenibile nella presente situazione mondiale. L'espansione demografica incontrollata e i limiti delle risorse disponibili sul pianeta configurano necessariamente altre piramidi all'interno del gi� ristretto vertice "umano", in cui le popolazioni dei paesi industriali o le classi privilegiate costituiscono un vertice ancora pi� ridotto, che giustifica lo sfruttamento feroce del resto dell'umanit� in nome del proprio profitto. Si tratta di una situazione instabile, che pu� essere conservata solo con la repressione a livello culturale, sociale, economico e politico, e che trova il seme della sua distruzione nel suo stesso meccanismo. Nel corso dell'ultimo secolo un numero sempre maggiore di voci autorevoli si � levata contro queste logiche insane, con la creazione di associazioni vegetariane, naturiste, ambientaliste di vario genere, che propongono un nuovo ruolo per l'essere umano, un ruolo di guardiano e giardiniere invece che di saccheggiatore e dittatore indiscusso -- per permettere la stessa sopravvivenza dell'umanit�. Queste visioni idealistiche corrispondono esattamente all'insegnamento vedico secondo il quale l'universo costituisce il corpo del Signore e tutte le risorse costituiscono la Sua energia, e che insegna il rispetto e l'amore per il Signore e tutte le Sue manifestazioni. Uno sviluppo dell'etica secondo questa logica di amore e rispetto porterebbe anche a risolvere molti conflitti interiori negli esseri umani e molte cause di conflitti esteriori. Il primo passo su questa via, come diceva Tolstoi, costituisce nella scelta vegetariana. La violenza inutile, perpetrata sui deboli e sugli indifesi, porta chi la compie a soffocare in s� il rispetto verso la vita, la sensibilit�, la compassione, il senso della misura, il senso della giustizia. Le terribili condizioni di vita e di morte imposte oggi a miliardi di animali "da macello" (segregazione, riproduzione artificiale, modificazioni genetiche, allevamenti intensivi, modalit� di trasporto, mattatoi) non sono diverse da quelle che furono imposte dai nazisti nei campi di sterminio e non hanno nessuna vera necessit� di esistere tranne quella del profitto: perci� rappresentano per i vegetariani "etici" un vero e proprio crimine. Difendere i diritti degli animali o dell'ambiente non significa, come pensano molti, trascurare o negare i diritti dell'uomo. Anzi. Pi� l'uomo diventa cosciente dell'importanza della vita, dell'evoluzione della sensibilit�, della possibilit� di una cultura e di un sistema di vita non violenti e rispettosi dei diritti di tutti i viventi, pi� diventa sensibile verso le sofferenze dei suoi simili e pronto ad operare per alleviarle. Il genere di sopraffazione che si esercita nei confronti di un animale innocente � molto simile a quello che si rivolge contro un bambino, un malato, un minorato, una persona indifesa di qualsiasi genere. Le etnie e le comunit� tradizionalmente o ampiamente vegetariane sono statisticamente pi� pacifiche e civili, pi� orientate verso la ricerca della felicit� e della qualit� della vita, mentre le popolazioni che tradizionalmente sono costrette a cibarsi di alimenti non vegetariani, per mancanza di risorse ambientali (deserti, circolo polare ecc) o per schemi culturali molto forti, hanno alte percentuali di criminalit� e un complesso di valori basato sulla rapina e sull'aggressione, sulla sofferenza come fondamento della vita sia altrui che propria, sull'intolleranza e sulla rivalit�, sulla repressione della pluralit�, sulla violenza e sulla distruzione. Questa aggressivit� ingiustificata non � rivolta soltanto al di fuori della comunit�, come si potrebbe pensare, ma anche e soprattutto al suo interno, in particolare contro donne e bambini e contro tutti i "diversi" (minoranze religiose o etniche, dissidenti ecc). La mancanza di rispetto verso la vita e la sofferenza altrui, caratteristica cosciente o subconscia di chi mangia carne, porta molto facilmente a codardia e opportunismo, cio� a prevaricare sugli esseri pi� deboli. E' un atteggiamento istintivo che si riscontra anche nel regno animale: i carnivori e i predatori attaccano pi� volentieri le prede deboli, malate o indifese, oppure si radunano in branchi per braccare le prede pi� grosse e robuste, mentre gli erbivori e i frugivori, pur non essendo deboli o paurosi, attaccano violentemente soltanto per difesa. A questo proposito dobbiamo aprire una parentesi per sfatare un altro mito culturale: i vegetariani non sono necessariamente imbelli o deboli di carattere -- elefanti, bufali, bisonti, tori, rinoceronti, ippopotami, gorilla, sono animali potenti e pericolosi, che non molestano nessuno senza necessit� ma diventano terribili e mortali se provocati. Ora, l'evoluzione culturale dell'umanit� la pone di fronte a un interrogativo essenziale: l'uomo � o deve essere un animale predatore o un coltivatore civilizzato? In quanto animale predatore, le leggi dell'equilibrio naturale lo condannano all'estinzione in un futuro non troppo lontano poich� la sua popolazione � diventata eccessiva. Come coltivatore civilizzato (non intendiamo industrializzato, ma piuttosto cosciente delle leggi naturali ed evoluto nella consapevolezza) l'uomo ha maggiori possiblit� di sopravvivenza. E la scelta di fondo �, ancora una volta, una scelta vegetariana. |
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