II gatto che si crede pantera ( di Dacia Maraini)

Cosa ci fa un gatto nella mia vita non saprei dirlo. Ho sempre avuto cani. E cani dolcissimi, affettuosi, teneri, allegri con cui giocavo e mi divertivo.
L'estate scorsa è morto Mulino, il cane che è rimasto con me tredici anni. È morto dopo una lunga malattia. E dopo averlo curato per giorni e notti, pulendolo, imboccandolo, trasportandolo in braccio per casa, non ho neanche assistito alla sua morte perché ero in viaggio per lavoro. Quando sono tornata non c'era più. Un'amica che lo teneva mi ha detto "te ne regalo subito un altro". Ma non l'ho voluto. Qualcosa in me si rifiutava cocciutamente all'idea di sostituire il vecchio pazzo Mulino che mi aveva accompagnato per tanti anni.
In compenso sono incocciata in Carbone. Un gatto randagio, nero come una notte senza stelle, acciuffato al volo in mezzo a un mucchio di immondizie, tutto pelle e ossa. Aveva un collino da gallina, il muso tirato, le orecchie a sventola e una coda unta e attorcigliata da topo quando l'ho preso. Mi sono detta: lo farò stare bene e poi lo regalerò a qualcuno.
E invece è rimasto. Dopo qualche mese è diventato grosso. Ha fatto una faccia tonda, ha messo su una bella coda setosa e gonfia. Insomma è diventato bello. Grosso non tanto perché, per quanto sia nato povero e affamato, non ama mangiare. È schizzinoso. E anche un poco pervertito nei gusti. A lui piace la carne in scatola e solo quella. I pesci freschi, fossero dei saraghi o delle spigole, non lo interessano. Solo quando si trova nel piatto quei pezzetti marroncini e viscidi in cui non si sa mai bene cosa ci mettano oltre a qualche rimasuglio di carne, lui si avvicina e con molta degnazione ne manda giù qualche boccone.
Abituata all'affettuosità di Mulino questo gatto mi pare senza cuore.
Mi dicono che tutti i gatti sono così. Non amano le tenerezze. La cosa buffa è che lui, nell'intimo della sua anima, si crede una pantera. L'ho capito guardandolo muovere. Il sua corpo nero lucido si allunga con movenze lente e striscianti quando cammina. Spinge avanti prima la spalla sinistra, con i muscoli contratti e nello stesso tempo morbidi. Appoggia la zampa sul pavimento mentre tira su l'altra e spinge contemporaneamente in avanti la spalla destra come se spostasse una massa di ottanta chili.
I fianchi ondeggiano un po' a destra e un po' a sinistra dandogli un'aria da guappo che va cercando guai. Gli occhi socchiusi, appena un poco assonnati, vigilano. Ma si tratta di una vigilanza comica, teatrale.
Carbone, s'intende, non ha paura di niente e di nessuno. Né dei cani né della gente né delle automobili. Coi cani, anche grandi come vitelli, usa un metodo sicuro. Non soffia, non s'inarca, non miagola. Ma appena si avvicinano più di quanto piace a lui allunga una zampa, fulmineo, piantando le unghie affilate nel muso del malcapitato e poi gli volta la schiena. Nessun cane l'ha mai inseguito.
Della gente diffida ma non tanto. Nessuno l'ha mai picchiato perciò non scappa. Se qualcuno lo vuole abbracciare però è facile che allunghi la zampa. Questa zampa che quando è quieta ha un'aria pacifica, morbida e raccolta,nel momento in cui si apre con le unghie tese diventa enorme, lesta e cattiva. Un'arma tagliente pronta a cavare occhi e graffiare musi. Con le automobili ha un rapporta più contraddittorio. Gli piace accoccolarsi sul cofano quando è caldo. Gli piace montare sui tetto per pulirsi il pelo. Passa ore a pulirsi. Come tutti i gatti tiene molto alla nettezza della sua persona.
II suo sistema consiste nel bagnarsi di saliva l'interno di una zampa e poi sfregarsela contro le orecchie, contro il collo, contro la pancia più e più volte.
Quando invece è costretto a stare dentro la macchina per un viaggio diventa nevrastenico. Appena saliti in macchina lui salta sul lunotto e lì rimane a miagolare rabbiosamente per tutto il tempo.
Appena arrivati in campagna però ritorna felice. Per dimostrare la sua gioia si rotola sul prato davanti casa. Poi si arrampica in cima all'albero delle pere selvatiche. E lì rimane per qualche ora stiracchiandosi e guardando il mondo dall'alto.
Finalmente può agire da re.
In campagna ci sono tre cani: Arancio, il cane aristocratico dalla voce di leone, la bocca di drago, gli occhi rossi e semichiusi come vuole la razza. Poi c'è Bianchetto l'astuto, sempre a caccia di conigli e di topi, silenzioso e feroce abitante della quieta campagna romana. E infine c'è Spina,una setterina abbandonata che ha deciso di vivere nel fienile. È bianca, elegante e gioiosa. La sua passione consiste nel piantarti le zampe addosso soprattutto quando hai appena indossato una camicia pulita quando fuori piove ed è tutta inzaccherata.
Carbone li guarda giocare dall'alto del suo ramo, all'eterno gioco dell'amore, Bianchetto tiene d'occhio Spina che lui considera "cosa sua" mentre Spina amoreggia volentieri con altri cani perché si considera libera come l'aria. E Arancio che è un cane bello ma goffo le corre dietro senza però riuscire veramente mai a innamorarla.
Ogni tanto fra Bianchetto e Arancio si accende una zuffa. Tirano fuori i denti, si rotolano per terra urlando. Finché non accorre qualcuno a dividerli. Ma non si fanno mai veramente male. Spina nel frattempo se ne va in cerca di un grosso cane bianco, un pastore che sta proprio dietro la collina con le sue pecore.
Carbone, come tutte le pantere del mondo, ama cacciare. Ma lui mira alto.Solo gli uccelli sono degni del suo pensiero. Le lucertole, i topi, li lascia ai cani. Lui si aggira per i tetti, che d'altronde sembrano fatti apposta per le sue passeggiate: a più livel1i, non troppo ripidi e digradanti dolcemente verso la grondaia. Proprio in quella grondaia ormai vecchia e fuori uso i passeri fanno i nidi.
Si riconoscono dal pigolio continuo dei piccoli.
Intorno alla casa ogni lumachina senza guscio,ogni verme in superficie, ogni mosca appesantita dal cibo che si riposa sulla staccionata è in pericolo. Perché madre passerotta ha occhi formidabili. Cala giù decisa come un falco, afferra il poveretto al volo e lo riporta ai figli.
E 1ì trova Carbone,immobile, con gli occhi socchiusi che finge di dormire.
In realtà sono ore che segue attimo per attimo i movimenti dei passerotti per riuscire ad agguantarne uno.
La caccia una volta serviva per procacciarsi il cibo. Ma oggi ci sono le scatolette molto più comode e succulente. Perciò Carbone quando prende un uccelletto non se lo mangia.
Di solito me lo porta sul tavolo da lavoro,ancora vivo e urlante, con la testa imprigionata fra i denti. E lo lascia lì come segno del suo ardimento. Poi se ne va con quella sua aria da guappo a cercare qualcos'altro.
Come tutte le pantere che sanno di esserlo, Carbone ama esibirsi. Va matto per le sorprese, i camuffamenti, le contraffazioni.
Giorni fa pensavo di sentire piangere un neonato. Era lui, E quando mi sono avvicinata per vedere se stava male mi ha riso in faccia.
Altre volte tira fuori una voce da vedovella che chiede l'elemosina. E supplica: la carità, signori, la carità! Ma quando mi avvicino per dargli qualcosa da mangiare, allunga pigramente una zampa con tutte le unghie distese, pronto a graffiare.
Non è allegro Carbone, Ma non è neanche triste. Tutto preso dai suoi pensieri superbi scruta l'orizzonte con la sicurezza di chi si crede eterno.
Non so se si innamorerà mai. Ha vissuto per qualche mese vicino a una gatta, Ma lo snobbava. Era poco pantera, poco regina, E poi si era innamorata di un altro gatto, molto più grosso di lui, di un colore grigio fumo, irresistibile.
Qualche volta si siede davanti al gatto messicano di ceramica che tengo sullo scaffale dei libri e lo guarda.
Forse si chiede se dopotutto non sia anche lui solo un gatto, come quello lì, un poco ridicolo coi suoi fiori dipinti sul dorso, i suoi occhi gialli spalancati; una roba leggera e fragile che basta una zampata per mandarlo in pezzi.
Ma forse no, forse lo guarda proprio per ribadire a se stesso che se i gatti sono così, fragili e volgari, lui è diverso. Lui è una pantera dal colore della notte e si arrampica sul tronchetto della felicità come se fosse un baobab e si sporge in bilico sul muretto del terrazzo come fosse sui picchi del Kilimangiaro .
(rid. da D.Maraini, Mulino, Orlov e il gatto che si crede pantera, Piccola biblioteca millelire)

ATTIVITà SUL TESTO


1. Sottolinea con due colori diversi le parti che descrivono l'aspetto del gatto quando viene accolto in casa e quelle che riguardano il suo aspetto qualche tempo dopo.
Trova le parti utili per spiegare come si comporta il gatto con:
· Il cibo
· I cani
· Le auto
· I passeri
· Le lucertole e i topi
· Altri gatti
2. Trova le parti utili per spiegare come cammina il gatto, come miagola, come si comporta in casa
Per spiegare NON RICOPIARE, scrivi su un foglio,usando parole tue.
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