GIUSEPPE PARINI |
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LA NOTTE |
| La trascrizione delle opere di
Giuseppe Parini viene offerta per far comprendere la grandezza artistica e l'attualit�
del Poeta. Tale trascrizione non ha per il momento alcuna pretesa di accuratezza
filologica, ma sarebbe desiderio del curatore di questo sito accettare correzioni e
suggerimenti e poter offrire anche uno spazio per annotazioni di carattere
filologico. Chiunque abbia qualcosa da dire, da aggiungere o da far sapere � vivamente
pregato/a di collaborare al miglioramento del sito. Grazie. |
| LA NOTTE |
| N� tu contenderai
benigna Notte, |
| Gi� di tenebre involta e di
perigli, Sola squallida mesta alto sedevi Su la timida terra. Il debil raggio De le stelle remote e de' pianeti, Che nel silenzio camminando vanno, Rompea gli orrori tuoi sol quanto � duopo A sentirli assai pi�. Terribil ombra Giganteggiando si vedea salire Su per le case e su per l'alte torri Di teschi antiqui seminate al piede. E upupe e gufi e mostri avversi al sole Svolazzavan per essa; e con ferali Stridi portavan miserandi augurj. E lievi dal terreno e smorte fiamme Sorgeano in tanto; e quelle smorte fiamme Di su di gi� vagavano per l'aere Orribilmente tacito ed opaco; E al sospettoso adultero, che lento Col cappel su le ciglia e tutto avvolto Entro al manto sen g�a con l'armi ascose, Colpieno il core, e lo strignean d'affanno. E fama � ancor che pallide fantasime Lungo le mura de i deserti tetti Spargean lungo acutissimo lamento, Cui di lontano per lo vasto buio I cani rispondevano ululando. |
| Tal fusti o Notte allor che
gl'inclit'avi, Onde pur sempre il mio garzon si vanta, Eran duri ed alpestri; e con l'occaso Cadean dopo lor cene al sonno in preda; Fin che l'aurora sbadigliante ancora Li richiamasse a vigilar su l'opre Dei per novo cammin guidati rivi E su i campi nascenti; onde poi grandi Furo i nipoti e le cittadi e i regni. |
| Ma ecco Amore, ecco la madre
Venere, Ecco del gioco, ecco del fasto i Genj, Che trionfanti per la notte scorrono, Per la notte, che sacra � al mio signore Tutto davanti a lor tutto s'irradia Di nova luce. Le inimiche tenebre Fuggono riversate; e l'ali spandono Sopra i covili, ove le fere e gli uomini Da la fatica condannati dormono. Stupefatta la Notte intorno vedesi Riverberar pi� che dinanzi al sole Auree cornici, e di cristalli e spegli Pareti adorne, e vesti varie, e bianchi Omeri e braccia, e pupillette mobili, E tabacchiere preziose, e fulgide Fibbie ed anella e mille cose e mille. Cosi l'eterno caos, allor che Amore Sopra posovvi e il foment� con l'ale, Sent� il generator moto crearsi, Sent� schiuder la luce; e s� medesmo Vide meravigliando e i tanti aprirsi Tesori di natura entro al suo grembo. |
| O de' miei studj glorioso alunno, Tu seconda me dunque, or ch'io t'invito Glorie novelle ad acquistar l� dove O la veglia frequente o l'ampia scena I grandi eguali tuoi, degna de gli avi E de i titoli loro e di lor sorte E de i pubblici voti, ultima cura Dopo le tavolette e dopo i prandj E dopo i corsi clamorosi occ�pa. |
| Or dove ahi dove senza me t'aggiri Lasso! da poi che in compagnia del sole T'involasti pur dianzi a gli occhi miei? Qual palagio ti accoglie; o qual ti copre Da i nocenti vapor ch'Espero mena Tetto arcano e solingo; o di qual via L'ombre ignoto trascorri, ove la plebe Affrettando tenton s'urta e confonde? |
| Ahim�, tolgalo il ciel, forse il
tuo cocchio, Ove il varco � pi� angusto, il cocchio altrui Incontr� violento: e qual dei duo Retroceder convegna; e qual star forte, Disp�tano gli aurighi alto gridando. Sdegna invitto garzon sdegna d'alzare Fra il rauco suon di St�ntori plebei Tu' amabil voce; e taciturno aspetta, Sia che a l'un piaccia rovesciar dal carro Lo suo rivale; o rovesciato anch'esso Perigliar tra le rote; e te per l'alto De lo infranto cristal mandar carpone. Ma l'avverso cocchier d'un picciol urto Pago sen fugge o d'un resister breve: Al fin libero andrai. Tu non pertanto Doman chiedi vendetta; alto sonare Fa il sacrilego fatto; osa pretendi, E i tribunali minimi e i supremi Sconvolgi agita assorda: il mondo s'empia Del grave caso; e per un anno almeno Parli di te, de' tuoi corsier, del cocchio E del cocchiere. Di s� fatte cose Voi progenie d'eroi famosi andate Ne le bocche de gli uomini gran tempo. |
| Forse ciarlier fastidioso indugia Te con la dama tua nel vuoto corso. Forse a nova con lei gara d'ingegno Tu mal cauto venisti: e gi� la bella Teco del lungo repugnar s'adira; Gi� la man, che tu baci arretra, e tenta Liberar da la tua; e gi� minaccia Ricovrarsi al suo tetto, e quivi sola Involarse ad ognuno in fin che il sonno Venga pietoso a tranquillar suoi sdegni. Tu in van chiedi merc�; di mente in vano Tu a lei te stesso sconsigliata incolpi: Ella niega placarse. Il cocchio freme Dell'alterno clamore; e il cocchio in tanto Giace immobil fra l'ombra: e voi sue care Gemme il bel mondo impaziente aspetta. Ode il cocchiere al fin d'ambe le voci Un comando indistinto; e bestemmiando Sferza i corsieri; e via precipitando Ambo vi porta: e mal sa dove ancora. |
| Folle! Di che temei? Sperdano i
venti Ogni augurio infelice. Ora il mio eroe Fra l'amico tacer del vuoto corso Lieto si sta la fresca ora godendo Che dal monte lontan spira e consola. Siede al fianco di lui lieta non meno L'altrui cara consorte. Amor nasconde La incauta face; e il fiero dardo alzando Allontana i maligni. O nume invitto, Non sospettar di me; ch'io gi� non vegno Invido esplorator, ma fido amico De la coppia beata, a cui tu vegli. E tu signor tronca gl'indugi. Assai Fur gioconde quest'ombre, allor che prima Nacque il vago desio, che te congiunse All'altrui cara sposa or son due lune. Ecco il tedio a la fin serpe tra i vostri Cos� lunghi ritiri: e tempo � ormai Che in pi� degno di te pubblico agone Splendano i genj tuoi. Mira la Notte, Che col carro stellato alta sen vola Per l'eterea campagna; e a te col dito Mostra T�seo nel ciel, mostra Polluce, Mostra Bacco ed Alcide e gli altri egregi, Che per mille d'onore ardenti prove Col� fra gli astri a sfolgorar saliro. Svegliati a i grandi esempi; e meco affretta. |
| Loco �, ben sai, ne la citt�
famoso, Che splendida matrona apre al notturno Concilio de' tuoi pari, a cui la vita Fora senza di ci� mal grata e vile. Ivi le belle, e di feconda prole Inclite madri ad obliar sen vanno Fra la sorte del gioco i tristi eventi De la sorte d'amore, onde fu il giorno Agitato e sconvolto. Ivi le grandi Avole auguste e i genitor leggiadri De' gi� celebri eroi il senso e l'onta Volgon de gli anni a rintuzzar fra l'ire Magnanime del gioco. Ivi la turba De la feroce giovent� divina Scende a pugnar con le mutabil'arme Di vaghi giubboncei, d'atti vezzosi, Di bei modi del dir stamane appresi; Mentre la vanit� fra il dubbio marte Nobil furor ne' forti petti inspin; E con vario destin dando e togliendo La combattuta palma alto abbandona I leggeri vessilli all'aure in preda. |
| Ecco che gi� di cento faci e
cento Gran palazzo rifulge. Multiforme Popol di servi baldanzosamente Sale scende s'aggira. Urto e fragore Di rote di flagelli e di cavalli Che vengono che vanno, e stridi e fischi Di gente, che domandan che rispondono, Assordan l'aria all'alte mura intorno. Tutto � strepito e luce. O tu, che porti La dama e il cavalier dolci mie cure, Primo di carri guidator, qua volgi; E fra il denso di rote arduo cammino Con Olimpica man splendi; e d'un corso Subentrando i grand'atrj, a dietro lascia Qual pria le porte ad occupar tendea. Quasi a propria virt� plauda al gran fatto Il generoso eroe: plauda la bella, Che con l'agil pensier scorre gli aurighi De le dive rivali; e novi al petto Sente nascer per te teneri orgogli. |
| Ma il bel carro s'arresta: e a te
signore, A te prima di lei sceso d'un salto, Affidata la dea, lieve balzando, Col sonante calcagno il suol percote. Largo dinanzi a voi fiammeggi e grondi, Sopra l'ara de' numi ad arder nato, Il tesoro dell'api: e a lei da tergo Pronta di servi mano a terra proni Lo smisurato lembo alto sospenda: Somma felicit�, che lei separa Da le ricche viventi, a cui per anco, Misere! sopra il suol l'estrema veste Sibila per la polvere strisciando. |
| Ahi, se fresco sdegnuzzo i vostri
petti Dianzi forse agit�, tu chino e grave A lei porgi la destra; e seco innoltra, Quale ib�ro amador quando, raccolta Dall'un lato la cappa, contegnoso Guida l'amanza a diportarsi al vallo, Dove il tauro, abbassando i corni irati, Spinge gli uomini in alto; o gemer s'ode Crepitante Giudeo per entro al foco. Ma no; ch� l'amorosa onda pacata Oggi siede per voi: e quanto � duopo A vagarvi il piacer solo la increspa Una lieve aleggiando aura soave. Snello adunque e vivace offri a la bella Mollemente piegato il destro braccio Ella la manca v'inserisca. Premi Tu col gomito un poco. Anch'ella un poco Ti risponda premendo; e a la tua lena Dolce peso a portar tutta si doni, Mentre a piccioli salti ambo affrettate Per le sonanti scale alto celiando. |
| Oh come al tuo venir gli archi e
le volte De' gran titoli tuoi forte rimbombano! Come a quel suon volubili le porte Cedono spalancate; ed a quel suono Degna superbia in cor ti bolle; e face L'anima eccelsa rigonfiar pi� vasta! Entra in tal forma; e del tuo grande ingombra Gli spazj fortunati. Ecco di stanze Ordin lungo a voi s'apre. Altra di servi Infimo gregge alberga, ove tra lampi Di molteplice lume acceso e spento, E fra sempre incostanti ombre schiamazza Il sermon patrio e la facezia e il riso Dell'energica plebe. Altra di vaghi Zazzerati donzelli � certa sede, Ove accento stranier misto al natio Molle susurra: e s'apparecchia in tanto Copia di carte e multiforme avorio, Arme l'uno a la pugna, indice l'altro D'alti cimenti e di vittorie illustri. Al fin pi� interna, e di gran luce e d'oro E di ricchi tapeti aula superba Sta servata per voi prole de' numi. Io, di razza mortale ignoto vate, Come ardir� di penetrar fra i cori De' semidei, ne lo cui sangue in vano Gocciola impura cercheria con vetro Indagator colui che vide a nuoto Per l'onda genitale il picciol uomo? Qui tra i servi m' arresto; e qui da loro Nuove del mio signor virtudi ascose Tacito apprender�. Ma tu sorridi Invisibil Camena; e me rapisci Invisibil con te fra li negati Ad ognaltro profano aditi sacri. |
| Gi� il mobile de' seggi ordine
augusto Sovra i tiepidi strati in cerchio volge: E fra quelli eminente i fianchi estende Il grave canap�. Sola da un lato La matrona del loco ivi si posa; E con la man, che lungo il grembo cade Lentamente il ventaglio apre e socchiude Or di giugner � tempo. Ecco le snelle E le gravi per molto adipe dame, Che a passi velocissimi s'affrettano Nel gran consesso. I cavalieri egregi Lor camminano a lato: ed elle, intorno A la sede maggior vortice fatto Di s� medesme, con sommessa voce Brevi note bisbigliano; e dileguansi Dissimulando fra le sedie umili. |
| Un tempo il canap� nido giocondo Fu di risi e di scherzi, allor che l'ombre Abitar gli fu grato ed i tranquilli Del palagio recessi. Amor primiero Trov� l'opra ingegnosa. Io voglio, ei disse, Dono a le amiche mie far d'un bel seggio, Che tre ad un tempo nel suo grembo accoglia. Cos�, qualor de gl'importuni altronde Volga la turba, sederan gli amanti L'uno a lato dell'altro, ed io con loro. Disse, percosse ambe le palme; e l'ali Apr� volando impaziente all'opra. Ecco il bel fabbro lungo pian dispone Di tavole contesto, e molli cigne, A reggerlo vi d� vaghe colonne, Che del silvestre Pane i pi� leggieri Imitano scendendo; al dorso poi V'alza patulo appoggio; e il volge a i lati, Come far soglion flessuosi acanti O ricche corna d'Arcade montone. Indi, predando a le vaganti aurette L'ali e le piume, le condensa e chiude In tumido cuscin, che tutta ingombri La macchina elegante: e al fin l'adorna Di molli sete e di vernici e d'oro. Quanto il dono d'Amor piacque a le belle! Quanti pensier lor balen�ro in mente! Tutte il chiesero a gara: ognuna il volle Ne le stanze pi� interne: applause ognuna A la innata energia del vago arnese, Mal repugnante e mal cedente insieme Sotto ai mobili fianchi. Ivi sedendo Si ritrasser le amiche; e da lo sguardo De' maligni lontane, a i fidi orecchi Si mormor�ro i delicati arcani. Ivi la coppia de gli amanti, a lato Dell'arbitra sagace, o i nodi strinse; O calm� l'ira, e nuove leggi apprese. Ivi sovente l'amador faceto Raro volume all'altrui cara sposa Lesse spiegando; e con sorrisi arguti Fe' tra i fogli notar lepida imago. Il fortunato seggio invidia mosse De le sedie minori al popol vario: E fama � che talora invidia mosse Anco ai talami stessi. Ah perch� mai Vinto da insana ambizione usc�o Fra lo immenso tumulto e fra il clamore De le veglie solenni! Avvi due Genj Fastidiosi e tristi, a cui dier vita L'Ozio e la Vanit�, che noti al nome Di Puntiglio e di Noia, erran cercando Gli alti palagi e le vigilie illustri De la prole de' numi. Un ne le mani Porta verga fatale, onde sospende Ne' miseri percossi ogni lor voglia; E di macchine al par, che l'arte inventi Modera l'alme a suo talento e guida: L'altro piove da gli occhi atro vapore; E da la bocca sbadigliante esala Alito lungo, che sembiante a i pigri Soffi dell'austro, si dilata e volve, E d'inane torpor le menti occ�pa. Questa del canap� coppia infelice Allor prese l'imperio; e i risi e i giochi Ed Amor ne sospinse. Il trono � questo Ove le madri de le madri eccelse De' primi eroi esercitan lor tosse; Ove l'inclite mogli, a cui beata Rendon la vita titoli distinti Sbadigliano distinte. Ah, se tu sai, Fuggi ratto o signor, fuggi da tanto Pernicioso influsso: e l� fra i seggi De le pi� miti d�e, quindi remoto Con l'alma giovent� scherza e t'allegra. |
| Quanta folla d'eroi! Tu, che
modello D'ogni nobil virt�, d'ogn'atto eccelso, Esser dei fra' tuoi pari, i pari tuoi A conoscere apprendi; e in te raccogli Quanto di bello e glorioso e grande Sparse in cento di loro arte o natura. Altri di lor ne la carriera illustre Stampa i primi vestigi; altri gran parte Di via gi� corse; altri a la meta � giunto. In vano il vulgo temerario a gli uni Di fanciulli d� nome; e quelli adulti, Questi gi� vegli di chiamare ardisce: Tutti son pari. Ognun folleggia e scherza; Ognun giudica e libra; ognun del pari L'altro abbraccia e vezzeggia: in ci� soltanto Non simili tra lor, che ognun sua cura Ha diletta fra l'altre onde pi� brilli. |
| Questi � l'almo garzon, che con
maestri Da la scutica sua moti di braccio Desta sibili egregi; e l'ore illustra L'aere agitando de le sale immense, Onde i prischi trofei pendono e gli avi. L'altro � l'eroe, che da la guancia enfiata E dal torto oricalco a i trivj annuncia Suo talento immortal, qualor dall'alto De' famosi palagi emula il suono Di messagger, che frettoloso arrive. Quanto � vago a mirarlo allor che in veste Cinto spedita, e con le gambe assorte In amplo cuoio, cavalcando ai campi Rapisce il cocchio, ove la dama � assisa E il marito e l'ancella e il figlio e il cane! |
| Quegli or esce di l� dove ne'
fori Si ministran bevande ozio e novelle. Ei v'and� mattutin, partinne al pranzo, Vi torn� fino a notte: e gi� sei lustri Volgon da poi che il bel tenor di vita Giovinetto intraprese. Ah chi di lui Pu� sedendo trovar pi� grati sonni O pi� lunghi sbadigli; o pi� fiate D'atro rap� solleticar le nari; O a voce popolare orecchi e fede Prestar pi� ingordo e declamar pi� forte? |
| Ecco che il segue del figliuol di
Maia Il pi� celebre alunno, al cui consiglio Nel gran dubbio de' casi ognaltro cede; Sia che dadi versati, o pezzi eretti, O giacenti pedine, o brevi o grandi Carte mescan la pugna. Ei sul mattino Le stupide micranie o l'aspre tossi Molce giocando a le canute dame. Ei, gi� tolte le mense, i nati or ora Giochi a le belle declinanti insegna. Ei la notte raccoglie a s� dintorno Schiera d'eroi, che nobil estro infiamma D'apprender l'arte, onde l'altrui fortuna Vincasi e domi; e del soave amico Nobil parte de' campi all'altro ceda. |
| Vuoi su lucido carro in di solenne Gir trionfando al corso? Ecco quell'uno, Che al lavor ne presieda. E legni e pelli E ferri e sete e carpentieri e fabbri A lui son noti: e per l'Ausonia tutta E noto ei pure. Il C�labro di feudi E d'ordini superbo; i duchi e i prenci, Che pascon Mongibello; e fin gli stessi Gran nipoti Romani a lui sovente Ne commetton la cura: ed ei sen vola D'una in altra officina in fin che sorga, Auspice lui, la fortunata mole. Poi di tele ricinta, e contro all'onte De la pioggia e del sol ben forte armata, Mille e pi� passi l'accompagna ei stesso Fuor de le mura; e con soave sguardo La segue ancor sin che la via declini. |
| Vedi giugner colui, che di cavalli Invitto domator divide il giorno Fra i cavalli e la dama. Or de la dama La man tiepida preme; or de' cavalli Liscia i dorsi pilosi, ovver col dito Tenta a terra prostrato i ferri e l'ugna. Aim� misera lei quando s'indice Fiera altrove frequente! Ei l'abbandona; E per monti inaccessi e valli orrende Trova i lochi remoti, e cambia o merca. Ma lei beata poi quand'ei sen torna Sparso di limo; e novo fasto adduce Di frementi corsieri; e gli avi loro E i costumi e le patrie a lei soletta Molte lune ripete! Or vedi l'altro, Di cui pi� diligente o pi� costante Non fu mai damigella o a tesser nodi O d'aurei drappi a separar lo stame. A lui turgide ancora ambe le tasche Son d'ascose materie. Eran gi� queste Prezioso tapeto, in cui distinti D'oro e lucide lane i casi apparvero D'Ilio infelice: e il cavalier, sedendo Nel gabinetto de la dama, ormai Con ostinata man tutte divise In fili minutissimi le genti D'Argo e di Frigia. Un fianco solo avanza De la bella rapita; e poi l'eroe, Pur giunto al fin di sua decenne impresa, Andr� superbo al par d'ambo gli Atridi. |
| Ma chi l'opre diverse o i varj
ingegni Tutti esprimer poria, poi che le stanze Folte gi� son di cavalieri e dame? Tu per quelle t'avvolgi. Ardito e baldo Vanne, torna, ti assidi, ergiti, cedi, Premi, chiedi perdono, odi, domanda, Sfuggi, accenna, schiamazza, entra e ti mesci A i divini drappelli; e a un punto empiendo Ogni cosa dite, mira e conosci. |
| L� i vezzosi d'amor novi seguaci Lor nascenti fortune ad alta voce Confidansi all'orecchio; e ridon forte; E saltellando batton palme a palme: Sia che a leggiadre imprese Amor li guidi Fra le oscure mortali: o che gli assorba De le dive lor pari entro alla luce. Qui gli antiqui d'Amor noti campioni Con voci esili e dall'ansante petto Fuor tratte a stento rammentando vanno Le superate al fin tristi vicende. Indi gl'imberbi eroi, cui diede il padre La prima coppia di destrier pur ieri, Con animo viril celiano al fianco Di provetta belt�, che a i risi loro Alza scoppi di risa; e il nudo spande, Che di veli mal chiuso i guardi cerca, Che il cercarono un tempo. Indi gli adulti, A la cui fronte il primo ciuffo appose Fallace parrucchier, scherzan vicini A la sposa novella; e di bei motti Tendonle insidia, ove di lei s'intrichi L'alma inesperta e il timido pudore. Folli! Ch� ai detti loro ella va incontro Valorosa cos� come una madre Di dieci eroi. V'ha in altra parte assiso Chi di lieti racconti ovver di fole Non ascoltate mai raro promette A le dame trastullo; e ride e narra E ride ancor, bench� a le dame in tanto Sovra l'arco de' labbri aleggi e penda Insolente sbadiglio. Avvi chi altronde Con fortunato studio in novi sensi Le parole converte; o i simil suoni Pronto a colpir divinamente scherza. Alto al genio di lui plaude il ventaglio De le pingui matrone, a cui la voce Di vernacolo accento anco risponde. Ma le giovani madri, al latte avvezze Di pi� nuove dottrine, il sottil naso Aggrinzan fastidite; e pur col guardo Chieder sembran pietade a i belli spirti, Che lor siedono a lato; e a cui gran copia D'erudita efemeride distilla Volatile scienza entro a la mente. Altri altrove pugnando audace innalza Sovra d'ognaltro il palafren, ch'ei sale, O il poeta o il cantor, che lieti ei rende De le sue mense. Altri d� vanto all'else Lucido e bello de la spada, ond'egli Solo, e per casi non pi� visti, al fine Fu dal pi� dotto Anglico artier fornito. Altri grave nel volto ad altri espone Qual per l'appunto a gran convito apparve Ordin di cibi: ed altri stupefatto, Con profondo pensier con alte dita Conta di quanti tavolieri a punto Grande insolita veglia and� superba. Un fra l'indice e il medio inflessi alquanto, Molle ridendo, al suo vicin la gota Preme furtivo: e l'un da tergo all'altro Il pendente cappel sotto all'ascella Ratto invola; e del colpo a s� d� plauso. |
| Qual d'ogni lato i molti servi in
tanto E seggi e tavolieri e luci e carte Supellettile augusta entran portando? E sordo stropicciar di mossi scanni, E cigol�o di tavole spiegate Odo vagar fra le sonanti risa Di giovani festivi e fra le acute Voci di dame cicalanti a un tempo, Come intorno a selvaggio antico moro Sull'imbrunir del d� garrulo stormo Di frascheggianti passere novelle? |
| Sola in tanto rumor tacita siede La matrona del loco: e chino il fronte E increspate le ciglia, i sommi labbri Appoggia in sul ventaglio, arduo pensiere Macchinando tra s�. Medita certo Come al candor come al pudor si deggia La cara figlia preservar, che torna Doman da i chiostri, ove il sermon d'Italia Pur giunse ad obliar, meglio erudita De le Galliche grazie. Oh qual dimane Ne i genitor, ne' convitati, a mensa Ben cicalando ecciterai stupore Bella fra i lari tuoi vergin straniera! |
| Errai. Nel suo pensier volge di
cose L'alta madre d'eroi mole pi� grande: E nel dubbio crudel col guardo invoca De le amiche l'aita; e a s� con mano Il fido cavalier chiede a consiglio. Qual mai del gioco a i tavolier diversi Ordin porr�, che de le dive accolte Nulla obliata si dispetti; e nieghi Pi� qui tornare ad aver scorno ed onte? Come, con pronto antiveder, del gioco Il dissimil tenore a i genj eccelsi Assegner� conforme; ond'altri poi Non isbadigli lungamente, e pianga Le mal gittate ore notturne, e lei De lo infelice oro perduto incolpi? Qual paro e quale al tavolier medesmo E di campioni e di guerriere audaci Fia che tra loro a tenzonar congiunga, S� che giammai, per miserabil caso, La vetusta patrizia, ella e lo sposo Ambo di regi favolosa stirpe, Con lei non scenda al paragon, che al grado Per breve serie di scrivani or ora Fu de' nobili assunta: e il cui marito Gli atti e gli accenti ancor serba del monte? Ma che non pu� sagace ingegno e molta D'anni e di casi esperienza? Or ecco Ella compose i fidi amanti; e lungi De la stanza nell'angol pi� remoto Il marito costrinse, a d� s� lieti Sognante ancor d'esser geloso. Altrove Le occulte altrui, ma non fuggite all'occhio Dotto di lei bench� nascenti a pena Dolci cure d'amor, fra i meno intenti O i meno acuti a penetrar nell'alte Dell'animo lat�bre, in grembo al gioco Pose a crescer felici: e gi� in duo cori Grazia e merc� de la bell'opra ottiene. Qua gl'illustri e le illustri; e l� gli estremi Ben seppe unir de' novamente compri Feudi, e de' prischi gloriosi nomi Cui manc� la fortuna. Anco le piacque Accozzar le rivali, onde spiarne I mal chiusi dispetti. Anco per celia Pi� secoli adun�, grato aspettando E per gli altri e per s� riso dall'ire Settagenarie, che nel gioco accense Fien, con molta raucedine e con molto Tentennar di parrucche e cuffie alate. |
| Gi� per l'aula beata a cento
intorno Dispersi tavolier seggon le dive Seggon gli eroi, che dell'Esperia sono Gloria somma o speranza. Ove di quattro Un drappel si raccoglie: e dove un altro Di tre soltanto. Ivi di molti e grandi Fogli dipinti il tavolier si sparge: Qui di pochi e di brevi. Altri combatte; Altri sta sopra a contemplar gli eventi De la instabil fortuna e i tratti egregi Del sapere o dell'arte. In fronte a tutti Grave regna il consiglio: e li circonda Maestoso silenzio. Erran sul campo Agevoli ventagli, onde le dame Cercan ristoro all'agitato spirto Dopo i miseri casi. Erran sul campo Lucide tabacchiere. Indi sovente Un'util rimembranza un pronto avviso Con le dita si attigne: e spesso volge I destini del gioco e de la veglia Un atomo di polve. Ecco sen ugne La panciuta matrona intorno al labbro Le calugini adulte: ecco sen ugne Le nari delicate e un po' di guancia La sposa giovinetta. In vano il guardo D'esperto cavalier, che gi� su lei Medita nel suo cor future imprese, Le domina dall'alto i pregi ascosi: E in van d'un altro timidetto ancora Il pertinace pi� l'estrema punta Del bel pi� le sospigne. Ella non sente O non vede o non cura. Entro a que' fogli, Ch'ella con man si lieve ordina o turba, De le pompe muliebri a lei concesse Or s'agita la sorte. Ivi � raccolto Il suo cor la sua mente. Amor sorride; E luogo e tempo a vendicarsi aspetta. |
| Chi la vasta quiete osa da un lato Romper con voci successive or aspre Or molli or alte ora profonde, sempre Con tenore ostinato al par di secchi, Che scendano e ritornino piagnenti Dal cupo alveo dell'onda; o al par di rote, Che sotto al carro pesante, per lunga Odansi strada scricchiolar lontano? L'ampia tavola � questa, a cui s'aduna Quanto mai per aspetto e per maturo Senno il nobil concilio ha di pi� grave O fra le dive socere o fra i nonni O fra i celibi gi� da molti lustri Memorati nel mondo. In sul tapeto Sorge grand'urna, che poi scossa in volta La dovizia de' numeri comparte Fra i giocator, cui numerata � innanzi D'immagini diverse alma vaghezza. Qual finge il vecchio, che con man la negra Sopra le grandi porporine brache Veste raccoglie; e rubicondo il naso Di grave stizza alto minaccia e grida L'aguzza barba dimenando. Quale Finge colui, che con la gobba enorme E il naso enorme e la forchetta enorme Le cadenti lasagne avido ingoia. Quale il multicolor zanni leggiadro, Che, col pugno posato al fesso legno, Sovra la punta dell'un pi� s'innoltra; E la succinta natica rotando, Altrui volge faceto il nero ceffo. N� d'animali ancor copia vi manca, O al par d'umana creatura l'orso Ritto in due piedi, o il miccio, o la ridente Simmia, o il caro asinello, onde a s� grato E giocatrici e giocator fan speglio. |