GIUSEPPE PARINI |
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IL MATTINO |
| La trascrizione delle opere di
Giuseppe Parini viene offerta per far comprendere la grandezza artistica e l'attualit�
del Poeta. Tale trascrizione non ha per il momento alcuna pretesa di accuratezza
filologica, ma sarebbe desiderio del curatore di questo sito accettare correzioni e
suggerimenti e poter offrire anche uno spazio per annotazioni di carattere
filologico. Chiunque abbia qualcosa da dire, da aggiungere o da far sapere � vivamente
pregato/a di collaborare al miglioramento del sito. Grazie. |
Il Mattino |
| Sorge il mattino in compagnia dell'alba Dinanzi al sol che di poi grande appare Su l'estremo orizzonte a render lieti Gli animali e le piante e i campi e l'onde. Allora il buon villan sorge dal caro Letto cui la fedel moglie e i minori Suoi figlioletti intiepidir la notte: Poi sul dorso portando i sacri arnesi Che prima ritrov� Cerere o Pale Move seguendo i lenti bovi, e scote Lungo il picciol sentier da i curvi rami Fresca rugiada che di gemme al paro La nascente del sol luce rifrange. Allora sorge il fabbro, e la sonante Officina riapre, e all'opre torna L'altro di non perfette; o se di chiave Ardua e ferrati ingegni all'inquieto Ricco l'arche assecura; o se d'argento E d'oro incider vuol gioielli e vasi Per ornamento a nova sposa o a mense. |
| Ma che? Tu inorridisci e mostri in capo Qual istrice pungente irti i capelli Al suon di mie parole? Ah il tuo mattino Signor questo non �. Tu col cadente Sol non sedesti a parca cena, e al lume Dell'incerto crepuscolo non gisti Ieri a posar qual nei tugurj suoi Entro a rigide coltri il vulgo vile A voi celeste prole a voi concilio Almo di semidei altro concesse Giove benigno: e con altr'arti e leggi Per novo calle a me guidarvi � d'uopo. Tu tra le veglie e le canore scene E il patetico gioco oltre pi� assai Producesti la notte: e stanco alfine In aureo cocchio col fragor di calde Precipitose rote e il calpestio Di volanti corsier lunge agitasti Il queto aere notturno; e le ten�bre Con fiaccole superbe intorno apristi Siccome allor che il Siculo terreno Da l'uno a l'altro mar rimbombar f�o Pluto col carro a cui splendeano innanzi Le tede de le Furie anguicrinite. Tal ritornasti a i gran palagi: e quivi Cari conforti a te porgea la mensa Cui ricoprien prurigginosi cibi E licor lieti di Francesi colli E d'Ispani e di Toschi o l'Ungarese Bottiglia a cui di verdi ellere Bromio Concedette corona, e disse: or siedi De le mense reina. Alfine il Sonno Ti sprimacci� di propria man le c�ltrici Molle cedenti, ove te accolto il fido Servo cal� le ombrifere cortine: E a te soavemente i lumi chiuse Il gallo che li suole aprire altrui. Dritto � per� che a te gli stanchi sensi Da i tenaci papaveri Morfeo Prima non solva che gi� grande il giorno Fra gli spiragli penetrar contenda De le dorate imposte; e la parete Pingano a stento in alcun lato i rai Del sol ch'eccelso a te pende sul capo. |
| Or qui principio le leggiadre cure Denno aver del tuo giorno: e quindi io deggio Sciorre il mio legno, e co' precetti miei Te ad alte imprese ammaestrar cantando. Gi� i valetti gentili udir lo squillo De' penduli metalli a cui da lunge Moto improvviso la tua destra impresse; E corser pronti a spalancar gli opposti Schermi a la luce; e rigidi osserv�ro Che con tua pena non osasse Febo Entrar diretto a saettarte i lumi Ergi dunque il bel fianco, e si ti appoggia Alli origlier che lenti degradando All'omero ti fan molle sostegno; E coll'indice destro lieve lieve Sovra gli occhi trascorri, e ne dilegua Quel che riman de la Cimmeria nebbia; Poi de' labbri formando un picciol arco Dolce a vedersi tacito sbadiglia. Ahi se te in s� vezzoso atto mirasse Il duro capitan quando tra l'arme Sgangherando la bocca un grido innalza Lacerator di ben costrutti orecchi, S'ei te mirasse allor, certo vergogna Avria di s� pi� che Minerva il giorno Che di flauto sonando al fonte scorse Il turpe aspetto de le guance enfiate. |
| Ma il damigel ben pettinato i crini Ecco s'innoltra; e con sommessi accenti Chiede qual pi� de le bevande usate Sorbir tu goda in preziosa tazza. Indiche merci son tazza e bevande: Scegli qual pi� desii. S'oggi a te giova Porger dolci a lo stomaco fomenti Onde con legge il natural calore V'arda temprato, e al digerir ti vaglia, Tu il cioccolatte eleggi, onde tributo Ti di� il Guatimalese e il Caribeo Che di barbare penne avvolto ha il crine: Ma se noiosa ipocondria ti opprime, O troppo intorno a le divine membra Adipe cresce, de' tuoi labbri onora La nettarea bevanda ove abbronzato Arde e fumica il grano a te d'Aleppo Giunto e da Moca che di mille navi Popolata mai sempre insuperbisce. Certo fu d'uopo che da i prischi seggi Uscisse un regno, e con audaci vele Fra straniere procelle e novi mostri E teme e rischi ed inumane fami Superasse i confin per tanta etade Inviolati ancora: e ben fu dritto Se Pizzarro e Cortese umano sangue Pi� non stim�r quel ch'oltre l'Oce�no Scorrea le umane membra; e se tonando E fulminando alfin spietatamente Balzaron gi� da i grandi aviti troni Re Messicani e generosi Incassi, Poi che nuove cos� venner delizie O gemma degli eroi al tuo palato |
| Cessi '1 cielo per� che in quel momento Che le scelte bevande a sorbir prendi, Servo indiscreto a te improvviso annunci O il villano sartor che non ben pago D'aver teco diviso i ricchi drappi Oso sia ancor con polizza infinita Fastidirti la mente; o di lugubri Panni ravvolto il garrulo forense Cui de' paterni tuoi campi e tesori Il periglio s'affida; o il tuo castaldo Che gi� con l'alba a la citt� discese Bianco di gelo mattutin la chioma. Cos� zotica pompa i tuoi maggiori Al di nascente si vedean dintorno: Ma tu gran prole in cui si f�o scendendo E pi� mobile il senso e pi� gentile Ah sul primo tornar de' lievi spirti All'uficio diurno ah non ferirli D'imagini si sconce. Or come i detti Di costor soffrirai barbari e rudi; Come il penoso articolar di voci Smarrite titubanti al tuo cospetto; E tra l'obliquo profondar d'inchini Del calzar polveroso in su i tapeti Le impresse orme indecenti? Ahim� che fatto Il salutar licore agro e indigesto Ne le viscere tue te allor faria E in casa e fuori e nel teatro e al corso Ruttar plebeiamente il giorno intero! |
| Non fia che attenda gi� ch'altri lo
annunci Gradito ognor bench� improvviso il dolce Mastro che il tuo bel pi� come a lui piace Guida e corregge. Egli all'entrar s'arresti Ritto sul limitare, indi elevando Ambe le spalle qual testudo il collo Contragga alquanto, e ad un medesmo tempo Il mento inchini, e con l'estrema falda Del piumato cappello il labbro tocchi. E non men di costui facile al letto Del mio signor t'innoltra o tu che addestri A modular con la flessibil voce Soavi canti; e tu che insegni altrui Come vibrar con maestrevol arco Sul cavo legno armoniose fila. N� la squisita a terminar corona Che segga intorno a te manchi o signore Il precettor del tenero idioma Che da la Senna de le Grazie madre Pur ora a sparger di celeste ambrosia Venne all'Italia nauseata i labbri. All'apparir di lui l'Itale voci Tronche cedano il campo al lor tiranno: E a la nova inefabil melodia De' sovrumani accenti odio ti nasca Pi� grande in sen contro a le bocche impure Ch'osan macchiarse ancor di quel sermone Onde in Valchiusa fu lodata e pianta Gi� la bella Francese; e i culti campi All'orecchio de i re cantati furo Lungo il fonte gentil da le bell'acque. |
| Or te questa o signor leggiadra schiera Al novo di trattenga: e di tue voglie Irresolute ancora or quegli or questi Con piacevol discorso il vano adempia, Mentre tu chiedi lor tra i lenti sorsi Dell'ardente bevanda a qual cantore Nel vicin verno si dar� la palma Sovra le scene; e s'egli � il ver che rieda L'astuta Frine che ben cento folli Milordi rimand� nudi al Tamigi; O se il brillante danzator Narcisso Torni pur anco ad agghiacciare i petti De' palpitanti Italici mariti. Cos� poi che gran pezzo a i novi albori Del tuo mattin teco scherzato fia Non senza aver da te rimosso in prima L'ipocrita pudore e quella schifa Che le accigliate gelide matrone Chiaman modestia, alfine o a lor talento O da te congedati escan costoro. Doman quindi potrai o l'altro forse Giorno a i precetti lor porgere orecchio Se a' bei momenti tuoi cure minori Porranno assedio. A voi divina schiatta Pi� assai che a noi mortali il ciel concesse Domabile midollo entro al cer�bro, Si che breve lavoro unir vi puote Ampio tesor d'ogni scienza ed arte. Il vulgo intanto a cui non lice il velo Aprir de' venerabili misterj Fie pago assai poi che vedr� sovente Ire o tornar dal tuo palagio i primi D'arte maestri; e con aperte fauci Stupefatto ber� le tue sentenze. |
| Ma gi� vegg'io che le oziose lane Premer non sai pi� lungamente: e in vano Te l'ignavo tepor lusinga e molce, Per� che te pi� gloriosi affanni Aspettan l'ore ad illustrar del giorno. O voi dunque del primo ordine servi Che di nobil signor ministri al fianco Siete incontaminati, or dunque voi Al mio divino Achille al mio Rinaldo L'armi apprestate. Ed ecco in un baleno I damigelli a' cenni tuoi star pronti. Gi� ferve il gran lavoro. Altri ti veste La serica zimarra ove bei fregi Diramansi Chinesi; altri se il chiede Pi� la stagione a te le membra copre Di stese infino al pi� tiepide pelli; Questi al fianco ti cinge il bianco lino Che sciorinato poi cada e difenda I calzonetti; e quei d'alto curvando Il cristallino rostro in su le mani Ti versa onde odorate, e da le mani In limpido bacin sotto le accoglie; Quale il sapon del redivivo muschio Olezzante all'intorno; e qual ti porge Il macinato di quell'arbor frutto Che a Rodope fu gi� vaga donzella, E piagne in van sotto mutate spoglie Demofoonte ancor Demofoonte; Un di soavi essenze intrisa spugna Onde tergere i denti; e l'altro appresta Onde imbiancar le guance util licore. |
| Assai Signore a te pensasti: or volgi L'alta mente per poco ad altri obbietti Non men degni di te. Sai che compagna Con cui partir de la giornata illustre I travagli e le glorie il ciel destina Al giovane signore. Impallidisci? Ahi non parlo di nozze. Antiquo e vieto Dottor sarei se cos� folle io dessi A te consiglio. Di tant'alte doti Gi� non orni cos� lo spirto e i membri Perch� in mezzo a la fulgida carriera Tu il tuo corso interrompa, e fuora uscendo Di cotesto a ragion detto bel mondo, In tra i severi di famiglia padri Relegato ti giacci a nodi avvinto Di giorno in giorno pi� noiosi e fatto Ignobil fabbro de la razza umana. D'altra parte il marito ahi quanto spiace, E lo stomaco move a i delicati Del vostr'orbe felice abitatori Qualor de' semplicetti avoli nostri Portar osa in ridevole trionfo La rimbambita f� la pudicizia Severi nomi. E qual non suole a forza Entro a' melati petti eccitar bile Quando i computi vili del castaldo Le vendemmie i ricolti i pedagoghi Di que' si dolci suoi bambini altrui Gongolando ricorda; e non vergogna Di mischiar cotai fole a peregrini Subbietti a nuove del dir forme a sciolti Da volgar fren concetti, onde s'avviva De' begli spirti il conversar sublime. Non per� tu senza compagna andrai; Ch� tra le fide altrui giovani spose Una te n'offre inviolabil rito Del bel mondo onde sei parte si cara. |
| Tempo fu gi� che il pargoletto Amore Dato era in guardia al suo fratello Imene; Tanto la madre lor temea che il cieco Incauto nume perigliando gisse Misero e solo per oblique vie; E che, bersaglio a gl'indiscreti colpi Di senza guida e senza freno arciere, Immaturo al suo fin corresse il seme Uman che nato � a dominar la terra. Quindi la prole mal secura all'altra In cura dato avea s� lor dicendo: Ite o figli del par; tu pi� possente Il dardo scocca, e tu pi� cauto il reggi A certa meta. Cos� ognor congiunta Iva la dolce coppia; e in un sol regno, E d'un nodo comun l'alme strignea. Allora fiu che il sol mai sempre uniti Vedea un pastore ed una pastorella Starsi al prato a la selva al colle al fonte: E la suora di lui vedeali poi Uniti ancor nel talamo beato Ch'ambo gli amici numi a piene mani Gareggiando spargean di gigli e rose. Ma che non puote anco in divini petti Se mai s'accende ambizion d'impero? Crebber l'ali ad Amor, crebbe l'ardire; Onde a brev'aere prima indi securo A vie maggior fidossi, e fiero alfine Entr� nell'alto, e il grande arco crollando E il capo risonar fece a quel moto Il duro acciar che a tergo la faretra Gli empie, e grid�: solo regnar vogl'io. Disse, e volto a la madre: Amore adunque Il pi� possente in fra gli dei, il primo Di Citerea figliuol ricever leggi, E dal minor german ricever leggi Vile alunno anzi servo? Or dunque Amore Non oser� fuor ch'una unica volta Fiedere un'alma come questo schifo Da me pur chiede? E non potr� giammai Da poi ch'io strinsi un laccio anco disciorlo A mio talento, e se m'aggrada, un altro Strignerne ancora? E lascer� pur ch'egli Di suoi unguenti impece a me i miei dardi Perch� men velenosi e men crudeli Scendano a i petti? Or via perch� non togli A me da le mie man quest'arco e queste Armi da le mie spalle, e ignudo lasci Quasi rifiuto de gli dei Cupido? Oh il bel viver che fia quando tu solo Regni in mio loco! Oh il bel vederti, lasso! Studiarti a torre da le languid'alme La stanchezza e il fastidio, e spander gelo Di foco in vece! Or genitrice intendi: Vaglio e vo' regnar solo. A tuo piacere Tra noi parti l'impero, ond'io con teco Abbia omai pace; e in compagnia d'Imene Me non veggan mai pi� le umane genti. Amor qui tacque; e minaccioso in atto Parve all'Idalia dea chieder risposta. Ella tenta placarlo, e preghi e pianti Sparge ma in van; tal ch'a i due figli volta Con questo dir pose al contender fine: Poi che nulla tra voi pace esser puote, Si dividano i regni: e perch� l'uno Sia dall'altro fratello ognor disgiunto Sien diversi tra voi e il tempo e l'opra. Tu che di strali altero a fren non cedi L'alme ferisci, e tuffo il giorno impera; E tu che di fior placidi hai corona Le salme accoppia, e con l'ardente face Regna la notte. Or quindi almo Signore Venne il rito gentil che ai freddi sposi Le tenebre concede e de le spose Le caste membra; e a voi beata gente E di pi� nobil mondo il cor di queste E il dominio del di largo destina. |
| Dunque ascolta i miei detti, e meco
apprendi Quai tu deggia il mattin cure a la bella Che spontanea o pregata a te si diede In tua dama quel di lieto che a fida Carta, n� senza testimoni fitro A vicenda commessi i patti santi E le condizion del caro nodo. Gi� la dama gentile i vaghi rai Al novo giorno aperse; e suo primiero Pensier fu dove teco ir pi� convenga A vegliar questa sera; e gravemente Consult� con lo sposo a lei vicino, O a baciarle la man pur dianzi ammesso. Ora � tempo o Signor che il fido servo E il pi� accorto tra' tuoi voli al palagio Di lei chiedendo se tranquilli sonni Dormio la notte; e se d'immagin liete Le fu M�rfeo cortese. E ver che ieri Al partir l'ammirasti in viso tinta Di freschissime rose; e pi� che mai Viva e snella balzar teco dal cocchio; E la vigile tua mano per vezzo Ricusar sorridendo allor che l'ampie Scale sal� del maritale albergo: Ma ci� non basti ad acquetarti; e mai Non obliar si giusti ufici. Ahi quanti Genj malvagi fra l'orror notturno Godono uscire, ed empier di perigli La placida quiete de' viventi! Poria, tolgalo il cielo, il picciol cane Con latrato improvviso i cari sogni Troncar de la tua dama; ond'ella, scossa Da subito capriccio, a rannicchiarse Astretta fosse di sudor gelato E la fronte bagnando e il guancial molle. Anco poria colui che si de' tristi Come de' lieti sogni � genitore, Crearle in mente di nemiche idee In un congiunte orribile chimera; Tal che agitata e in ansioso affanno Gridar tentasse, e non per� potesse Aprire a i gridi tra le fauci il varco. Sovente ancor de la passata sera La perduta nel gioco aurea moneta Non men che al cavalier suole a la dama Lunga vigilia cagionar: talora Nobile invidia de la bella amica Vagheggiata da molti: e tal or breve Gelosia n'� cagione. A questo aggiugni Gl'importuni mariti i quai nel capo Ravvolgendosi ancor le viete usanze, Poi che cessero ad altri il giorno, quasi Aggian fatto gran cosa, aman d'Imene Con superstizion serbare i dritti, E dell'ombra notturna esser tiranni, Ahi con qual noia de le caste spose Ch'indi preveggon fra non molto il fiore Di lor fresca beltade a s� rapito. |
| Mentre che il fido messagger sen rieda Magnanimo signor gi� non starai Ozioso per�. Nel campo amato Pur in questo momento il buon cultore Suda e incallisce al vomere la mano Lieto che i suoi sudor ti fruttin poi Dorati cocchi e pellegrine mense. Ora per te l'industre artier sta fiso Allo scarpello all'asce al subbio all'ago: Ed ora in tuo favor contende o veglia Il ministro di Temi. Ecco te pure La tavoletta or chiama. Ivi i bei pregi De la natura accrescerai con l'arte, Ond'oggi, uscendo, del beante aspetto Beneficar potrai le genti, e grato Ricompensar di sue fatiche il mondo. |
| Ogni cosa � gi� pronta. All'un de' lati Crepitar s'odon le fiammanti brage Ove si scalda industrioso e vario Di ferri arnese a moderar del fronte Gl'indocili capei. Stuolo d'Amori Invisibil sul foco agita i vanni, E per entro vi soffia alto gonfiando Ambe le gote. Altri di lor v'appressa Pauroso la destra; e prestamente Ne rapisce un de' ferri: altri rapito Tenta com'arda in su l'estrema cima Sospendendol dell'ala; e cauto attende Pur se la piuma si contragga o fume: Altri un altro ne scote; e de le ceneri Fuligginose il ripulisce e terge. Tali a le vampe dell'Etn�a fucina, Sorridente la madre, i vaghi Amori Eran ministri all'ingegnoso fabbro: E sotto a i colpi del martel frattanto L'elmo sorgea del fondator Latino. All'altro lato con la man rosata Como e di fiori inghirlandato il crine I bissi scopre ove di Idalj arredi Almo tesor la tavoletta espone. Ivi e nappi eleganti e di canori Cigni morbide piume; ivi raccolti Di lucide odorate onde vapori; Ivi di polvi fuggitive al tatto Color diversi o ad imitar d'Apollo L'aurato biondo o il biondo cenerino Che de le sacre Muse in su le spalle Casca ondeggiando tenero e gentile. Che se a nobil eroe le fresche labbra Repentino spirar di rigid'aura Offese alquanto, v'� stemprato il seme De la fredda cucurbita: e se mai Pallidetto ei si scorga, � pronto all'uopo Arcano a gli altri eroi vago cinabro. N� quando a un semideo spuntar sul volto Pustula temeraria osa pur fosse, Multiforme di nei copia vi manca, Ond'ei l'asconda in sul momento, ed esca Pi� periglioso a saettar co i guardi Le belle inavvedute, a guerrier pari Che, gi� poste le bende a la ferita, Pi� glorioso e furibondo insieme Sbaragliando le schiere entra nel folto. |
| Ma gi� velocemente il mio Signore Tre volte e quattro il gabinetto scorse Col crin disciolto e su gli omeri sparso, Quale a Cuma solea l'orribil maga Quando agitata dal possente nume Vaticinar s'udia. Cos� dal capo Evaporar lasci� de gli olj sparsi Il nocivo fermento e de le polvi Che roder gli porien la molle cute, O d'atroci emicranie a lui lo spirto Trafigger lungamente. Or ecco avvolto Tutto in candidi lini a la grand'opra E pi� grave del di s'appresta e siede. Nembo dintorno a lui vola d'odori Che a le varie manteche ama rapire L'aura vagante lungo i vasi ugnendo Le leggerissim'ale di farfalla: E lo speglio patente a lui dinanzi Altero sembra di raccor nel seno L'imagin diva; e stassi a gli occhi suoi Severo esplorator de la tua mano O di bel crin volubile architetto. |
| O di bel crin volubile architetto Tu pria chiedi all'eroe qual pi� gli aggrade Spargere al crin, se i gelsomini o il biondo Fior d'arancio piuttosto o la giunchiglia O l'ambra preziosa a gli avi nostri. Ma se la sposa altrui cara all'eroe Del talamo nuzial si lagna, e scosse Pur or da lungo peso i casti lombi, Ah fuggi allor tutti gli odori ah fuggi; Ch� micidial potresti a un sol momento Pi� vite insidiar: semplici sieno I tuoi balsami allor: n� oprarli ardisci Pria che di lor deciso aggian le nari Del mio signore e tuo. Pon mano poi Al pettin liscio, e con l'ottuso dente Lieve solca le chiome; indi animoso Le turba e le scompiglia; e alfin da quella Alta confusion traggi e dispiega, Opra di tua gran mente, ordin superbo Io breve a te parlai; ma il tuo lavoro Breve non fia per�; n� al termin giunto Prima sar� che da' pi� strani eventi S'involva o tronchi all'alta impresa il filo. Fisa i guardi a lo speglio; e l� sovente Il mio signor vedrai morder le labbra Impaziente, ed arrossir nel volto. Sovente ancor, se men dell'uso esperta Parr� tua destra, del convulso piede Udrai lo scalpitar breve e frequente, Non senza un tronco articolar di voce Che condanni e minacci. Anco t'aspetta Veder talvolta il cavalier sublime Furiando agitarsi, e destra e manca Porsi a la chioma, e dissipar con l'ugne Lo studio di molt'ore in un momento. Che pi�? Se per tuo male un di vaghezza D'accordar ti prendesse al suo sembiante Gli edifici del capo, e non curassi Ricever leggi da colui che venne Pur ier di Francia, ah quale atroce folgore, Meschino! allor ti penderia sul capo? Tu allor l'eroe vedresti ergers'in piedi, E per gli occhi versando ira e dispetto Mille strazj imprecarti, e scender fino Ad usurpar le infami voci al vulgo Per farti onta maggiore, e di bastone Il tergo minacciarti, e violento Rovesciare ogni cosa, al suol spargendo Rotti cristalli e calamistri e vasi E pettini ad un tempo. In simil guisa, Se del tonante all'ara o de la Dea Che ricovr� dal Nilo il turpe Phallo Tauro spezzava i raddoppiati nodi E libero fuggia, vedeansi a terra Cader tripodi tazze bende scuri Litui coltelli, e d'orridi mugiti Commosse rimbombar le arcate volte, E d'ogni lato astanti e sacerdoti Pallidi all'urto e all'impeto involarse Del feroce animal che pria si queto Gia di fior cinto; e sotto a la man sacra Umiliava le dorate corna. Tu non pertanto coraggioso e forte Dura e ti serba a la miglior fortuna. Quasi foco di paglia � foco d'ira In nobil petto. Il tuo signor vedrai Mansuefatto a te chieder perdono, E sollevarti oltr'ogni altro mortale Con preghi e scuse a niun altro concesse; Tal che securo sacerdote a lui Immolerai lui stesso, e pria d'ognaltro Larga otterrai del tuo lavor mercede. |
| Or Signore a te riedo. Ah non sia colpa Dinanzi a te s'io travviai col verso Breve parlando ad un mortal cui degni Tu de gli arcani tuoi. Sai che a sua voglia Questi ogni di volge e governa i capi De' semidei pi� chiari: e le matrone Che da i sublimi cocchi alto disdegnano Chinar lo sguardo a la pedestre turba, Non disdegnan sovente entrar con lui In festevoli motti allor ch'esposti A la sua man sono i ridenti avorj Del bel collo e del crin l'aureo volume. Per� m'odi benigno or ch'io t'apprendo L'ore a passar pi� graziose intanto Che il pettin creator doni a le chiome Leggiadra o almen non pi� veduta forma. |
| Breve libro elegante a te dinanzi Tra gli arnesi vedrai che l'arte aduna Per disputare a la natura il vanto Del renderti si caro a gli occhi altrui. Ei ti lusingher� forse con liscia Purpurea pelle onde vestito avrallo O Mauritano conciatore o Siro: E d'oro fregi delicati e vago Mutabile color che il collo imite De la colomba v'avr� sparso intorno Squisito legator Batavo o Franco: E forse incisa con venereo stile Vi fia serie d'imagini interposta, Lavor che vince la materia, e donde Fia che nel cor ti si ridesti e viva La stanca di piaceri offusa voglia. Or tu il libro gentil con lenta mano Togli, e non senza sbadigliare un poco Aprilo a caso o pur l� dove il parta Tra l'uno e l'altro foglio indice nastro. |
| O de la Francia Proteo multiforme Scrittor troppo biasmato e troppo a torto Lodato ancor, che sai con novi modi Imbandir ne' tuoi scritti eterno cibo A i semplici palati, e se maestro Di color che a s� fingon di sapere, Tu appresta al mio signor leggiadri studj Con quella tua fanciulla all'Anglo infesta, Onde l'Enrico tuo vinto � d'assai, L'Enrico tuo che in vano abbatter tenta L'Italian Goffredo ardito scoglio Contro a la Senna d'ogni vanto altera. Tu de la Francia onor, tu in mille scritti Celebrata da' tuoi novella Aspasia Taide novella a i facili sapienti De la Gallica Atene i tuoi precetti Tu pur detta al mio eroe: e a lui non meno Pasci l'alto pensier tu che all'Italia, Poi che rapirle i tuoi l'oro e le gemme, Invidiasti il fedo loto ancora Onde macchiato � il Certaldese o l'altro Per cui va si famoso il pazzo Conte. Questi o signore i tuoi studiati autori Fieno e mill'altri che guid�ro in Francia I bendati Sultani i Regi Persi E le peregrinanti Arabe dame, O che con penna liberale a i cani Ragion don�ro e a i barbari sedili, E dier feste e conviti e liete scene A i polli ed alle gru d'amor maestre. Oh pascol degno d'anima sublime Oh chiara oh nobil mente! A te ben dritto E' che s'incurvi riverente il vulgo, E gli oracoli attenda. Or chi fie dunque Si temerario che in suo cor ti beffe Qualor partendo da s� gravi studj Del tuo paese l'ignoranza accusi, E tenti aprir col tuo felice raggio La Gotica caliggine che annosa Siede su gli occhi a le misere genti? Cos� non mai ti venga estranea cura Questi a troncar si preziosi istanti In cui del pari e a la dorata chioma Splendor dai novo ed al celeste ingegno |
| Non pertanto avverr� che tu sospenda Quindi a poco il versar de' libri amati, E che ad altro ti volga. A te quest'ora Condurr� il merciaiol che in patria or torna Pronto inventor di lusinghiere fole E liberal di forastieri nomi A merci che non mai varc�ro i monti. Tu a lui credi ogni detto. E chi vuoi ch'ose Unqua mentire ad un tuo pari in faccia? Ei fia che venda se a te piace o cambi Mille fregi e lavori a cui la moda Di viver concedette un giorno intero Tra le folte d'inezie illustri tasche: Poi lieto se n'andr� con l'una mano Pesante di molt'oro; e in cor gioiendo Spreger� le bestemmie imprecatrici E il gittato lavoro e i vani passi Del calzolar diserto e del drappiere; E dir� lor: "Ben degna pena avete O troppo ancor religiosi servi De la necessitade, antiqua � vero Madre e donna dell'arti, or nondimeno Fatta cenciosa e vile. Al suo possente Amabil vincitor v'era assai meglio O miseri ubbidire. Il lusso il lusso Oggi sol puote dal ferace corno Versar su l'arti a lui vassalle applausi E non contesi mai premj e ricchezze". |
| L'ore fien queste ancor che a te ne vegna Il delicato miniator di belle Che de la corte d'Amatunta uscio Stipendiato ministro atto a gli affari Sollecitar dell'amorosa diva. Or tu l'affretta impaziente e sprona Si ch'a te porga il desiato avorio Che de le amate forme impresso ride, Sia che il pennel cortese ivi dispieghi L'alme sembianze del tuo viso, ond'aggia Tacito pasco allor che te non vede La pudica d'altrui sposa a te cara; Sia che di lei medesma al vivo esprima Il vago aspetto; o se ti piace ancora D'altra belt� furtiva a te presenti Con pi� largo confin le amiche membra. Doman fie poi che la concessa imago Entro arnese gentil per te si chiuda Con opposto cristallo ove tu faccia Sovente paragon di tua beltade Con la belt� de la tua dama; o a i guardi Degl'invidi la tolga, e in sen l'asconda Sagace tabacchiera; o a te riluca Sul minor dito in fra le gemme e l'oro; O de le grazie del tuo viso desti Soavi rimembranze al braccio avvolta Dell'altrui fida sposa a cui se' caro. Ed ecco alfin che a le tue luci appare L'artificio compiuto. Or cauto osserva Se bene il simulato al ver s'adegue, Vie pi� rigido assai se il tuo sembiante Esprimer denno i colorati punti Che l'arte ivi dispose. Or brune troppo A te parran le guance, or fia ch'ecceda Mal frenata la bocca, or qual conviene A camuso Eti�pe il naso fia. Anco sovente d'accusar ti piaccia Il dipintor che non atteggi ardito L'agili membra e il dignitoso busto; O che mal tra le leggi a la tua forma Dia contorno o la posi o la panneggi. E' ver che tu del grande di Crotone Non conosci la scola, e mai tua destra Non abbassossi a la volgar matita Che fu nell'altra et� cara a' tuoi pari Cui non gustate ancora eran pi� dolci E pi� nobili cure a te serbate. Ma che non puote quel d'ogni scienza Gusto trionfator che all'ordin vostro In vece di maestro il ciel concesse; E d'onde a voi coni� le altere menti Acci� che possan dell'uman confine Oltrepassar la paludosa nebbia E d'etere pi� puro abitatrici Non fallibili sc�rre il vero e il bello? Per� qual pi� ti par loda o riprendi Non men fermo d'allor che a scranna siedi Raffael giudicando o l'altro egregio Che del gran nome suo l'Adige onora; E a le tavole ignote i noti nomi Grave comparti di color che primi Furo nell'arte. Ah s'altri � si procace Ch'osi rider dite, costui pavente L'augusta maest� del tuo cospetto, Si volga a la parete, e mentre cerca Por freno in van col morder de le labbra A lo scrosciar de le importune risa Che scoppian da' precordj, violenta Convulsione a lui deforme il volto, E lo affoghi aspra tosse e lo punisca Di sua temerit�. Ma tu non pensa Ch'altri ardisca di te rider giammai; E mai sempre imperterrito decidi. |
| Or giunta � alfin del dotto pettin l'opra: E il maestro elegante intorno spande Da la man scossa polveroso nembo, Onde a te innanzi tempo il crine imbianchi. D'orribil piato risonar s'udio Gi� la corte d'Amore. I tardi vegli Grinzuti os�r co' giovani nipoti Contendere di grado in faccia al soglio Del comune lor dio. Rise la fresca Gioventude animosa; e d'agri motti Libera punse la senil baldanza. Gran tumulto nascea, se non che Amore Ch'ogni diseguaglianza odia in sua corte A spegner mosse i perigliosi sdegni: E a quei che militando incanutiro Suoi servi apprese a simular con arte I duo bei fior che in giovanile gota Educa e nudre di sua man natura: Indi fe' cenno; e in un balen fur visti Mille alati ministri alto volando Scoter lor piume, onde fiocc� leggera Candida polve che a posar poi venne Su le giovani chiome; e in bianco volse E il biondo e il nero e l'odiato rosso. L'occhio cos� nell'amorosa reggia Pi� non distinse le due opposte etadi: E solo vi rest� giudice il tatto. Tu pertanto o signor tu che se' il primo Fregio ed onor dell'Acidalio regno I sacri usi ne serba. Ecco che sparsa Gi� da provvida man la bianca polve In piccolo stanzin con l'aere pugna, E de gli atomi suoi tutto riempie Egualmente divisa. Or ti fa core, E in seno a quella vorticosa nebbia Animoso ti avventa. Oh bravo! oh forte! Tale il grand'avo tuo tra il fumo e il foco Orribile di Marte furiando Gittossi allor che i palitanti Lari De la patria difese, e ruppe e in fuga Mise l'oste feroce. Ei nondimeno Fuligginoso il volto e d'atro sangue Asperso e di sudore e co' capelli Stracciati ed irti de la mischia uscio Spettacol fero a i cittadini stessi Per sua man salvi; ove tu, assai pi� vago E leggiadro a vederse in bianca spoglia Scenderai quindi a poco a bear gli occhi De la cara tua patria a cui dell'avo Il forte braccio e il viso almo celeste sia Del nipote dovean portar salute. |
| Non vedi omai qual con solerte mano Rechin di vesti a te pubblico arredo I damigelli tuoi? Rodano e Senna Le tesserono a gara; e qui cucille Opulento sartor cui su lo scudo Serpe intrecciato a forbici eleganti Il titol di mons�: n� sol d� leggi A la materia la stagion diverse, Ma qual pi� si conviene al giorno e all'ora Varj sono il lavoro e la ricchezza. Vieni o fior de gli eroi vieni; e qual suole Nel pi� dubbio de' casi alto monarca Avanti al trono suo convocar lento Di satrapi concilio a cui nell'ampia Calvizie de la fronte il senno appare; Tal di limpidi spegli a un cerchio in mezzo Grave t'assidi, e lor sentenza ascolta. Un giacendo al tuo pi� mostri qual deggia Liscia e piana salir su per le gambe La docil calza: un sia presente al volto, Un dietro al capo: e la percossa luce Quinci e quindi tornando, a un tempo solo Tutto al giudizio de' tuoi guardi esponga L'apparato dell'arte. Intanto i servi A te sudino intorno; e qual piegate Le ginocchia in sul suol prono ti stringa Il molle pi� di lucidi fermagli; E qual del biondo crin che i nodi eccede Su le schiene ondeggiante in negro velo I tesori raccoglia; e qual gi� pronto Venga spiegando la nettarea veste. Fortunato garzone a cui la moda In fior�i canestri e di vermiglia Seta coperti prepar� tal copia D'ornamenti e di pompe! Ella pur ieri A te dono ne Feo. La notte intera Faticaron per te cent'aghi e cento; E di percossi e ripercossi ferri Per le tacite case and� il rimbombo: Ma non in van poi che di novo fasto Oggi superbo nel bel mondo andrai; E per entro l'invidia e lo stupore Passerai de' tuoi pari eguale a un dio Folto bisbiglio sollevando intorno. |
| Figlie de la memoria inclite suore Che invocate scendendo i feri nomi De le squadre diverse e de gli eroi Annoveraste a i grandi che cant�ro Achille Enea e il non minor Buglione, Or m'� d'uopo di voi. Tropp'ardua impresa E insuperabil senza vostr'aita Fia ricordare al mio signor di quanti Leggiadri arnesi graver� sue vesti Pria che di s� nel mondo esca a far pompa. Ma qual di tanti e s� leggiadri arnesi S� felice sar� che innanzi a gli altri Signor venga a formar tua nobil soma? Tutti importan del pari. Ecco l'astuccio Di pelli rilucenti ornato e d'oro Sdegnar la turba, e gli occhi tuoi primiero Occupar di sua mole. Esso a cent'usi Opportuno si vanta: e ad esso in grembo Atta a gli orecchi a i denti a i peli all'ugne Vien forbita famiglia. A i primi onori Seco s'affretta d'odorifer'onda Pieno cristal che a la tua vita in forse Doni conforto allor che il vulgo ardisca Troppo accosto vibrar da la vil salma Fastidiosi effiuvj a le tue nari. N� men pronto di quello e all'uopo stesso L'imitante un cuscin purpureo drappo Reca turgido il sen d'erbe odorate Che l'aprica montagna in tuo favore Al possente meriggio educa e scalda. |
| Ecco vien poi da cristallina rupe Tolto nobil vasello. Indi traluce Prezioso confetto ove a gli aromi Stimolanti s'un� l'ambra o la terra Che il Giappon manda a profumar de' grandi L'etereo fiato, o quel che il Caramano Fa gemer latte dall'inciso capo De' papaveri suoi; perch� se mai Non ben felice amor l'alma t'attrista, Lene serpendo per li membri acquete A te gli spirti, e ne la mente induca Lieta stupidit� che mille adune Imagin dolci e al tuo desio conformi. A tanto arredo il cannocchial succeda E la chiusa tra l'oro Anglica lente. Quel notturno favor ti presti allora Che al teatro t'assidi, e t'avvicini O i pi� leggeri o le canore labbra Da la scena remota; o con maligno Guardo dell'alte vai logge spiando Le abitate ten�bre; o miri altronde Gli ognor nascenti e moribondi amori De le tenere dame, onde s'appresti All'eloquenza tua nel di venturo Lunga e grave materia. A te la lente Nel giorno assista; e de gli sguardi tuoi Economa presieda; e si li parta Che il mirato da te vada superbo, N� i mal visti accusarte osin giammai. La lente ancor su l'occhio tuo sedendo Irrefragabil giudice condanni O approvi di Palladio i muri e gli archi O di Tizian le tele: essa a le vesti A i libri a i volti feminili applauda Severa o li dispregi: e chi del senso Comun s� privo fia che insorger osi Contro al sentenziar de la tua lente? Non per questa per� sdegna o signore Giunto a lo speglio in Gallico sermone Il vezzoso giornal, non le notate Eburnee tavolette a guardar preste Tuoi sublimi pensier fin ch'abbian luce Doman tra i belli spirti; e non isdegna La picciola guaina ove al tuo cenno Mille ognora stan pronti argentei spilli. |
| Oh quante volte a cavalier sagace Ho vedut'io le man render beate Uno apprestato a tempo unico spillo! Ma dove ahi dove inonorato e solo Lasci '1 coltello a cui l'oro e l'acciaro Don�r gemma lama, e a cui la madre De la gemma pi� bella d'Anfitrite Di� manico elegante, onde il colore Con dolce variar l'iride im�ta? Verr� il tempo verr� che ne' superbi Convivj ognaltro avanzerai per fama D'esimio trinciatore; e i plausi e i gridi De' tuoi gran pari ecciterai qualora, Pollo o fagian con le forcine in alto Sospeso, a un colpo il priverai dell'anca Mirabilmente. Or qual pi� resta omai Onde colmar tue tasche inclito ingombro? Ecco a molti colori oro distinto, Ecco nobil testuggine su cui Voluttuose imagini lo sguardo Invitan de gli eroi. Copia squisita Di fumido rap� quivi � serbata E di spagna oleoso, onde lontana Pur come suol fastidioso insetto Da te fugga la noia. Ecco che smaglia Cupido a te di circondar le dita Vivo splendor di preziose anella. Ami la pietra ove si stanno ignude Sculte le Grazie, e che il Giudeo ti fece Creder opra d'Argivi allor ch'ei chiese Tanto tesoro, e d'erudito il nome Ti comparti prostrandosi a' tuoi piedi? Vuoi tu i lieti rubini? O pi� t'aggrada Sceglier quest'oggi l'Indico adamante L� dove il lusso incantator costrinse La fatica e il sudor di cento buoi Che pria vagando per le tue campagne Facean sotto a i lor pi� nascere i beni? Prendi o tutti o qual vuoi; ma l'aureo cerchio Che sculto intorno � d'amorosi motti Ognor teco si vegga, e il minor dito Premati alquanto, e sovvenir ti faccia Dell'altrui fida sposa a cui se' caro. Vengane alfin de gli orioi gemmati Venga il duplice pondo; e a te de l'ore Che all'alte imprese dispensar conviene Faccia rigida prova. Ohim� che vago Arsenal minutissimo di cose Ciondola quindi, e ripercosso insieme Molce con soavissimo tintinno! Ma v'hai tu il meglio? Ah si che i miei precetti Sagace prevenisti. Ecco risplende Chiuso in breve cristallo il dolce pegno Di fortunato amor: lungi o profani, Ch� a voi tant'oltre penetrar non lice. |
| Compiuto � il gran lavoro. Odi Signore Sonar gi� intorno la ferrata zampa De' superbi corsier che irrequieti Ne' grand'atrj sospinge arretra e volge La disciplina dell'ardito auriga. Sorgi e t'appresta a render baldi e lieti Del tuo nobile incarco i bruti ancora. Ma a possente signor scender non lice Da le stanze superne infin che al gelo O al meriggio non abbia il cocchier stanco Durato un pezzo, onde l'uom servo intenda Per quanto immensa via natura il parta Dal suo signore. Or dunque i miei precetti Io seguir�, ch� varie al tuo mattino Portar dee cure il variar de' giorni: Tu dolce intanto prenderai solazzo Ad agitar fra le tranquille dita Dell'oriolo i ciondoli vezzosi. |
| Signore al ciel non � cosa pi� cara Di tua salute: e troppo a noi mortali E' il viver de' tuoi pari util tesoro. Uopo � talor che da gli egregi affanni T'allevj alquanto, e con pietosa mano Il teso per gran tempo arco rallente. Tu dunque allor che placida mattina Vestita rider� d'un bel sereno Esci pedestre, e le abbattute membra All'aura salutar snoda e rinfranca. Di nobil cuoio a te la gamba calzi Purpureo stivaletto, onde giammai Non profanin tuo pi� la polve o il limo Che l'uom calpesta. A te s'avvolga intorno Veste leggiadra che sul fianco sciolta Sventoli andando; e le formose braccia Stringa in maniche anguste a cui vermiglio O cilestro ermesino orni gli estremi Del bel color che l'elitropio tigne O pur d'oriental candido bisso Voluminosa benda indi a te fasci La snella gola. E il crin... Ma il crin signore Forma non abbia ancor da la man dotta Dell'artefice suo; ch� troppo fora, Ahi troppo grave error lasciar tant'opra De le licenziose aure in balia. N� senz'arte per� vada negletto Su gli omeri a cader; ma o che natura A te il nodrisca; o che da ignote fronti Il pi� famoso parrucchier lo involi, E lo adatti al tuo capo, in sul tuo capo Ripiegato l'afferri e lo sospenda Con testugginei denti il pettin curvo. Ampio cappello alfin che il disco agguagli Del gran lume Febeo tutto ti copra, E allo sguardo profan tuo nume asconda. Poi che cos� le belle membra ornate Con artificj negligenti avrai, Esci soletto a respirar talora I mattutini fiati: e lieve canna Brandendo con la man, quasi baleno Le vie trascorri, e premi ed urta il vulgo Che s'oppone al tuo corso. In altra guisa Fora colpa l'uscir; per� che andri�no Mal dal vulgo distinti i primi eroi. |
| Tal giorno ancora, o d'ogni giorno forse Fien qualch'ore serbate al molle ferro Che i peli a te rigermoglianti a pena D'in su la guancia miete; e par che invidj Ch'altri fuor che s� solo indaghi o scopra Unqua il tuo sesso. Arroge a questo il giorno Che di lavacro universal convienti Terger le vaghe membra. E' ver che allora D'esser mortal dubiterai; ma innalza Tu allor la mente a i grandi aviti onori Che fino a te per secoli cotanti Misti scesero al chiaro altero sangue; E il pensier ubbioso al par di nebbia Per lo vasto vedrai aere smarrirsi A i raggi de la gloria onde t'investi; E di te pago sorgerai qual pria Gran semideo che a s� solo somiglia. Fama � cos� che il d� quinto le Fate Loro salma immortal vedean coprirsi Gi� d'orribili scaglie, e in feda serpe Volta strisciar sul suolo a s� facendo De le marcate spire impeto e forza: Ma il primo sol le rivedea pi� belle Far beati gli amanti e a un volger d'occhi Mescere a voglia lor la terra e il mare. |
| Assai l'auriga bestemmi� finora I tuoi nobili indugi: assai la terra Calpest�ro i cavalli. Or via veloce Reca o servo gentil, reca il cappello Ch'ornan fulgidi nodi: e tu frattanto Fero genio di Marte a guardar posto De la stirpe de' numi il caro fianco, Al mio giovan eroe cigni la spada Corta e lieve non gi�, ma qual richiede La stagion bellicosa al suol cadente, E di triplice taglio armata e d'else Immane. Quanto esser pu� mai sublime L'annoda pure onde la impugni all'uopo La destra furibonda in un momento. N� disdegnar con le sanguigne dita Di ripulire ed ordinar quel nastro Onde l'else � superbo. Industre studio E' di candida mano. Al mio signore Dianzi donollo, e gliel appese al brando L'altrui fida consorte a lui si cara. Tal del famoso Art� vide la corte Le infiammate d'amor donzelle ardite Ornar di piume e di purpuree fasce I fatati guerrier; si che poi lieti Correan mortale ad incontrar periglio In selve orrende fra i giganti e i mostri. |
| Volgi o invitto campion, volgi tu pure Il generoso pi� dove la bella E de gli eguali tuoi scelto drappello Sbadigliando t'aspetta all'alte mense. Vieni, e godendo, nell'uscire il lungo Ordin superbo di tue stanze ammira. Or gi� siamo all'estreme: alza i bei lumi A le pendenti tavole vetuste Che a te de gli avi tuoi serbano ancora Gli atti e le forme. Quei che in duro dante Strigne le membra, e cui si grande ingombra Traforato collar le grandi spalle, Fu di macchine autor; cinse d'invitte Mura i Penati; e da le nere torri Signoreggiando il mar, verso le aduste Spiagge la predatrice Africa spinse. Vedi quel magro a cui canuto e raro Pende il crin da la nuca, e l'altro a cui Su la guancia pienotta e sopra il mento Serpe triplice pelo? Ambo s'adornano Di toga magistral cadente a i piedi: L'uno a Temi fu sacro: entro a' Licei La giovent� pellegrinando ei trasse A gli oracoli suoi; indi sedette Nel senato de' padri; e le disperse Leggi raccolte, ne fe' parte al mondo: L'altro sacro ad Igeia. Non odi ancora Presso a un secol di vita il buon vegliardo Di lui narrar quel che da' padri suoi Nonagenarj ud�, com'ei spargesse Su la plebe infelice oro e salute Pari a Febo suo nume? Ecco quel grande A cui si fosco parruccon s'innalza Sopra la fronte spaziosa; e scende Di minuti botton serie infinita Lungo la veste. Ridi? Ei novi aperse Studj a la patria; ei di perenne aita I miseri dot�; portici e vie Stese per la cittade; e da gli ombrosi Lor lontani recessi a lei dedusse Le pure onde salubri, e ne' quadrivj E in mezzo a gli ampli fori alto le fece Salir scherzando a rinfrescar la state Madre di morbi popolari. Oh come Ardi a tal vista di beato orgoglio Magnanimo garzon! Folle! A cui parlo? Ei gi� pi� non m'ascolta: odi� que' ceffi Il suo guardo gentil: noia lui prese Di si vieti racconti: e gi� s'affretta Gi� per le scale impaziente. Addio De gli uomini delizia e di tua stirpe, E de la patria tua gloria e sostegno. Ecco che umili in bipartita schiera T'accolgono i tuoi servi. Altri gi� pronto Via se ne corre ad annunciare al mondo Che tu vieni a bearlo; altri a le braccia Timido ti sostien mentre il dorato Cocchio tu sali, e tacito e severo Sur un canto ti sdrai. Apriti o vulgo E cedi il passo al trono ove s'asside Il mio signore. Ah te meschin s'ei perde Un sol per te de' preziosi istanti! Temi il non mai da legge o verga o fune Domabile cocchier: temi le rote Che gi� pi� volte le tue membra Avvolser seco, e del tuo impuro sangue Corser macchiate, e il suol di lunga striscia Spettacol miserabile! segn�ro. |