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A few words for our English-speaking friends

GIUSEPPE PARINI

IL MATTINO

La trascrizione delle opere di Giuseppe Parini viene offerta per far comprendere la grandezza artistica e l'attualit� del Poeta. Tale trascrizione non ha per il momento alcuna pretesa di accuratezza filologica, ma sarebbe desiderio del curatore di questo sito accettare correzioni e suggerimenti e  poter offrire anche uno spazio per annotazioni di carattere filologico. Chiunque abbia qualcosa da dire, da aggiungere o da far sapere � vivamente pregato/a di collaborare al miglioramento del sito. Grazie.
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Il Mattino

  Sorge il mattino in compagnia dell'alba
Dinanzi al sol che di poi grande appare
Su l'estremo orizzonte a render lieti
Gli animali e le piante e i campi e l'onde.
Allora il buon villan sorge dal caro
Letto cui la fedel moglie e i minori
Suoi figlioletti intiepidir la notte:
Poi sul dorso portando i sacri arnesi
Che prima ritrov� Cerere o Pale
Move seguendo i lenti bovi, e scote
Lungo il picciol sentier da i curvi rami
Fresca rugiada che di gemme al paro
La nascente del sol luce rifrange.
Allora sorge il fabbro, e la sonante
Officina riapre, e all'opre torna
L'altro di non perfette; o se di chiave
Ardua e ferrati ingegni all'inquieto
Ricco l'arche assecura; o se d'argento
E d'oro incider vuol gioielli e vasi
Per ornamento a nova sposa o a mense.
  Ma che? Tu inorridisci e mostri in capo
Qual istrice pungente irti i capelli
Al suon di mie parole? Ah il tuo mattino
Signor questo non �. Tu col cadente
Sol non sedesti a parca cena, e al lume
Dell'incerto crepuscolo non gisti
Ieri a posar qual nei tugurj suoi
Entro a rigide coltri il vulgo vile
A voi celeste prole a voi concilio
Almo di semidei altro concesse
Giove benigno: e con altr'arti e leggi
Per novo calle a me guidarvi � d'uopo.
Tu tra le veglie e le canore scene
E il patetico gioco oltre pi� assai
Producesti la notte: e stanco alfine
In aureo cocchio col fragor di calde
Precipitose rote e il calpestio
Di volanti corsier lunge agitasti
Il queto aere notturno; e le ten�bre
Con fiaccole superbe intorno apristi
Siccome allor che il Siculo terreno
Da l'uno a l'altro mar rimbombar f�o
Pluto col carro a cui splendeano innanzi
Le tede de le Furie anguicrinite.
Tal ritornasti a i gran palagi: e quivi
Cari conforti a te porgea la mensa
Cui ricoprien prurigginosi cibi
E licor lieti di Francesi colli
E d'Ispani e di Toschi o l'Ungarese
Bottiglia a cui di verdi ellere Bromio
Concedette corona, e disse: or siedi
De le mense reina. Alfine il Sonno
Ti sprimacci� di propria man le c�ltrici
Molle cedenti, ove te accolto il fido
Servo cal� le ombrifere cortine:
E a te soavemente i lumi chiuse
Il gallo che li suole aprire altrui.
Dritto � per� che a te gli stanchi sensi
Da i tenaci papaveri Morfeo
Prima non solva che gi� grande il giorno
Fra gli spiragli penetrar contenda
De le dorate imposte; e la parete
Pingano a stento in alcun lato i rai
Del sol ch'eccelso a te pende sul capo.
  Or qui principio le leggiadre cure
Denno aver del tuo giorno: e quindi io deggio
Sciorre il mio legno, e co' precetti miei
Te ad alte imprese ammaestrar cantando.
Gi� i valetti gentili udir lo squillo
De' penduli metalli a cui da lunge
Moto improvviso la tua destra impresse;
E corser pronti a spalancar gli opposti
Schermi a la luce; e rigidi osserv�ro
Che con tua pena non osasse Febo
Entrar diretto a saettarte i lumi
Ergi dunque il bel fianco, e si ti appoggia
Alli origlier che lenti degradando
All'omero ti fan molle sostegno;
E coll'indice destro lieve lieve
Sovra gli occhi trascorri, e ne dilegua
Quel che riman de la Cimmeria nebbia;
Poi de' labbri formando un picciol arco
Dolce a vedersi tacito sbadiglia.
Ahi se te in s� vezzoso atto mirasse
Il duro capitan quando tra l'arme
Sgangherando la bocca un grido innalza
Lacerator di ben costrutti orecchi,
S'ei te mirasse allor, certo vergogna
Avria di s� pi� che Minerva il giorno
Che di flauto sonando al fonte scorse
Il turpe aspetto de le guance enfiate.
  Ma il damigel ben pettinato i crini
Ecco s'innoltra; e con sommessi accenti
Chiede qual pi� de le bevande usate
Sorbir tu goda in preziosa tazza.
Indiche merci son tazza e bevande:
Scegli qual pi� desii. S'oggi a te giova
Porger dolci a lo stomaco fomenti
Onde con legge il natural calore
V'arda temprato, e al digerir ti vaglia,
Tu il cioccolatte eleggi, onde tributo
Ti di� il Guatimalese e il Caribeo
Che di barbare penne avvolto ha il crine:
Ma se noiosa ipocondria ti opprime,
O troppo intorno a le divine membra
Adipe cresce, de' tuoi labbri onora
La nettarea bevanda ove abbronzato
Arde e fumica il grano a te d'Aleppo
Giunto e da Moca che di mille navi
Popolata mai sempre insuperbisce.
Certo fu d'uopo che da i prischi seggi
Uscisse un regno, e con audaci vele
Fra straniere procelle e novi mostri
E teme e rischi ed inumane fami
Superasse i confin per tanta etade
Inviolati ancora: e ben fu dritto
Se Pizzarro e Cortese umano sangue
Pi� non stim�r quel ch'oltre l'Oce�no
Scorrea le umane membra; e se tonando
E fulminando alfin spietatamente
Balzaron gi� da i grandi aviti troni
Re Messicani e generosi Incassi,
Poi che nuove cos� venner delizie
O gemma degli eroi al tuo palato
  Cessi '1 cielo per� che in quel momento
Che le scelte bevande a sorbir prendi,
Servo indiscreto a te improvviso annunci
O il villano sartor che non ben pago
D'aver teco diviso i ricchi drappi
Oso sia ancor con polizza infinita
Fastidirti la mente; o di lugubri
Panni ravvolto il garrulo forense
Cui de' paterni tuoi campi e tesori
Il periglio s'affida; o il tuo castaldo
Che gi� con l'alba a la citt� discese
Bianco di gelo mattutin la chioma.
Cos� zotica pompa i tuoi maggiori
Al di nascente si vedean dintorno:
Ma tu gran prole in cui si f�o scendendo
E pi� mobile il senso e pi� gentile
Ah sul primo tornar de' lievi spirti
All'uficio diurno ah non ferirli
D'imagini si sconce. Or come i detti
Di costor soffrirai barbari e rudi;
Come il penoso articolar di voci
Smarrite titubanti al tuo cospetto;
E tra l'obliquo profondar d'inchini
Del calzar polveroso in su i tapeti
Le impresse orme indecenti? Ahim� che fatto
Il salutar licore agro e indigesto
Ne le viscere tue te allor faria
E in casa e fuori e nel teatro e al corso
Ruttar plebeiamente il giorno intero!
  Non fia che attenda gi� ch'altri lo annunci
Gradito ognor bench� improvviso il dolce
Mastro che il tuo bel pi� come a lui piace
Guida e corregge. Egli all'entrar s'arresti
Ritto sul limitare, indi elevando
Ambe le spalle qual testudo il collo
Contragga alquanto, e ad un medesmo tempo
Il mento inchini, e con l'estrema falda
Del piumato cappello il labbro tocchi.
E non men di costui facile al letto
Del mio signor t'innoltra o tu che addestri
A modular con la flessibil voce
Soavi canti; e tu che insegni altrui
Come vibrar con maestrevol arco
Sul cavo legno armoniose fila.
N� la squisita a terminar corona
Che segga intorno a te manchi o signore
Il precettor del tenero idioma
Che da la Senna de le Grazie madre
Pur ora a sparger di celeste ambrosia
Venne all'Italia nauseata i labbri.
All'apparir di lui l'Itale voci
Tronche cedano il campo al lor tiranno:
E a la nova inefabil melodia
De' sovrumani accenti odio ti nasca
Pi� grande in sen contro a le bocche impure
Ch'osan macchiarse ancor di quel sermone
Onde in Valchiusa fu lodata e pianta
Gi� la bella Francese; e i culti campi
All'orecchio de i re cantati furo
Lungo il fonte gentil da le bell'acque.
  Or te questa o signor leggiadra schiera
Al novo di trattenga: e di tue voglie
Irresolute ancora or quegli or questi
Con piacevol discorso il vano adempia,
Mentre tu chiedi lor tra i lenti sorsi
Dell'ardente bevanda a qual cantore
Nel vicin verno si dar� la palma
Sovra le scene; e s'egli � il ver che rieda
L'astuta Frine che ben cento folli
Milordi rimand� nudi al Tamigi;
O se il brillante danzator Narcisso
Torni pur anco ad agghiacciare i petti
De' palpitanti Italici mariti.
Cos� poi che gran pezzo a i novi albori
Del tuo mattin teco scherzato fia
Non senza aver da te rimosso in prima
L'ipocrita pudore e quella schifa
Che le accigliate gelide matrone
Chiaman modestia, alfine o a lor talento
O da te congedati escan costoro.
Doman quindi potrai o l'altro forse
Giorno a i precetti lor porgere orecchio
Se a' bei momenti tuoi cure minori
Porranno assedio. A voi divina schiatta
Pi� assai che a noi mortali il ciel concesse
Domabile midollo entro al cer�bro,
Si che breve lavoro unir vi puote
Ampio tesor d'ogni scienza ed arte.
Il vulgo intanto a cui non lice il velo
Aprir de' venerabili misterj
Fie pago assai poi che vedr� sovente
Ire o tornar dal tuo palagio i primi
D'arte maestri; e con aperte fauci
Stupefatto ber� le tue sentenze.
  Ma gi� vegg'io che le oziose lane
Premer non sai pi� lungamente: e in vano
Te l'ignavo tepor lusinga e molce,
Per� che te pi� gloriosi affanni
Aspettan l'ore ad illustrar del giorno.
O voi dunque del primo ordine servi
Che di nobil signor ministri al fianco
Siete incontaminati, or dunque voi
Al mio divino Achille al mio Rinaldo
L'armi apprestate. Ed ecco in un baleno
I damigelli a' cenni tuoi star pronti.
Gi� ferve il gran lavoro. Altri ti veste
La serica zimarra ove bei fregi
Diramansi Chinesi; altri se il chiede
Pi� la stagione a te le membra copre
Di stese infino al pi� tiepide pelli;
Questi al fianco ti cinge il bianco lino
Che sciorinato poi cada e difenda
I calzonetti; e quei d'alto curvando
Il cristallino rostro in su le mani
Ti versa onde odorate, e da le mani
In limpido bacin sotto le accoglie;
Quale il sapon del redivivo muschio
Olezzante all'intorno; e qual ti porge
Il macinato di quell'arbor frutto
Che a Rodope fu gi� vaga donzella,
E piagne in van sotto mutate spoglie
Demofoonte ancor Demofoonte;
Un di soavi essenze intrisa spugna
Onde tergere i denti; e l'altro appresta
Onde imbiancar le guance util licore.
  Assai Signore a te pensasti: or volgi
L'alta mente per poco ad altri obbietti
Non men degni di te. Sai che compagna
Con cui partir de la giornata illustre
I travagli e le glorie il ciel destina
Al giovane signore. Impallidisci?
Ahi non parlo di nozze. Antiquo e vieto
Dottor sarei se cos� folle io dessi
A te consiglio. Di tant'alte doti
Gi� non orni cos� lo spirto e i membri
Perch� in mezzo a la fulgida carriera
Tu il tuo corso interrompa, e fuora uscendo
Di cotesto a ragion detto bel mondo,
In tra i severi di famiglia padri
Relegato ti giacci a nodi avvinto
Di giorno in giorno pi� noiosi e fatto
Ignobil fabbro de la razza umana.
D'altra parte il marito ahi quanto spiace,
E lo stomaco move a i delicati
Del vostr'orbe felice abitatori
Qualor de' semplicetti avoli nostri
Portar osa in ridevole trionfo
La rimbambita f� la pudicizia
Severi nomi. E qual non suole a forza
Entro a' melati petti eccitar bile
Quando i computi vili del castaldo
Le vendemmie i ricolti i pedagoghi
Di que' si dolci suoi bambini altrui
Gongolando ricorda; e non vergogna
Di mischiar cotai fole a peregrini
Subbietti a nuove del dir forme a sciolti
Da volgar fren concetti, onde s'avviva
De' begli spirti il conversar sublime.
Non per� tu senza compagna andrai;
Ch� tra le fide altrui giovani spose
Una te n'offre inviolabil rito
Del bel mondo onde sei parte si cara.
  Tempo fu gi� che il pargoletto Amore
Dato era in guardia al suo fratello Imene;
Tanto la madre lor temea che il cieco
Incauto nume perigliando gisse
Misero e solo per oblique vie;
E che, bersaglio a gl'indiscreti colpi
Di senza guida e senza freno arciere,
Immaturo al suo fin corresse il seme
Uman che nato � a dominar la terra.
Quindi la prole mal secura all'altra
In cura dato avea s� lor dicendo:
Ite o figli del par; tu pi� possente
Il dardo scocca, e tu pi� cauto il reggi
A certa meta. Cos� ognor congiunta
Iva la dolce coppia; e in un sol regno,
E d'un nodo comun l'alme strignea.
Allora fiu che il sol mai sempre uniti
Vedea un pastore ed una pastorella
Starsi al prato a la selva al colle al fonte:
E la suora di lui vedeali poi
Uniti ancor nel talamo beato
Ch'ambo gli amici numi a piene mani
Gareggiando spargean di gigli e rose.
Ma che non puote anco in divini petti
Se mai s'accende ambizion d'impero?
Crebber l'ali ad Amor, crebbe l'ardire;
Onde a brev'aere prima indi securo
A vie maggior fidossi, e fiero alfine
Entr� nell'alto, e il grande arco crollando
E il capo risonar fece a quel moto
Il duro acciar che a tergo la faretra
Gli empie, e grid�: solo regnar vogl'io.
Disse, e volto a la madre: Amore adunque
Il pi� possente in fra gli dei, il primo
Di Citerea figliuol ricever leggi,
E dal minor german ricever leggi
Vile alunno anzi servo? Or dunque Amore
Non oser� fuor ch'una unica volta
Fiedere un'alma come questo schifo
Da me pur chiede? E non potr� giammai
Da poi ch'io strinsi un laccio anco disciorlo
A mio talento, e se m'aggrada, un altro
Strignerne ancora? E lascer� pur ch'egli
Di suoi unguenti impece a me i miei dardi
Perch� men velenosi e men crudeli
Scendano a i petti? Or via perch� non togli
A me da le mie man quest'arco e queste
Armi da le mie spalle, e ignudo lasci
Quasi rifiuto de gli dei Cupido?
Oh il bel viver che fia quando tu solo
Regni in mio loco! Oh il bel vederti, lasso!
Studiarti a torre da le languid'alme
La stanchezza e il fastidio, e spander gelo
Di foco in vece! Or genitrice intendi:
Vaglio e vo' regnar solo. A tuo piacere
Tra noi parti l'impero, ond'io con teco
Abbia omai pace; e in compagnia d'Imene
Me non veggan mai pi� le umane genti.
Amor qui tacque; e minaccioso in atto
Parve all'Idalia dea chieder risposta.
Ella tenta placarlo, e preghi e pianti
Sparge ma in van; tal ch'a i due figli volta
Con questo dir pose al contender fine:
Poi che nulla tra voi pace esser puote,
Si dividano i regni: e perch� l'uno
Sia dall'altro fratello ognor disgiunto
Sien diversi tra voi e il tempo e l'opra.
Tu che di strali altero a fren non cedi
L'alme ferisci, e tuffo il giorno impera;
E tu che di fior placidi hai corona
Le salme accoppia, e con l'ardente face
Regna la notte. Or quindi almo Signore
Venne il rito gentil che ai freddi sposi
Le tenebre concede e de le spose
Le caste membra; e a voi beata gente
E di pi� nobil mondo il cor di queste
E il dominio del di largo destina.
  Dunque ascolta i miei detti, e meco apprendi
Quai tu deggia il mattin cure a la bella
Che spontanea o pregata a te si diede
In tua dama quel di lieto che a fida
Carta, n� senza testimoni fitro
A vicenda commessi i patti santi
E le condizion del caro nodo.
Gi� la dama gentile i vaghi rai
Al novo giorno aperse; e suo primiero
Pensier fu dove teco ir pi� convenga
A vegliar questa sera; e gravemente
Consult� con lo sposo a lei vicino,
O a baciarle la man pur dianzi ammesso.
Ora � tempo o Signor che il fido servo
E il pi� accorto tra' tuoi voli al palagio
Di lei chiedendo se tranquilli sonni
Dormio la notte; e se d'immagin liete
Le fu M�rfeo cortese. E ver che ieri
Al partir l'ammirasti in viso tinta
Di freschissime rose; e pi� che mai
Viva e snella balzar teco dal cocchio;
E la vigile tua mano per vezzo
Ricusar sorridendo allor che l'ampie
Scale sal� del maritale albergo:
Ma ci� non basti ad acquetarti; e mai
Non obliar si giusti ufici. Ahi quanti
Genj malvagi fra l'orror notturno
Godono uscire, ed empier di perigli
La placida quiete de' viventi!
Poria, tolgalo il cielo, il picciol cane
Con latrato improvviso i cari sogni
Troncar de la tua dama; ond'ella, scossa
Da subito capriccio, a rannicchiarse
Astretta fosse di sudor gelato
E la fronte bagnando e il guancial molle.
Anco poria colui che si de' tristi
Come de' lieti sogni � genitore,
Crearle in mente di nemiche idee
In un congiunte orribile chimera;
Tal che agitata e in ansioso affanno
Gridar tentasse, e non per� potesse
Aprire a i gridi tra le fauci il varco.
Sovente ancor de la passata sera
La perduta nel gioco aurea moneta
Non men che al cavalier suole a la dama
Lunga vigilia cagionar: talora
Nobile invidia de la bella amica
Vagheggiata da molti: e tal or breve
Gelosia n'� cagione. A questo aggiugni
Gl'importuni mariti i quai nel capo
Ravvolgendosi ancor le viete usanze,
Poi che cessero ad altri il giorno, quasi
Aggian fatto gran cosa, aman d'Imene
Con superstizion serbare i dritti,
E dell'ombra notturna esser tiranni,
Ahi con qual noia de le caste spose
Ch'indi preveggon fra non molto il fiore
Di lor fresca beltade a s� rapito.
  Mentre che il fido messagger sen rieda
Magnanimo signor gi� non starai
Ozioso per�. Nel campo amato
Pur in questo momento il buon cultore
Suda e incallisce al vomere la mano
Lieto che i suoi sudor ti fruttin poi
Dorati cocchi e pellegrine mense.
Ora per te l'industre artier sta fiso
Allo scarpello all'asce al subbio all'ago:
Ed ora in tuo favor contende o veglia
Il ministro di Temi. Ecco te pure
La tavoletta or chiama. Ivi i bei pregi
De la natura accrescerai con l'arte,
Ond'oggi, uscendo, del beante aspetto
Beneficar potrai le genti, e grato
Ricompensar di sue fatiche il mondo.
  Ogni cosa � gi� pronta. All'un de' lati
Crepitar s'odon le fiammanti brage
Ove si scalda industrioso e vario
Di ferri arnese a moderar del fronte
Gl'indocili capei. Stuolo d'Amori
Invisibil sul foco agita i vanni,
E per entro vi soffia alto gonfiando
Ambe le gote. Altri di lor v'appressa
Pauroso la destra; e prestamente
Ne rapisce un de' ferri: altri rapito
Tenta com'arda in su l'estrema cima
Sospendendol dell'ala; e cauto attende
Pur se la piuma si contragga o fume:
Altri un altro ne scote; e de le ceneri
Fuligginose il ripulisce e terge.
Tali a le vampe dell'Etn�a fucina,
Sorridente la madre, i vaghi Amori
Eran ministri all'ingegnoso fabbro:
E sotto a i colpi del martel frattanto
L'elmo sorgea del fondator Latino.
All'altro lato con la man rosata
Como e di fiori inghirlandato il crine
I bissi scopre ove di Idalj arredi
Almo tesor la tavoletta espone.
Ivi e nappi eleganti e di canori
Cigni morbide piume; ivi raccolti
Di lucide odorate onde vapori;
Ivi di polvi fuggitive al tatto
Color diversi o ad imitar d'Apollo
L'aurato biondo o il biondo cenerino
Che de le sacre Muse in su le spalle
Casca ondeggiando tenero e gentile.
Che se a nobil eroe le fresche labbra
Repentino spirar di rigid'aura
Offese alquanto, v'� stemprato il seme
De la fredda cucurbita: e se mai
Pallidetto ei si scorga, � pronto all'uopo
Arcano a gli altri eroi vago cinabro.
N� quando a un semideo spuntar sul volto
Pustula temeraria osa pur fosse,
Multiforme di nei copia vi manca,
Ond'ei l'asconda in sul momento, ed esca
Pi� periglioso a saettar co i guardi
Le belle inavvedute, a guerrier pari
Che, gi� poste le bende a la ferita,
Pi� glorioso e furibondo insieme
Sbaragliando le schiere entra nel folto.
  Ma gi� velocemente il mio Signore
Tre volte e quattro il gabinetto scorse
Col crin disciolto e su gli omeri sparso,
Quale a Cuma solea l'orribil maga
Quando agitata dal possente nume
Vaticinar s'udia. Cos� dal capo
Evaporar lasci� de gli olj sparsi
Il nocivo fermento e de le polvi
Che roder gli porien la molle cute,
O d'atroci emicranie a lui lo spirto
Trafigger lungamente. Or ecco avvolto
Tutto in candidi lini a la grand'opra
E pi� grave del di s'appresta e siede.
Nembo dintorno a lui vola d'odori
Che a le varie manteche ama rapire
L'aura vagante lungo i vasi ugnendo
Le leggerissim'ale di farfalla:
E lo speglio patente a lui dinanzi
Altero sembra di raccor nel seno
L'imagin diva; e stassi a gli occhi suoi
Severo esplorator de la tua mano
O di bel crin volubile architetto.
  O di bel crin volubile architetto
Tu pria chiedi all'eroe qual pi� gli aggrade
Spargere al crin, se i gelsomini o il biondo
Fior d'arancio piuttosto o la giunchiglia
O l'ambra preziosa a gli avi nostri.
Ma se la sposa altrui cara all'eroe
Del talamo nuzial si lagna, e scosse
Pur or da lungo peso i casti lombi,
Ah fuggi allor tutti gli odori ah fuggi;
Ch� micidial potresti a un sol momento
Pi� vite insidiar: semplici sieno
I tuoi balsami allor: n� oprarli ardisci
Pria che di lor deciso aggian le nari
Del mio signore e tuo. Pon mano poi
Al pettin liscio, e con l'ottuso dente
Lieve solca le chiome; indi animoso
Le turba e le scompiglia; e alfin da quella
Alta confusion traggi e dispiega,
Opra di tua gran mente, ordin superbo
Io breve a te parlai; ma il tuo lavoro
Breve non fia per�; n� al termin giunto
Prima sar� che da' pi� strani eventi
S'involva o tronchi all'alta impresa il filo.
Fisa i guardi a lo speglio; e l� sovente
Il mio signor vedrai morder le labbra
Impaziente, ed arrossir nel volto.
Sovente ancor, se men dell'uso esperta
Parr� tua destra, del convulso piede
Udrai lo scalpitar breve e frequente,
Non senza un tronco articolar di voce
Che condanni e minacci. Anco t'aspetta
Veder talvolta il cavalier sublime
Furiando agitarsi, e destra e manca
Porsi a la chioma, e dissipar con l'ugne
Lo studio di molt'ore in un momento.
Che pi�? Se per tuo male un di vaghezza
D'accordar ti prendesse al suo sembiante
Gli edifici del capo, e non curassi
Ricever leggi da colui che venne
Pur ier di Francia, ah quale atroce folgore,
Meschino! allor ti penderia sul capo?
Tu allor l'eroe vedresti ergers'in piedi,
E per gli occhi versando ira e dispetto
Mille strazj imprecarti, e scender fino
Ad usurpar le infami voci al vulgo
Per farti onta maggiore, e di bastone
Il tergo minacciarti, e violento
Rovesciare ogni cosa, al suol spargendo
Rotti cristalli e calamistri e vasi
E pettini ad un tempo. In simil guisa,
Se del tonante all'ara o de la Dea
Che ricovr� dal Nilo il turpe Phallo
Tauro spezzava i raddoppiati nodi
E libero fuggia, vedeansi a terra
Cader tripodi tazze bende scuri
Litui coltelli, e d'orridi mugiti
Commosse rimbombar le arcate volte,
E d'ogni lato astanti e sacerdoti
Pallidi all'urto e all'impeto involarse
Del feroce animal che pria si queto
Gia di fior cinto; e sotto a la man sacra
Umiliava le dorate corna.
Tu non pertanto coraggioso e forte
Dura e ti serba a la miglior fortuna.
Quasi foco di paglia � foco d'ira
In nobil petto. Il tuo signor vedrai
Mansuefatto a te chieder perdono,
E sollevarti oltr'ogni altro mortale
Con preghi e scuse a niun altro concesse;
Tal che securo sacerdote a lui
Immolerai lui stesso, e pria d'ognaltro
Larga otterrai del tuo lavor mercede.
  Or Signore a te riedo. Ah non sia colpa
Dinanzi a te s'io travviai col verso
Breve parlando ad un mortal cui degni
Tu de gli arcani tuoi. Sai che a sua voglia
Questi ogni di volge e governa i capi
De' semidei pi� chiari: e le matrone
Che da i sublimi cocchi alto disdegnano
Chinar lo sguardo a la pedestre turba,
Non disdegnan sovente entrar con lui
In festevoli motti allor ch'esposti
A la sua man sono i ridenti avorj
Del bel collo e del crin l'aureo volume.
Per� m'odi benigno or ch'io t'apprendo
L'ore a passar pi� graziose intanto
Che il pettin creator doni a le chiome
Leggiadra o almen non pi� veduta forma.
  Breve libro elegante a te dinanzi
Tra gli arnesi vedrai che l'arte aduna
Per disputare a la natura il vanto
Del renderti si caro a gli occhi altrui.
Ei ti lusingher� forse con liscia
Purpurea pelle onde vestito avrallo
O Mauritano conciatore o Siro:
E d'oro fregi delicati e vago
Mutabile color che il collo imite
De la colomba v'avr� sparso intorno
Squisito legator Batavo o Franco:
E forse incisa con venereo stile
Vi fia serie d'imagini interposta,
Lavor che vince la materia, e donde
Fia che nel cor ti si ridesti e viva
La stanca di piaceri offusa voglia.
Or tu il libro gentil con lenta mano
Togli, e non senza sbadigliare un poco
Aprilo a caso o pur l� dove il parta
Tra l'uno e l'altro foglio indice nastro.
  O de la Francia Proteo multiforme
Scrittor troppo biasmato e troppo a torto
Lodato ancor, che sai con novi modi
Imbandir ne' tuoi scritti eterno cibo
A i semplici palati, e se maestro
Di color che a s� fingon di sapere,
Tu appresta al mio signor leggiadri studj
Con quella tua fanciulla all'Anglo infesta,
Onde l'Enrico tuo vinto � d'assai,
L'Enrico tuo che in vano abbatter tenta
L'Italian Goffredo ardito scoglio
Contro a la Senna d'ogni vanto altera.
Tu de la Francia onor, tu in mille scritti
Celebrata da' tuoi novella Aspasia
Taide novella a i facili sapienti
De la Gallica Atene i tuoi precetti
Tu pur detta al mio eroe: e a lui non meno
Pasci l'alto pensier tu che all'Italia,
Poi che rapirle i tuoi l'oro e le gemme,
Invidiasti il fedo loto ancora
Onde macchiato � il Certaldese o l'altro
Per cui va si famoso il pazzo Conte.
Questi o signore i tuoi studiati autori
Fieno e mill'altri che guid�ro in Francia
I bendati Sultani i Regi Persi
E le peregrinanti Arabe dame,
O che con penna liberale a i cani
Ragion don�ro e a i barbari sedili,
E dier feste e conviti e liete scene
A i polli ed alle gru d'amor maestre.
Oh pascol degno d'anima sublime
Oh chiara oh nobil mente! A te ben dritto
E' che s'incurvi riverente il vulgo,
E gli oracoli attenda. Or chi fie dunque
Si temerario che in suo cor ti beffe
Qualor partendo da s� gravi studj
Del tuo paese l'ignoranza accusi,
E tenti aprir col tuo felice raggio
La Gotica caliggine che annosa
Siede su gli occhi a le misere genti?
Cos� non mai ti venga estranea cura
Questi a troncar si preziosi istanti
In cui del pari e a la dorata chioma
Splendor dai novo ed al celeste ingegno
  Non pertanto avverr� che tu sospenda
Quindi a poco il versar de' libri amati,
E che ad altro ti volga. A te quest'ora
Condurr� il merciaiol che in patria or torna
Pronto inventor di lusinghiere fole
E liberal di forastieri nomi
A merci che non mai varc�ro i monti.
Tu a lui credi ogni detto. E chi vuoi ch'ose
Unqua mentire ad un tuo pari in faccia?
Ei fia che venda se a te piace o cambi
Mille fregi e lavori a cui la moda
Di viver concedette un giorno intero
Tra le folte d'inezie illustri tasche:
Poi lieto se n'andr� con l'una mano
Pesante di molt'oro; e in cor gioiendo
Spreger� le bestemmie imprecatrici
E il gittato lavoro e i vani passi
Del calzolar diserto e del drappiere;
E dir� lor: "Ben degna pena avete
O troppo ancor religiosi servi
De la necessitade, antiqua � vero
Madre e donna dell'arti, or nondimeno
Fatta cenciosa e vile. Al suo possente
Amabil vincitor v'era assai meglio
O miseri ubbidire. Il lusso il lusso
Oggi sol puote dal ferace corno
Versar su l'arti a lui vassalle applausi
E non contesi mai premj e ricchezze".
  L'ore fien queste ancor che a te ne vegna
Il delicato miniator di belle
Che de la corte d'Amatunta uscio
Stipendiato ministro atto a gli affari
Sollecitar dell'amorosa diva.
Or tu l'affretta impaziente e sprona
Si ch'a te porga il desiato avorio
Che de le amate forme impresso ride,
Sia che il pennel cortese ivi dispieghi
L'alme sembianze del tuo viso, ond'aggia
Tacito pasco allor che te non vede
La pudica d'altrui sposa a te cara;
Sia che di lei medesma al vivo esprima
Il vago aspetto; o se ti piace ancora
D'altra belt� furtiva a te presenti
Con pi� largo confin le amiche membra.
Doman fie poi che la concessa imago
Entro arnese gentil per te si chiuda
Con opposto cristallo ove tu faccia
Sovente paragon di tua beltade
Con la belt� de la tua dama; o a i guardi
Degl'invidi la tolga, e in sen l'asconda
Sagace tabacchiera; o a te riluca
Sul minor dito in fra le gemme e l'oro;
O de le grazie del tuo viso desti
Soavi rimembranze al braccio avvolta
Dell'altrui fida sposa a cui se' caro.
Ed ecco alfin che a le tue luci appare
L'artificio compiuto. Or cauto osserva
Se bene il simulato al ver s'adegue,
Vie pi� rigido assai se il tuo sembiante
Esprimer denno i colorati punti
Che l'arte ivi dispose. Or brune troppo
A te parran le guance, or fia ch'ecceda
Mal frenata la bocca, or qual conviene
A camuso Eti�pe il naso fia.
Anco sovente d'accusar ti piaccia
Il dipintor che non atteggi ardito
L'agili membra e il dignitoso busto;
O che mal tra le leggi a la tua forma
Dia contorno o la posi o la panneggi.
E' ver che tu del grande di Crotone
Non conosci la scola, e mai tua destra
Non abbassossi a la volgar matita
Che fu nell'altra et� cara a' tuoi pari
Cui non gustate ancora eran pi� dolci
E pi� nobili cure a te serbate.
Ma che non puote quel d'ogni scienza
Gusto trionfator che all'ordin vostro
In vece di maestro il ciel concesse;
E d'onde a voi coni� le altere menti
Acci� che possan dell'uman confine
Oltrepassar la paludosa nebbia
E d'etere pi� puro abitatrici
Non fallibili sc�rre il vero e il bello?
Per� qual pi� ti par loda o riprendi
Non men fermo d'allor che a scranna siedi
Raffael giudicando o l'altro egregio
Che del gran nome suo l'Adige onora;
E a le tavole ignote i noti nomi
Grave comparti di color che primi
Furo nell'arte. Ah s'altri � si procace
Ch'osi rider dite, costui pavente
L'augusta maest� del tuo cospetto,
Si volga a la parete, e mentre cerca
Por freno in van col morder de le labbra
A lo scrosciar de le importune risa
Che scoppian da' precordj, violenta
Convulsione a lui deforme il volto,
E lo affoghi aspra tosse e lo punisca
Di sua temerit�. Ma tu non pensa
Ch'altri ardisca di te rider giammai;
E mai sempre imperterrito decidi.
  Or giunta � alfin del dotto pettin l'opra:
E il maestro elegante intorno spande
Da la man scossa polveroso nembo,
Onde a te innanzi tempo il crine imbianchi.
D'orribil piato risonar s'udio
Gi� la corte d'Amore. I tardi vegli
Grinzuti os�r co' giovani nipoti
Contendere di grado in faccia al soglio
Del comune lor dio. Rise la fresca
Gioventude animosa; e d'agri motti
Libera punse la senil baldanza.
Gran tumulto nascea, se non che Amore
Ch'ogni diseguaglianza odia in sua corte
A spegner mosse i perigliosi sdegni:
E a quei che militando incanutiro
Suoi servi apprese a simular con arte
I duo bei fior che in giovanile gota
Educa e nudre di sua man natura:
Indi fe' cenno; e in un balen fur visti
Mille alati ministri alto volando
Scoter lor piume, onde fiocc� leggera
Candida polve che a posar poi venne
Su le giovani chiome; e in bianco volse
E il biondo e il nero e l'odiato rosso.
L'occhio cos� nell'amorosa reggia
Pi� non distinse le due opposte etadi:
E solo vi rest� giudice il tatto.
Tu pertanto o signor tu che se' il primo
Fregio ed onor dell'Acidalio regno
I sacri usi ne serba. Ecco che sparsa
Gi� da provvida man la bianca polve
In piccolo stanzin con l'aere pugna,
E de gli atomi suoi tutto riempie
Egualmente divisa. Or ti fa core,
E in seno a quella vorticosa nebbia
Animoso ti avventa. Oh bravo! oh forte!
Tale il grand'avo tuo tra il fumo e il foco
Orribile di Marte furiando
Gittossi allor che i palitanti Lari
De la patria difese, e ruppe e in fuga
Mise l'oste feroce. Ei nondimeno
Fuligginoso il volto e d'atro sangue
Asperso e di sudore e co' capelli
Stracciati ed irti de la mischia uscio
Spettacol fero a i cittadini stessi
Per sua man salvi; ove tu, assai pi� vago
E leggiadro a vederse in bianca spoglia
Scenderai quindi a poco a bear gli occhi
De la cara tua patria a cui dell'avo
Il forte braccio e il viso almo celeste sia
Del nipote dovean portar salute.
  Non vedi omai qual con solerte mano
Rechin di vesti a te pubblico arredo
I damigelli tuoi? Rodano e Senna
Le tesserono a gara; e qui cucille
Opulento sartor cui su lo scudo
Serpe intrecciato a forbici eleganti
Il titol di mons�: n� sol d� leggi
A la materia la stagion diverse,
Ma qual pi� si conviene al giorno e all'ora
Varj sono il lavoro e la ricchezza.
Vieni o fior de gli eroi vieni; e qual suole
Nel pi� dubbio de' casi alto monarca
Avanti al trono suo convocar lento
Di satrapi concilio a cui nell'ampia
Calvizie de la fronte il senno appare;
Tal di limpidi spegli a un cerchio in mezzo
Grave t'assidi, e lor sentenza ascolta.
Un giacendo al tuo pi� mostri qual deggia
Liscia e piana salir su per le gambe
La docil calza: un sia presente al volto,
Un dietro al capo: e la percossa luce
Quinci e quindi tornando, a un tempo solo
Tutto al giudizio de' tuoi guardi esponga
L'apparato dell'arte. Intanto i servi
A te sudino intorno; e qual piegate
Le ginocchia in sul suol prono ti stringa
Il molle pi� di lucidi fermagli;
E qual del biondo crin che i nodi eccede
Su le schiene ondeggiante in negro velo
I tesori raccoglia; e qual gi� pronto
Venga spiegando la nettarea veste.
Fortunato garzone a cui la moda
In fior�i canestri e di vermiglia
Seta coperti prepar� tal copia
D'ornamenti e di pompe! Ella pur ieri
A te dono ne Feo. La notte intera
Faticaron per te cent'aghi e cento;
E di percossi e ripercossi ferri
Per le tacite case and� il rimbombo:
Ma non in van poi che di novo fasto
Oggi superbo nel bel mondo andrai;
E per entro l'invidia e lo stupore
Passerai de' tuoi pari eguale a un dio
Folto bisbiglio sollevando intorno.
  Figlie de la memoria inclite suore
Che invocate scendendo i feri nomi
De le squadre diverse e de gli eroi
Annoveraste a i grandi che cant�ro
Achille Enea e il non minor Buglione,
Or m'� d'uopo di voi. Tropp'ardua impresa
E insuperabil senza vostr'aita
Fia ricordare al mio signor di quanti
Leggiadri arnesi graver� sue vesti
Pria che di s� nel mondo esca a far pompa.
Ma qual di tanti e s� leggiadri arnesi
S� felice sar� che innanzi a gli altri
Signor venga a formar tua nobil soma?
Tutti importan del pari. Ecco l'astuccio
Di pelli rilucenti ornato e d'oro
Sdegnar la turba, e gli occhi tuoi primiero
Occupar di sua mole. Esso a cent'usi
Opportuno si vanta: e ad esso in grembo
Atta a gli orecchi a i denti a i peli all'ugne
Vien forbita famiglia. A i primi onori
Seco s'affretta d'odorifer'onda
Pieno cristal che a la tua vita in forse
Doni conforto allor che il vulgo ardisca
Troppo accosto vibrar da la vil salma
Fastidiosi effiuvj a le tue nari.
N� men pronto di quello e all'uopo stesso
L'imitante un cuscin purpureo drappo
Reca turgido il sen d'erbe odorate
Che l'aprica montagna in tuo favore
Al possente meriggio educa e scalda.
Ecco vien poi da cristallina rupe
Tolto nobil vasello. Indi traluce
Prezioso confetto ove a gli aromi
Stimolanti s'un� l'ambra o la terra
Che il Giappon manda a profumar de' grandi
L'etereo fiato, o quel che il Caramano
Fa gemer latte dall'inciso capo
De' papaveri suoi; perch� se mai
Non ben felice amor l'alma t'attrista,
Lene serpendo per li membri acquete
A te gli spirti, e ne la mente induca
Lieta stupidit� che mille adune
Imagin dolci e al tuo desio conformi.
A tanto arredo il cannocchial succeda
E la chiusa tra l'oro Anglica lente.
Quel notturno favor ti presti allora
Che al teatro t'assidi, e t'avvicini
O i pi� leggeri o le canore labbra
Da la scena remota; o con maligno
Guardo dell'alte vai logge spiando
Le abitate ten�bre; o miri altronde
Gli ognor nascenti e moribondi amori
De le tenere dame, onde s'appresti
All'eloquenza tua nel di venturo
Lunga e grave materia. A te la lente
Nel giorno assista; e de gli sguardi tuoi
Economa presieda; e si li parta
Che il mirato da te vada superbo,
N� i mal visti accusarte osin giammai.
La lente ancor su l'occhio tuo sedendo
Irrefragabil giudice condanni
O approvi di Palladio i muri e gli archi
O di Tizian le tele: essa a le vesti
A i libri a i volti feminili applauda
Severa o li dispregi: e chi del senso
Comun s� privo fia che insorger osi
Contro al sentenziar de la tua lente?
Non per questa per� sdegna o signore
Giunto a lo speglio in Gallico sermone
Il vezzoso giornal, non le notate
Eburnee tavolette a guardar preste
Tuoi sublimi pensier fin ch'abbian luce
Doman tra i belli spirti; e non isdegna
La picciola guaina ove al tuo cenno
Mille ognora stan pronti argentei spilli.
Oh quante volte a cavalier sagace
Ho vedut'io le man render beate
Uno apprestato a tempo unico spillo!
Ma dove ahi dove inonorato e solo
Lasci '1 coltello a cui l'oro e l'acciaro
Don�r gemma lama, e a cui la madre
De la gemma pi� bella d'Anfitrite
Di� manico elegante, onde il colore
Con dolce variar l'iride im�ta?
Verr� il tempo verr� che ne' superbi
Convivj ognaltro avanzerai per fama
D'esimio trinciatore; e i plausi e i gridi
De' tuoi gran pari ecciterai qualora,
Pollo o fagian con le forcine in alto
Sospeso, a un colpo il priverai dell'anca
Mirabilmente. Or qual pi� resta omai
Onde colmar tue tasche inclito ingombro?
Ecco a molti colori oro distinto,
Ecco nobil testuggine su cui
Voluttuose imagini lo sguardo
Invitan de gli eroi. Copia squisita
Di fumido rap� quivi � serbata
E di spagna oleoso, onde lontana
Pur come suol fastidioso insetto
Da te fugga la noia. Ecco che smaglia
Cupido a te di circondar le dita
Vivo splendor di preziose anella.
Ami la pietra ove si stanno ignude
Sculte le Grazie, e che il Giudeo ti fece
Creder opra d'Argivi allor ch'ei chiese
Tanto tesoro, e d'erudito il nome
Ti comparti prostrandosi a' tuoi piedi?
Vuoi tu i lieti rubini? O pi� t'aggrada
Sceglier quest'oggi l'Indico adamante
L� dove il lusso incantator costrinse
La fatica e il sudor di cento buoi
Che pria vagando per le tue campagne
Facean sotto a i lor pi� nascere i beni?
Prendi o tutti o qual vuoi; ma l'aureo cerchio
Che sculto intorno � d'amorosi motti
Ognor teco si vegga, e il minor dito
Premati alquanto, e sovvenir ti faccia
Dell'altrui fida sposa a cui se' caro.
Vengane alfin de gli orioi gemmati
Venga il duplice pondo; e a te de l'ore
Che all'alte imprese dispensar conviene
Faccia rigida prova. Ohim� che vago
Arsenal minutissimo di cose
Ciondola quindi, e ripercosso insieme
Molce con soavissimo tintinno!
Ma v'hai tu il meglio? Ah si che i miei precetti
Sagace prevenisti. Ecco risplende
Chiuso in breve cristallo il dolce pegno
Di fortunato amor: lungi o profani,
Ch� a voi tant'oltre penetrar non lice.
  Compiuto � il gran lavoro. Odi Signore
Sonar gi� intorno la ferrata zampa
De' superbi corsier che irrequieti
Ne' grand'atrj sospinge arretra e volge
La disciplina dell'ardito auriga.
Sorgi e t'appresta a render baldi e lieti
Del tuo nobile incarco i bruti ancora.
Ma a possente signor scender non lice
Da le stanze superne infin che al gelo
O al meriggio non abbia il cocchier stanco
Durato un pezzo, onde l'uom servo intenda
Per quanto immensa via natura il parta
Dal suo signore. Or dunque i miei precetti
Io seguir�, ch� varie al tuo mattino
Portar dee cure il variar de' giorni:
Tu dolce intanto prenderai solazzo
Ad agitar fra le tranquille dita
Dell'oriolo i ciondoli vezzosi.
  Signore al ciel non � cosa pi� cara
Di tua salute: e troppo a noi mortali
E' il viver de' tuoi pari util tesoro.
Uopo � talor che da gli egregi affanni
T'allevj alquanto, e con pietosa mano
Il teso per gran tempo arco rallente.
Tu dunque allor che placida mattina
Vestita rider� d'un bel sereno
Esci pedestre, e le abbattute membra
All'aura salutar snoda e rinfranca.
Di nobil cuoio a te la gamba calzi
Purpureo stivaletto, onde giammai
Non profanin tuo pi� la polve o il limo
Che l'uom calpesta. A te s'avvolga intorno
Veste leggiadra che sul fianco sciolta
Sventoli andando; e le formose braccia
Stringa in maniche anguste a cui vermiglio
O cilestro ermesino orni gli estremi
Del bel color che l'elitropio tigne
O pur d'oriental candido bisso
Voluminosa benda indi a te fasci
La snella gola. E il crin... Ma il crin signore
Forma non abbia ancor da la man dotta
Dell'artefice suo; ch� troppo fora,
Ahi troppo grave error lasciar tant'opra
De le licenziose aure in balia.
N� senz'arte per� vada negletto
Su gli omeri a cader; ma o che natura
A te il nodrisca; o che da ignote fronti
Il pi� famoso parrucchier lo involi,
E lo adatti al tuo capo, in sul tuo capo
Ripiegato l'afferri e lo sospenda
Con testugginei denti il pettin curvo.
Ampio cappello alfin che il disco agguagli
Del gran lume Febeo tutto ti copra,
E allo sguardo profan tuo nume asconda.
Poi che cos� le belle membra ornate
Con artificj negligenti avrai,
Esci soletto a respirar talora
I mattutini fiati: e lieve canna
Brandendo con la man, quasi baleno
Le vie trascorri, e premi ed urta il vulgo
Che s'oppone al tuo corso. In altra guisa
Fora colpa l'uscir; per� che andri�no
Mal dal vulgo distinti i primi eroi.
  Tal giorno ancora, o d'ogni giorno forse
Fien qualch'ore serbate al molle ferro
Che i peli a te rigermoglianti a pena
D'in su la guancia miete; e par che invidj
Ch'altri fuor che s� solo indaghi o scopra
Unqua il tuo sesso. Arroge a questo il giorno
Che di lavacro universal convienti
Terger le vaghe membra. E' ver che allora
D'esser mortal dubiterai; ma innalza
Tu allor la mente a i grandi aviti onori
Che fino a te per secoli cotanti
Misti scesero al chiaro altero sangue;
E il pensier ubbioso al par di nebbia
Per lo vasto vedrai aere smarrirsi
A i raggi de la gloria onde t'investi;
E di te pago sorgerai qual pria
Gran semideo che a s� solo somiglia.
Fama � cos� che il d� quinto le Fate
Loro salma immortal vedean coprirsi
Gi� d'orribili scaglie, e in feda serpe
Volta strisciar sul suolo a s� facendo
De le marcate spire impeto e forza:
Ma il primo sol le rivedea pi� belle
Far beati gli amanti e a un volger d'occhi
Mescere a voglia lor la terra e il mare.
  Assai l'auriga bestemmi� finora
I tuoi nobili indugi: assai la terra
Calpest�ro i cavalli. Or via veloce
Reca o servo gentil, reca il cappello
Ch'ornan fulgidi nodi: e tu frattanto
Fero genio di Marte a guardar posto
De la stirpe de' numi il caro fianco,
Al mio giovan eroe cigni la spada
Corta e lieve non gi�, ma qual richiede
La stagion bellicosa al suol cadente,
E di triplice taglio armata e d'else
Immane. Quanto esser pu� mai sublime
L'annoda pure onde la impugni all'uopo
La destra furibonda in un momento.
N� disdegnar con le sanguigne dita
Di ripulire ed ordinar quel nastro
Onde l'else � superbo. Industre studio
E' di candida mano. Al mio signore
Dianzi donollo, e gliel appese al brando
L'altrui fida consorte a lui si cara.
Tal del famoso Art� vide la corte
Le infiammate d'amor donzelle ardite
Ornar di piume e di purpuree fasce
I fatati guerrier; si che poi lieti
Correan mortale ad incontrar periglio
In selve orrende fra i giganti e i mostri.
  Volgi o invitto campion, volgi tu pure
Il generoso pi� dove la bella
E de gli eguali tuoi scelto drappello
Sbadigliando t'aspetta all'alte mense.
Vieni, e godendo, nell'uscire il lungo
Ordin superbo di tue stanze ammira.
Or gi� siamo all'estreme: alza i bei lumi
A le pendenti tavole vetuste
Che a te de gli avi tuoi serbano ancora
Gli atti e le forme. Quei che in duro dante
Strigne le membra, e cui si grande ingombra
Traforato collar le grandi spalle,
Fu di macchine autor; cinse d'invitte
Mura i Penati; e da le nere torri
Signoreggiando il mar, verso le aduste
Spiagge la predatrice Africa spinse.
Vedi quel magro a cui canuto e raro
Pende il crin da la nuca, e l'altro a cui
Su la guancia pienotta e sopra il mento
Serpe triplice pelo? Ambo s'adornano
Di toga magistral cadente a i piedi:
L'uno a Temi fu sacro: entro a' Licei
La giovent� pellegrinando ei trasse
A gli oracoli suoi; indi sedette
Nel senato de' padri; e le disperse
Leggi raccolte, ne fe' parte al mondo:
L'altro sacro ad Igeia. Non odi ancora
Presso a un secol di vita il buon vegliardo
Di lui narrar quel che da' padri suoi
Nonagenarj ud�, com'ei spargesse
Su la plebe infelice oro e salute
Pari a Febo suo nume? Ecco quel grande
A cui si fosco parruccon s'innalza
Sopra la fronte spaziosa; e scende
Di minuti botton serie infinita
Lungo la veste. Ridi? Ei novi aperse
Studj a la patria; ei di perenne aita
I miseri dot�; portici e vie
Stese per la cittade; e da gli ombrosi
Lor lontani recessi a lei dedusse
Le pure onde salubri, e ne' quadrivj
E in mezzo a gli ampli fori alto le fece
Salir scherzando a rinfrescar la state
Madre di morbi popolari. Oh come
Ardi a tal vista di beato orgoglio
Magnanimo garzon! Folle! A cui parlo?
Ei gi� pi� non m'ascolta: odi� que' ceffi
Il suo guardo gentil: noia lui prese
Di si vieti racconti: e gi� s'affretta
Gi� per le scale impaziente. Addio
De gli uomini delizia e di tua stirpe,
E de la patria tua gloria e sostegno.
Ecco che umili in bipartita schiera
T'accolgono i tuoi servi. Altri gi� pronto
Via se ne corre ad annunciare al mondo
Che tu vieni a bearlo; altri a le braccia
Timido ti sostien mentre il dorato
Cocchio tu sali, e tacito e severo
Sur un canto ti sdrai. Apriti o vulgo
E cedi il passo al trono ove s'asside
Il mio signore. Ah te meschin s'ei perde
Un sol per te de' preziosi istanti!
Temi il non mai da legge o verga o fune
Domabile cocchier: temi le rote
Che gi� pi� volte le tue membra
Avvolser seco, e del tuo impuro sangue
Corser macchiate, e il suol di lunga striscia
Spettacol miserabile! segn�ro.

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