Putin «opziona» la Yukos

"Non abbiamo intenzione di appropriarci della compagnia petrolifera. Ma se andrà all'asta lo Stato potrà partecipare". "Il governo ha il diritto, anzi è costretto a garantire i suoi interessi". Il nuovo consorzio russo Rosneft-Gazprom pronto a scalare il controllo del colosso energetico.

di Paolo M. Alfieri

Segnali ambigui sul futuro della Yukos, il colosso energetico russo a rischio smembramento a causa dei suoi debiti col fisco. Il leader del Cremlino, Vladimir Putin, ha dichiarato ieri che Mosca "non ha alcuna intenzione di appropriarsi" della compagnia. Ma anche che "se gli assetti della compagnia verranno messi in vendita, gli enti statali potranno partecipare all'eventuale asta".

Dichiarazioni che hanno confermato le paure degli investitori su un futuro controllo governativo della Yukos, che pagherebbe in questo modo il tributo finale alle ormai defunte ambizioni politiche del suo fondatore, Mikhail Khodorkovsky, arrestato un anno fa. D'altronde, come ha sottolineato lo stesso Putin, Yukos è sì una compagnia privata, "ma accusata di aver evaso le tasse" e "perdente in quasi tutte le udienze processuali". E dunque "lo Stato ha il diritto, anzi è costretto a garantire i suoi interessi".

Putin ha poi dichiarato che la creazione di un polo energetico con capitale statale, tramite la fusione di Rosneft con il gigante Gazprom, "non è assolutamente legata al problema della Yukos". Eppure secondo molti osservatori internazionali proprio la Gazprom è una delle compagnie che hanno le possibilità maggiori di intraprendere la scalata per il controllo della Yukos.

Non a caso Putin ha ripetuto più volte che la politica attuale del Cremlino punta a far riconvergere nelle mani dello Stato quel settore dell'energia andato "perduto" con la privatizzazione dell'era Yeltsin. "La maggior parte delle compagnie energetiche del nostro Paese sono private. Una situazione del tutto opposta agli altri Stati membri dell'Opec, dove la produzione e la commercializzazione di gas e petrolio è a carattere statale".

Il destino della Yukos sembra dunque sempre più pericolante. La compagnia è finora riuscita a racimolare solo un terzo dei 7 miliardi di dollari che il fisco russo pretende. Ha chiesto ripetutamente allo Stato di poter mettere in vendita alcuni comparti secondari per accumulare liquidità e lo scongelamento dei conti bancari per finanziare operazioni di routine. Il niet di Mosca è arrivato in parallelo a quello delle autorità giudiziarie, che hanno minacciato la vendita dell'unità siberiana della compagnia, la Yugansk, che da sola produce il 60% del greggio made in Yukos. Il governo ha inoltre affidato all'istituto finanziario Dresdner Kleinwort Wasserstein un'analisi sul valore della Yugansk, che potrebbe aggirarsi sui 16 miliardi di dollari, una cifra impossibile per qualsiasi compagnia russa.

Ma gli analisti si dicono certi che la valutazione - prevista per la fine di settembre - potrebbe crollare fino ai 2 miliardi di dollari se lo Stato dovesse revocare la licenza di produzione alla Yugansk per il mancato pagamento delle tasse. E dunque una somma alla portata del nuovo consorzio Gazprom-Rosneft, in prima fila visto che il Cremlino potrebbe in ogni momento trovare il modo e il cavillo con il quale mettere da parte le ambizioni delle compagnie straniere.

Avvenire 25/09/04


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