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commerci e povertà: «La ricetta è nelle regole» Il rapporto Undp: Cresce il divario tra chi ha tutto e non possiede nulla e la miseria causa più morti di tre tsunami al mese. Secondo le Nazioni Unite è necessario che il Nord del mondo riveda le norme del sistema di aiuti internazionali. Paolo M. Alfieri Se vi dicessero che nel mondo il bilancio di morti per povertà è equivalente, ogni mese, a tre tsunami come quello che ha colpito lo scorso dicembre l'Oceano Indiano provocando 300mila vittime. Se vi dicessero che le 500 persone più ricche della Terra hanno un reddito totale superiore a quello dei 416 milioni di persone più povere. O, ancora, che le barriere protezionistiche in vigore nel Nord del mondo causano perdite nei Paesi poveri per un ammontare pari alla somma degli aiuti che essi ricevono, rendendoli quindi inefficaci. Sono solo tre esempi ricavati dal "Rapporto sullo Sviluppo Umano 2005" che il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp) presenterà oggi (7 settembre) a 191 capi di Stato e di governo, a una settimana dal vertice Onu di New York, nel quale verrà analizzato il cammino percorso per raggiungere, entro il 2015, gli Obiettivi del Millennio (OdM). E' un documento amaro, che invita a riflettere sulle cause più profonde del mancato sviluppo di intere regioni, che analizza le strette connessioni tra politiche commerciali inique e povertà, tra guerre e arretratezza, tra malattie e indigenza. E' il Niger, Paese sconvolto negli ultimi mesi da una gravissima crisi alimentare, a occupare l'ultimo posto nella graduatoria dell'Indice di Sviluppo Umano, un insieme di importanti indicatori quali il reddito, la speranza di vita e l'istruzione. Ma è tutta l'Africa a far registrare arretramenti significativi, soprattutto a causa del diffondersi dell'Aids: il Sudafrica è retrocesso di 35 posizioni, lo Zimbabwe di 23, il Botswana di 21. Una tendenza che si verifica anche in molti Stati dell'ex Unione Sovietica, come il Tajikistan e l'Ucraina. Il primo posto della graduatoria è invece occupato dalla Norvegia, seguita da Islanda e Australia, mentre l'Italia è in 18° posizione. Certo, ci sono degli indicatori che mostrano come, nell'ambito degli OdM (tra i quali figurano l'impegno a dimezzare la povertà, a ridurre di due terzi la mortalità infantile, all'istruzione primaria universale), alcuni progressi si siano fatti. Ogni anno nei Paesi in via di sviluppo muoiono 2 milioni di bambini in meno, 130 milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema, vanno a scuola 30 milioni di bambini in più. Clamorosi passi in avanti si sono verificati in Paesi come Vietnam, Bangladesh, Uganda. Eppure, 2,5 miliardi di persone vivono ancora con meno di due dollari al giorno e 11 milioni di bambini, secondo un recente rapporto dell'Organizzazione mondiale della sanità, muoiono ogni anno per "cause evitabili". Il Rapporto Undp sottolinea poi come 65 Stati, con una popolazione totale di 1,2 miliardi di persone, rischiano di non raggiungere neppure uno degli OdM fino ad oltre il 2040. Altro che 2015. Un ritardo che coinvolgerà generazioni intere. Il documento concentra quindi la sua attenzione sul ruolo del Nord del mondo a favore dello sviluppo, soprattutto in seguito ai rinnovati impegni assunti durante il recente G8 di Gleneagles, in tre aree vitali: aiuti, commercio e sicurezza. Riguardo ai primi, ad esempio, si sottolinea come siano molti i Paesi ricchi (tra questi, Usa, Giappone, Italia e Germania) lontani dal raggiungere la soglia stabilita dello 0,7% del Pil da destinare all'assistenza. Molti degli aiuti sono inoltre ancora vincolati all'acquisto di beni negli Stati donatori, una sorta di "tassa sulla generosità" che fa lievitare del 20% il costo delle merci per i Paesi poveri. Riguardo al commercio, il Rapporto, oltre a sottolineare le distorsioni provocate dalle barriere doganali (che sottraggono 72 miliardi di dollari l'anno allo sviluppo incidendo negativamente sulle economie locali), punta l'indice contro l'immobilismo delle negoziazioni del Doha Millennium Round dell'Organizzazione mondiale del Commercio. Necessario poi un maggior impegno sul fronte della sicurezza, considerato che conflitti e violenza rappresentano uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo. La strada per raggiungere gli Obiettivi è dunque lunga, tortuosa. Eppure le tendenze non sono, per fortuna, ineluttabili. Il vertice Onu può rappresentare infatti un'occasione eccezionale per dimostrare che la promessa fatta cinque anni fa a tutte le vittime del sottosviluppo può essere mantenuta. Serve, soprattutto, la volontà politica perché il prossimo possa essere il "decennio dello sviluppo". Vale la pena tentarci. Avvenire 08/09/05 |
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