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Uganda la salute non è più un debito Dal 1998 il denaro non restituito ai creditori è impiegato a favore dell'assistenza medica e della formazione infermieristica. Le ong denunciano la recente diminuzione dei fondi: "Kampala riconosca la nostra importanza" Paolo M. Alfieri Dopo i riflettori, i proclami e le promesse generate dal G8 scozzese verrà il momento di capire se davvero e fino all'ultimo centesimo il denaro risparmiato dall'azzeramento del debito sarà destinato allo sviluppo del Continente nero. Bisognerà capire chi e come gestirà i fondi, quali le garanzie che i finanziamenti verranno indirizzati verso progetti efficaci e duraturi, quale ruolo verrà assegnato a quegli operatori impegnati da anni in realtà di miseria e arretratezza. Eppure fin da ora è possibile tracciare un primo profilo seguendo ad esempio il caso dell'Uganda, che, oltre ad essere tra i 18 Paesi ai quali è stato recentemente rimesso il debito, già dal 1998 beneficia di una serie di sconti sugli interessi dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale grazie all'iniziativa Hipc (Heavily Indebted Poor Countries). L'intesa con le istituzioni internazionali prevede infatti che il denaro "liberato" grazie al meccanismo dell'Hipc venga investito in settori ad alto interesse sociale come sanità ed educazione. A questo proposito il ministero delle Finanze ugandese ha creato un fondo speciale, il Paf, Poverty action fund, al quale accedono soprattutto quelle strutture no profit impegnate in questi campi. Tra queste, l'Uganda Catholic Medical Bureau (Ucmb), che gestisce 27 ospedali sui 100 operanti nel Paese nonché 12 delle 25 scuole per infermieri. Un esempio concreto di come i fondi risparmiati vengano impegnati a favore della popolazione locale. "Soprattutto la formazione va a incidere positivamente su un territorio ancora povero di risorse umane - spiega ad Avvenire Daniele Giusti, Executive Secretary dell'Ucmb - La nostra speranza è che concluso l'iter formativo questi giovani restino nel loro Paese, che non vengano coinvolti in quel "drenaggio di cervelli" che da anni porta via all'Africa i suoi migliori talenti". Ma la preoccupazione maggiore riguarda la distribuzione dei fondi governativi, soprattutto in attesa di capire come verranno gestiti i circa 100 milioni di dollari annuali derivanti dal recente azzeramento definitivo del debito. Spiega Giusti che "se fino a un paio di anni fa il meccanismo, seppur con qualche pecca, ha prodotto dei buoni risultati, la situazione attuale è assai meno chiara". Il budget dell'Ucmb, così come quello delle altre organizzazioni no profit, è stato infatti "congelato" ai livelli del 2003, nonostante le esigenze sempre maggiori denunciate da queste strutture. E già quei livelli non sono esenti da qualche incongruenza, visto che, ad esempio, su un budget sanitario di 200 milioni di dollari, solo l'8% viene destinato al settore privato no profit, nonostante questo copra più di un terzo degli interventi sanitari. Il risultato di questa discrepanza è che proprio al paziente viene addebitato - vista anche l'assenza nel Paese di un qualsiasi meccanismo di assicurazione sanitaria - la fetta più grossa dei costi ospedalieri, circa il 50%. Da parte sua il governo mette a disposizione un ulteriore 30%, mentre l'intervento dei Paesi donatori copre il rimanente 20%. Una situazione quantomeno precaria per gran parte della popolazione, visto che il 40% degli ugandesi vive ancora al di sotto della soglia di povertà. "Senza contare che più volte, negli ultimi tempi, abbiamo avuto il sospetto che parte dei fondi destinati alla sanità sia stata in realtà destinata al ripianamento del deficit pubblico", sostiene Filippo Ciantia, responsabile di una serie di progetti gestiti dall'Avsi in Uganda, tra i quali l'informatizzazione della rete sanitaria dell'Ucmb. Il sospetto viene ribadito dallo stesso Giusti: "I nostri fondi sono ulteriormente diminuiti, mentre sono aumentati gli stipendi dei dipendenti del sistema sanitario pubblico. Una mossa usata a nostro parere per scopi puramente elettorali". Le perplessità si sono trasformate poche settimane fa in una lettera aperta firmata dai leader religiosi del Paese, tra i quali l'Arcivescovo Paul K. Bakyenga. Il documento critica proprio la ripartizione delle risorse effettuata dal governo, caratterizzata da una "forte asimmetria" tra i finanziamenti destinati al settore pubblico e quelli del settore privato no profit. Una asimmetria che si traduce in un forte squilibrio nel mercato del lavoro interno, oltre ad un'inevitabile crisi dei servizi erogati. "Speriamo che in futuro i fondi vengano sempre più indirizzati a favore dello sviluppo - conclude Giusti - Il governo deve ammettere che non è l'unico attore in campo e riconoscere l'importanza fondamentale della nostra esperienza". Avvenire 07/07/05 |
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