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Un anno
dopo / Affrontare il trauma dell'onda. Per ricominciare
Guarire dallo tsunami
Per lungo tempo gli adulti non sono tornati in mare, molti si rifiutano
di mangiare pesce. Ma grazie a progetti mirati si guarda al futuro con
fiducia. Attraverso il disegno i bambini rielaborano il dramma vissuto.
"Ha stupito molto la collaborazione tra uomini di diverse religioni
e provenienze etniche".
Paolo M. Alfieri
Ci sono ricostruzioni che non
è facile intravedere, avvolte come sono da una cortina di incertezze
e di paura. Sono le riparazioni delle anime sconvolte dall'onda mortale,
quella che un anno fa portò terrore e distruzione in tutto il Sud-Est
asiatico. Perché se l'opera di ristrutturazione di scuole, strade
e case, grazie alla solidarietà internazionale, ha viaggiato in
molti casi a velocità considerevole, molto più difficile
e lungo è il ritorno alla normalità emotiva e psicologica.
Soprattutto nel contesto di un trauma che, ancora prima che individuale,
è collettivo, e ridisegna, suo malgrado, il futuro di comunità
intere.
E dunque, è possibile guardare al domani con serenità, superare
in qualche modo lo choc da tsunami? Con quali mezzi si può far
fronte al trauma? Con quale linguaggio, quale forma di comunicazione?
Come si fa a canalizzare tensioni, stress e ansia verso una dimensione
emotivamente accettabile e stabile?
Antonella Cassano ha alle spalle un Master in Interventi relazionali in
contesti di emergenza. Dalla fine di aprile fa parte di un gruppo di educatori
e psicologi che si occupa di formazione in due scuole di Matara, piccolo
centro sulla costa meridionale dello Sri Lanka. Il progetto è promosso
dall'Università Cattolica di Milano e cofinanziato dalla Regione
Lombardia. "L'idea di base è quella di lavorare con gli insegnanti
e con i bambini per favorire una reazione al dramma dello tsunami, partendo
dal concetto che, nonostante tutto, ci si possa rialzare per continuare
a vivere", spiega Antonella.
Il progetto (che viene replicato anche a Batticaloa, sulla costa orientale
del Paese) si basa su una parte teorica e una di laboratorio. "All'inizio
ci siamo concentrati soprattutto sulla "psicologia dell'emergenza",
illustrando agli insegnanti una serie di informazioni di base utili per
fronteggiare situazioni critiche. Dopodichè abbiamo cominciato
a lavorare sull'aspetto dei sogni e dei desideri dei bambini, sia dal
punto di vista individuale che collettivo. Abbiamo chiesto loro di esprimere,
attraverso alcuni disegni, tutte quelle cose che avrebbero voluto realizzare.
Il passo successivo è stato quello di tradurre questi desideri
in realtà. Così abbiamo organizzato una grande partita di
cricket, che nello Sri Lanka è lo sport nazionale, abbiamo riempito
il cortile della scuola con decine di aquiloni colorati, abbiamo realizzato
dal nulla un orto botanico".
Piccoli avvenimenti che simboleggiano una fortissima voglia di tornare
a vivere, di pensare che niente è impossibile se il domani viene
affrontato così, senza paura. E, magari, con maggiore attenzione
all'aspetto della sicurezza, "un nodo essenziale, se si pensa che
per queste strutture non esistevano né piani di sgombero né
una segnaletica adeguata", sottolinea Antonella. È stata così
predisposta una mappatura degli scenari di rischio, oltre alla simulazione
di un'eventuale evacuazione.
L'ultima, forse la più decisiva, parte del progetto promosso dalla
Cattolica si basa invece sulla "resilienza", un termine mutuato
dalla fisica che designa la capacità dei metalli di resistere agli
urti e che è facilmente adattabile alla necessità per l'uomo
di far fronte a eventi come lo tsunami. "Resilienza" come capacità
umana di affrontare le avversità della vita, superarle e uscirne
rinforzati, trasformati. "A questo proposito distribuiremo ai bambini
una serie di oggetti dal valore simbolico, dall'albo da disegno al flauto
in legno tipico di queste zone, dalle carte da gioco ai frutti, simbolo
della vita", osserva Antonella.
Non è un lavoro facile quello degli operatori impegnati nel favorire
il recupero psicologico delle vittime dello tsunami. C'è gente
alla quale l'urto dell'onda ha portato via tutto, dalla famiglia alla
barca utilizzata per la pesca. "Molte persone preferiscono non tornare
più in spiaggia, altri non mangiano più il pesce. Molti
bambini soffrono a scuola di problemi post-traumatici, quali la perdita
frequente di concentrazione o la mancanza di memoria. Le tecniche espressive
che noi usiamo, la narrazione, il disegno, servono soprattutto a far esprimere
questi bambini - molti dei quali sono rimasti orfani - e a far loro rielaborare
vissuti emotivi come la paura e l'incertezza".
Sono tante le storie di disperazione e recupero che si accavallano l'un
l'altra. Come quella di un uomo di 35 anni che ha perso sia la moglie
che le due figlie. "Per tanto tempo, dopo il riconoscimento delle
salme, ha preferito isolarsi, si è totalmente chiuso in se stesso.
Da qualche settimana, però, ha ricominciato a venire in chiesa,
e la comunità intera sta cercando di trasmettergli un grande affetto",
racconta Antonella, che ricorda come ventidue persone siano state colpite
dall'onda proprio mentre stavano partecipando alla Messa. Da parte sua,
la giovane operatrice italiana non nasconde l'orgoglio di accompagnare
questa comunità in un momento così difficile, avendo come
unico obiettivo quello di far intravedere a questa gente un futuro di
speranza.
C'è un aspetto sociale molto particolare che è emerso nel
periodo post-tsunami. È una nuova attenzione nei confronti dei
più giovani, dei loro turbamenti, dei loro traumi. Lo sottolinea
la professoressa Cristina Castelli, responsabile dei progetti per lo Sri
Lanka dell'Università Cattolica, quando fa notare che lavorando
sullo choc da tsunami, sono emersi dal passato di molti bambini i sintomi
di traumi precedenti, legati in alcuni casi alla piaga del turismo sessuale.
"Se c'è un aspetto positivo rintracciabile nella sciagura
dello tsunami, esso consiste proprio in questo interesse inedito verso
il mondo dell'infanzia, del quale nessuno prima si occupava in modo sistematico
- osserva la docente della Cattolica -. Fenomeni quali la troppa o la
troppo poca vivacità dei bambini, il loro essere scostanti o poco
concentrati derivano a volte proprio dall'aver subito esperienze di carattere
sessuale. Noi ci siamo preoccupati di rendere consapevoli di questi tratti
traumatici gli insegnanti, i quali possono ora segnalare i bambini che
hanno vissuto questo disagio ad alcuni centri specializzati creati di
recente e in grado di adottare delle terapie psicologiche efficaci".
A colpire in modo particolare la professoressa Castelli, appena tornata
da Matara, è soprattutto il grande spirito di cooperazione creatosi
tra le varie comunità all'indomani dello tsunami. "Buddhisti,
cattolici e musulmani hanno saputo reagire collaborando attivamente -
spiega la docente -. La differenza sostanziale che ho riscontrato in questa
popolazione, a differenza di quanto accaduto in altre situazioni d'emergenza,
è proprio il loro attivismo. L'atteggiamento prevalente non è
stato quello di piangersi addosso, ma di darsi da fare, lasciando da parte
le differenze etniche o religiose".
È una comunanza che avvicina il caso dello Sri Lanka a quello della
Thailandia, un altro dei Paesi colpiti dallo tsunami. "All'inizio
ogni gruppo religioso ha reagito a modo suo - spiega padre Angelo Campagnoli,
missionario del Pime che un anno fa ha vissuto in prima linea il dramma
provocato dall'onda anomala -. I buddhisti hanno reagito secondo una concezione
che noi potremmo definire "fatalista", senza lasciare intravedere
agli altri il proprio dolore, ma vivendolo appunto come il proprio karma
individuale. I musulmani si sono affidati nelle mani di Allah, e interpretato
lo tsunami come un evento che era in qualche modo previsto. La risposta
di noi cristiani è stata quella di aprirci al bisogno degli altri.
Dall'incontro e dalla collaborazione è nata poi quella forza che
ha permesso all'intera comunità thailandese di risollevarsi dal
trauma".
Padre Angelo ricorda, in particolare, l'aiuto portato agli ultimi tra
gli ultimi, dai gruppi di profughi birmani ai morgan, gli "zingari
del mare" di origine indonesiana. Progetti a volte piccoli ma ben
mirati, che non si sono esauriti soddisfacendo soltanto bisogni primari
quali la distribuzione di viveri. "Il vero soccorso lo hanno prestato
coloro che hanno instaurato con queste persone un rapporto fatto di dialogo
e comprensione - spiega ancora padre Angelo - È stato importantissimo
per le vittime poter raccontare quello che avevano vissuto, sapendo che
davanti a loro c'era qualcuno pronto ad ascoltarli. E non raccontavano
per lamentarsi, o per commuovere, ma perché avevano bisogno di
condividere il proprio dolore, di superare lo devastazione subìta
e la paura. In molti avevano smarrito la fiducia nella vita. Fino a quando
hanno cominciato a capire che solo assieme si poteva superare la difficoltà
che aveva colpito il singolo".
Il ricordo più emozionante, per il sacerdote italiano, è
quello legato ad una piccola comunità musulmana di Phuket. "Sono
tornato a trovarli ad agosto. Ed è stata una gioia immensa vedere
che, al di là dei grandi alberghi sulla spiaggia, ormai quasi tutti
riedificati, anche questa povera gente era stata in grado di ricostruire
le proprie piccole abitazioni e tornare alla vita".
Certo, nessuno si illude che il cammino verso la normalità sia
destinato a concludersi rapidamente. Ne è ben consapevole padre
John Bosco Suwat, prete diocesano locale, che gestisce numerosi progetti,
molti dei quali legati a interventi di sostegno psicologico, per conto
della Conferenza episcopale thailandese. "Molte persone hanno impiegato
parecchio tempo a comprendere la dimensione del dramma di cui sono state
vittime. Il fatto poi che l'intero settore del turismo sia stato messo
in ginocchio dallo tsunami ha causato una vera e propria tragedia nazionale.
Per questo ci siamo dati molto da fare per ideare delle attività
lavorative, per permettere a questa gente di riuscire a sopravvivere con
dignità anche una volta che gli aiuti internazionali hanno cominciato
a subire un calo".
"Abbiamo inoltre svolto un gran lavoro a livello di assistenza emotiva,
incoraggiando queste persone a reagire - continua padre Suwat -. È
un impegno che ci assorbe a tutto campo ancora oggi, a un anno di distanza,
e che riguarda tutte le classi sociali, nella consapevolezza che soltanto
l'unità e il sostegno reciproco dell'intera comunità possa
permettere a ognuno di guardare con fiducia al proprio futuro".
Quel futuro che ora non fa più così paura agli abitanti
di Sadras Kupam, piccolo centro dello Stato indiano del Tamil Nadu devastato
dallo tsunami. Di recente hanno inaugurato con una solenne cerimonia il
loro ritorno in mare, grazie all'ultimazione di nuove piccole imbarcazioni.
"È stato un passaggio dal significato enorme", sottolinea
Giuliana Benedusi, cooperante dell'ong legata al Pime New Humanity che
ha partecipato a quello che definisce un vero e proprio "evento".
Per due mesi, da febbraio ad aprile di quest'anno, Giuliana ha accompagnato
padre Anthony Thota, coordinatore degli aiuti del Pime per lo tsunami
in India, in un viaggio della speranza da Madras a Velankanni. Quasi quattrocento
chilometri a stretto contatto con le vittime dell'onda distruttrice, per
raggiungere quei villaggi nei quali nessuno era ancora riuscito ad arrivare,
per portare un aiuto e un sorriso lì dove c'era maggior bisogno.
(cfr. M.M., giugno/luglio 2005, pp. 26-29)
"Tra le cose più significative che siamo riusciti a realizzare
ci sono sicuramente i parchi da gioco per i bambini allestiti in cinque
villaggi, che hanno consentito ai più piccoli di tornare ad una
dimensione di normalità dopo il trauma subìto - racconta
Giuliana -. E poi va ricordata l'istituzione di un ambulatorio medico
itinerante, che ha garantito per più di sei mesi controlli sanitari
a centinaia di persone. Il riconoscimento più importante, per noi
operatori, è stato quello di vedere nascere in loro il grosso sollievo
morale di non sentirsi abbandonati, e di essere anzi compresi e assistiti
nel loro dolore".
Sri Lanka, Thailandia, India. Storie, costumi, culture diversissime tra
loro. Lo tsunami ha colpito duro tutti e tre i Paesi: sessantamila morti,
danni per miliardi di dollari, economia in ginocchio. È passato
appena un anno. La voglia di reagire sembra aver acquisito già
una forza e uno slancio degni della tradizionale vitalità di questi
popoli.
M.M. dicembre 2005, pp. 60-63
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