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Timor Est,
un documento per non dimenticare
Agghiacciante rapporto sull'occupazione indonesiana
Paolo M. Alfieri
Centottantamila morti tra i civili,
più del 90 per cento dei quali stremati da fame e malattie. E poi,
ancora, torture, stupri, detenzioni arbitrarie. Il film degli orrori sui
ventiquattro anni di occupazione di Timor Est da parte dell'esercito indonesiano
è tutto qui, racchiuso in un rapporto di oltre 2.500 pagine, reso
noto nelle scorse settimane. Il titolo è anche un forte monito:
"Chega!" - Basta! - in portoghese.
Compilato dalla Commissione per l'accoglienza, la verità e la riconciliazione,
un organismo locale nato nel 2002 con lo scopo di investigare gli abusi,
il documento afferma che il governo e le forze di sicurezza indonesiane
furono direttamente responsabili del 70 per cento delle uccisioni e delle
sparizioni illegali fra il 1975 (anno dell'invasione della metà
orientale dell'isola) e il 1999. Un pugno di ferro attuato con una strategia
efferata e precisa, tesa a sopprimere energicamente il movimento della
resistenza degli est-timoresi.
Il rapporto - che identifica per nome vittime e autori degli abusi - si
basa su oltre ottomila interviste, documenti militari indonesiani, fonti
di intelligence. Il quadro che emerge dall'indagine è avvilente:
le forze di occupazione usarono napalm e armi chimiche in modo da avvelenare
le fonti di cibo e di acqua, le esecuzioni furono "diffuse e sistematiche",
la schiavitù sessuale "ufficialmente accettata dall'Indonesia".
"Le violazioni furono commesse nell'esecuzione di un piano complessivo
approvato, condotto e controllato dai comandanti militari indonesiani
al più alto livello", sottolinea il documento.
La violenza culminò nelle rappresaglie del 1999 contro il referendum
per l'indipendenza di Timor Est promosso dalle Nazioni Unite, quando i
militari indonesiani e le milizie locali loro alleate si scatenarono in
tutto il Paese, uccidendo migliaia di persone e distruggendo la maggior
parte di città e villaggi. Nel dossier non mancano poi critiche
pesanti contro l'Australia per il riconoscimento accordato all'invasione
della piccola ex colonia portoghese e per aver mancato di prevenire l'uso
della forza.
Nonostante fossero stati inviati già a fine ottobre al presidente
di Timor Est, Xanana Gusmao, i contenuti del rapporto sono stati resi
noti soltanto ora. Lo stesso Gusmao, infatti, aveva chiesto espressamente
di non rendere pubblici per un certo periodo di tempo i risultati dell'indagine.
L'intenzione neanche troppo nascosta del governo di Dili è infatti
quella di mantenere le buone relazioni, soprattutto di carattere economico,
avviate negli ultimi tempi con l'Indonesia. Gli osservatori sono concordi
nell'affermare che difficilmente l'esecutivo di Timor Est chiederà
di perseguire gli ufficiali indonesiani accusati degli abusi descritti
nel rapporto.
D'altronde, finora sono pochissimi i soldati puniti da Giacarta per le
uccisioni, le aggressioni e gli stupri commessi durante l'occupazione.
In molti a Timor Est ricordano con profonda delusione il verdetto emesso
da un tribunale indonesiano nel luglio del 2004. I generali Adam Damiri
e Noer Muis, l'ex capo della polizia Hulman Gultom e il tenente colonnello
Soejarwo vennero infatti scagionati in secondo grado nonostante il ruolo
ricoperto negli eccidi. Lo stesso tribunale aveva poi dimezzato la pena
del leader delle milizie pro-Indonesia, Eurico Gueterres, nonostante le
imputazioni a suo carico per molteplici omicidi. Poche settimane fa, peraltro,
il presidente di Timor Est ha autorizzato Gueterres a ritornare nel Paese,
garantendo per la sua sicurezza. Un invito che ha scatenato le proteste
del principale ente per i diritti umani di Timor Est, Yayasan-HAK. Il
suo portavoce, Jose Oliveira, ha espresso la preoccupazione che una volta
che comincerà a circolare la notizia del suo ritorno, vi saranno
reazioni violente da parte dei familiari delle vittime degli eccidi commessi
dalle milizie.
Anche perché, fanno osservare gli analisti, la popolazione teme
che in nome della riconciliazione si dimentichino le migliaia di vite
umane vittime dell'occupazione indonesiana. "Parlare in modo teorico
di amicizia tra le due nazioni non funziona con chi ha avuto vittime tra
i propri cari in quegli anni - ha spiegato ad Asia News monsignor Basilio
do Nascimento, vescovo di Baucau -. I vertici dello Stato devono considerare
la popolazione un interlocutore necessario sulla questione".
La Chiesa cattolica locale chiede da tempo un intervento delle Nazioni
Unite affinché sia fatta giustizia per il popolo di Timor Est tramite
un tribunale internazionale. I due governi sono però da tempo contrari
a questa ipotesi, perché "rovinerebbe le relazioni tra i due
Paesi". Il deferimento per i crimini commessi alla Corte penale internazionale
(Cpi) dell'Aja sembra dunque poco probabile. "La competenza della
Corte può essere messa in moto solo nei modi previsti dallo Statuto
di Roma, il documento che ha istituito nel 1998 la Cpi - ci spiega il
giudice Antonio Politi, unico italiano tra i 18 magistrati che compongono
il tribunal dell'Onu -. E cioè, ocon una denuncia di uno Stato
parte, o con un'iniziativa autonoma del Procuratore (che però,
in questo caso, deve ottenere l'autorizzazione della Camera preliminare)
o, ancora, con un rinvio da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni
Unite".
Tutte ipotesi lontane, anche perchè "Timor Est è uno
Stato economicamente debole, che ha bisogno dell'aiuto del gigante indonesiano
- ci dice il giudice Antonio Cassese, già presidente del Tribunale
penale internazionale per l'ex Jugoslavia ed esporto di questioni giuridiche
internazionali -. Si tratta di una scelta politica in fin dei conti comprensibile.
Escludo che la Cpi possa attivarsi in questo caso, perché si troverebbe
a interferire non soltanto con l'opposizione di Giacarta, ma anche dello
stesso governo di Timor Est".
M.M. marzo 2006, pp. 18-19
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