Timor
Est, assolti
i responsabili dei massacri
In primo grado erano stati
condannati per il ruolo ricoperto nell'eccidio del 1999, quando vennero
massacrati più di 1500 civili. Proteste da parte degli attivisti
politici, no comment dalle autorità locali. La decisione finale
alla Corte Suprema. Gli imputati non avevano ancora scontato un giorno
di carcere. Anche il nazionalista Gutierrez si è visto dimezzare
la pena.
di Paolo M. Alfieri
"Non c'è giustizia
per Timor Est". Ha un tono di evidente rassegnazione il commento
del presidente dell'Associazione indonesiana per i diritti umani. È
il tono di chi sente come una bruciante sconfitta della Storia il verdetto
emesso da un tribunale di Giacarta.
La Corte d'Appello della capitale indonesiana ha infatti scagionato quattro
alti ufficiali dell'esercito. Quattro comandanti accusati di aver commesso
crimini contro l'umanità nel 1999 a Timor Est, quando oltre
1.500 civili vennero massacrati nel corso della repressione indonesiana
alla dichiarazione d'indipendenza della regione.
Sono i generali Adam Damiri e Noer Muis, l'ex capo della polizia Hulman
Gultom e il tenente colonnello Soejarwo. Damiri è l'ex comandante
militare della regione. Nel 2003, in primo grado, era stato condannato
a tre anni di reclusione. Muis era responsabile delle truppe indonesiane
a Timor Est all'epoca degli scontri. Anche lui era stato condannato in
primo grado, giudicato colpevole di non aver fatto abbastanza per difendere
la vita dei civili durante l'eccidio. Sia Damiri che Muis non hanno
comunque passato nemmeno un giorno dietro le sbarre. Dopo le condanne
dello scorso anno era stato loro concesso di restare in libertà
in attesa del giudizio di appello.
Comprensibile la delusione dei rappresentanti delle organizzazioni per
i diritti umani. Dei 18 imputati ritenuti in primo grado colpevoli di
responsabilità nelle violenze, soltanto due sono ora in prigione.
Sono l'ex governatore di Timor, Abilio Soares, e il leader militare Eurico
Guterres, che ha comunque beneficiato di un dimezzamento della pena, da
dieci a cinque anni.
La Corte ha deciso di assolvere i quattro alti ufficiali lo scorso 29
luglio, ma solo ieri la notizia ha assunto carattere pubblico. Sconcertati
i magistrati che avevano emesso il verdetto di primo grado. "C'è
un punto interrogativo enorme che riguarda le motivazioni che hanno portato
al capovolgimento della sentenza", ha dichiarato il giudice Binsar
Goeltom.
L'iter processuale non è comunque definitivamente chiuso. La pubblica
accusa farà ora appello alla Corte Suprema. "Ogni volta che
c'è evidenza di crimini commessi contro i diritti umani è
necessario andare avanti. E in questo caso di prove ce ne sono tantissime",
ha sottolineato Ketut Murtika, uno dei responsabili della Procura generale
di Giacarta.
Le autorità di Timor Est non si sono fino a questo momento espresse
sull'assoluzione dei quattro ufficiali. "Il processo non è
ancora finito. Parleremo quando sarà emesso il verdetto della Corte
Suprema", ha detto Nelson Santos, segretario generale del ministero
degli Esteri.
Sono in molti ancora gli indonesiani che vedono nella perdita di Timor
Est una macchia indelebile nell'orgoglio nazionale. In tanti hanno
dunque preso le difese dei quattro ufficiali e commentato positivamente
la decisione della Corte di Giacarta.
D'altronde l'ex generale Wiranto, anch'egli accusato dalle Nazioni
Unite di crimini contro l'umanità per essere stato tra i maggiori
responsabili dei morti del 1999, ha raccolto ben il 22,5% di voti durante
il recente primo turno delle elezioni presidenziali. Oltre 26 milioni
di preferenze che se da una parte non sono bastate a Wiranto per aver
accesso al ballottaggio del prossimo venti settembre, dall'altra hanno
confermato il carattere ultranazionalista di una grossa parte della
popolazione.
Nonostante da tempo non si registrino episodi di violenza, Timor Est è
giudicata da molti osservatori una zona ancora a rischio scontri. Le
milizie anti-indipendentiste fedeli a Giacarta sono ancora attive e
gli stessi confini tracciati due anni fa non sono definitivamente stabili.
Facile capire dunque come la decisione della Corte di Giacarta rischi
di provocare nuove tensioni. Soprattutto di rimandare ancora l'avvento
di uno spirito di riconciliazione che cancelli le ferite di quel maggio
di sangue di cinque anni fa.
Avvenire 07/08/04
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