Marcia della memoria a Soweto. Mbeki: "Lezione ancora valida"

In migliaia hanno sfilato nel ghetto di Johannesburg per ricordare la repressione subita nel 1976 dai giovani neri per mano del regime.

Paolo M. Alfieri

Il percorso che attraversa uno dei nodi più dolorosi della recente storia africana è una distesa di piastrelle lungo la strada che dalla Morris Isaacson High School raggiunge Khumalo Street. Ed è proprio il colore di quelle piastrelle, quel rosso rubino che sa di sangue e violenza, a raccontare di ribellione e regime, sogno e repressione, sete di giustizia e apartheid.
Caddero qui, a centinaia, i giovani neri di Soweto che pretesero l'impossibile. Sognavano la libertà, un'istruzione adeguata, la fine delle discriminazioni razziali. Trovarono i proiettili e le auto blindate, manette e manganelli, la faccia cattiva di un mondo che ancora non voleva o non sapeva cambiare.
Trent'anni dopo, il nuovo Sudafrica democratico non ha dimenticato il loro sacrificio. Erano in quarantamila, ieri, a marciare su quel percorso della memoria. Intonando "senzeni na, senzeni na", "stiamo piangendo", e le lacrime davvero rigavano il volto di uomini e donne che non hanno potuto veder crescere i propri figli.
C'era Dorothy Molefi, la madre di Hector Pieterson, la cui tomba a Soweto è tappa fissa in questi pellegrinaggi della memoria. Aveva tredici anni, Hector, e tredici anni continua ad avere nell'immagine che lo ritrae senza vita tra le braccia di un compagno, frammento visivo che ha consegnato alla Storia i toni strazianti di quei giorni vissuti troppo pericolosamente nel ghetto di Johannesburg.
Novantacinque vittime, stabilirono le autorità, almeno cinque volte tanto replicarono i testimoni. "È solo l'inizio", sentenziò Winnie Mandela, che avrebbe dovuto aspettare altri quattordici anni prima di gioire per la liberazione del marito Nelson, destinato a diventare "il" presidente nelle prime elezioni multirazziali del 1994.
Il suo successore, Thabo Mbeki, ha compiuto ieri il percorso della memoria a Soweto, prima di rivolgersi ai giovani di un Paese dai mille contrasti, prima di chiamarli a rafforzare, con le loro istanze e la loro freschezza, la democrazia sudafricana. "I giovani devono opporsi a coloro che si fanno beffe della nostra libertà - ha sottolineato Mbeki - Noi ricordiamo i giovani del 1976 perché ci hanno lasciato una lezione valida anche per i giovani di oggi. Perchè si alzino e affrontino le sfide che li attendono".
Le sfide di oggi non sono del tutto dissimili da quelle di ieri. Non c'è più l'apartheid, né a Soweto né nel resto del Paese. Ci sono ancora povertà e disoccupazione, abusi e malattie.
C'è l'analfabetismo, dove allora, a far da detonatore a Soweto, ci fu la volontà di non adeguarsi a un'istruzione "bantu" - di qualità inferiore rispetto a quella dei bianchi - , di non studiare in afrikaans, lingua dei coloni oppressori.
La sensazione che qualcosa a Soweto stia cambiando la danno per ora due nuovi shopping center e un albergo a quattro stelle che sarà pronto per ottobre. Ma in molti devono ancora constatare che c'è tutto un mondo e un futuro che aspetta ancora di essere progettato per due milioni di persone.


Avvenire 17/06/06



 






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