Sos profughi

Sesso in cambio di cibo: il caso denunciato da "Save the children" in Liberia è solo la punta di un iceberg? Parlano i volontari: quegli abusi nei campi "figli" dell'instabilità. Quella che è stata denunciata è solo una delle forme di sfruttamento perpetrate. "Crimini tanto più gravi perché coinvolgono chi dovrebbe proteggere i rifugiati". "Serve tolleranza zero". "Quegli abusi sono un tradimento della nostra missione".

Paolo M. Alfieri

Mancanza di sicurezza, "disattenzione" della comunità internazionale, gestione macchinosa degli aiuti, carenza nella formazione e nella selezione del personale. A intrecciarsi dietro ai casi di abusi nei campi per rifugiati da parte di personale "umanitario" sono ogni volta diversi elementi. Difficilmente, tra l'altro, gli episodi di violenza su quanti fuggono da guerre e carestie in cerca di rifugio vengono alla luce. La sensazione diffusa tra gli osservatori è che, anzi, quanto denunciato pochi giorni fa dall'ong Save the children a proposito della Liberia - sesso in cambio di cibo, anche nei confronti di bambine di appena otto anni - sia solo la punta dell'iceberg.
Tanti sono i contesti del Sud del mondo nei quali l'instabilità e la scarsità di risorse e aiuti contribuiscono al determinarsi di situazioni simili. Basti pensare alla Repubblica democratica del Congo, alla Sierra Leone, al Corno d'Africa. O al Darfur, dove oltre duecentomila persone, scappate dai propri villaggi, si accalcano spesso nella più totale promiscuità nei campi profughi allestiti dalle agenzie umanitarie.
In molti lamentano che gli abusi nei confronti dei profughi rientrino in una più generale disattenzione nei confronti del Sud del mondo. All'indomani della denuncia di Save The Children era stato monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio per la pastorale per i migranti, a denunciare come il Programma alimentare Onu nei campi profughi sia da tempo sottofinanziato. E aveva detto che "quando si è in situazioni straordinariamente penose e si affrontano stati di fame ed estrema indigenza, la gente pur di mangiare ricorre a scambi di favori contrari alla dignità della persona".
Paolo Cereda, per vent'anni impegnato in operazioni di emergenza per diverse organizzazioni tra cui la Caritas e il Jesuit Refugee Service, denuncia: "La comunità internazionale deve fare di più per i rifugiati e gli emarginati, basti pensare all'assenza, in molti Paesi, di legislazioni idonee a garantire protezione a chi è costretto ad abbandonare la propria terra". Secondo Cereda, lo sfruttamento sessuale è solo una delle forme di una prassi più generale fatta di abusi di potere che vanno dall'estorsione di soldi in cambio di documenti a ricatti di ogni tipo, messi in atto "a tutti livelli e da parte di personale di tutte le nazionalità. E non solo in Liberia, naturalmente".
Che gli fenomeno degli abusi sui profughi sia frequente anche in altri Paesi lo conferma Filippo Ungaro, portavoce della sezione italiana di Save the children. "Di fronte a queste situazioni l'obiettivo deve essere quello della tolleranza zero: anche i soli casi sospetti devono essere subito segnalati. Serve coraggio e trasparenza. La stessa Onu dovrebbe porre un'attenzione maggiore nella selezione del proprio personale 'umanitario' e monitorare costantemente le condizioni di vita dei profughi". L'ong, che opera in oltre 100 Paesi a favore dell'infanzia, ha adottato un codice di condotta che prevede l'impossibilità, per i propri membri, di intrattenere rapporti personali con gli assistiti, pena la sospensione. "Recentemente un nostro dipendente ha violato queste disposizioni - spiega Ungaro - ed è stato subito allontanato. Era un'infrazione 'lieve', ma ha comportato comunque una sanzione immediata".
Dopo gli scandali del recente passato che hanno visto coinvolti in storie di abusi caschi blu e propri funzionari, anche le Nazioni Unite hanno cominciato ad adottare misure più stringenti. "Quando si verificano episodi del genere, e dopo aver fatto chiarezza sulla testimonianze raccolte, l'Onu non esita a cancellare i contratti in vigore con le agenzie partner o a sospendere i propri dipendenti coinvolti", spiega ad Avvenire Laura Boldrini, portavoce dell'Agenzia Onu per i rifugiati (Acnur).
Già quattro anni fa, ricorda la Boldrini, l'Acnur denunciò insieme a Save the children casi di sfruttamento sessuale - compiuti da parte di personale di varie ong e della stessa Onu - non solo in Liberia, ma anche in Guinea e Sierra Leone. "Bisogna agire con forza, nel modo più incisivo possibile" contro questo fenomeno, sottolinea ancora la portavoce dell'Acnur, che definisce "molto preoccupante e reale" la possibilità che fatti del genere non siano isolati, definendo poi tali crimini "tanto più gravi proprio perché coinvolgono persone che dovrebbero proteggere i profughi".
Va segnalato che negli ultimi tempi le agenzie umanitarie e le stesse Nazioni Unite hanno cominciato ad abbattere quel muro di omertà che in precedenza tendeva a nascondere episodi del genere. Ma molto, secondo gli osservatori, al di là dei documenti e delle prese di posizione ufficiali, resta da fare. A chiedere di più sono proprio le tante, tantissime persone che agiscono con serietà e professionalità in contesti resi difficili da insicurezza e scarsità di aiuti, e che rischiano di veder macchiato anche il proprio nome per colpa di poche "mele marce".
"Si dovrebbe svolgere questo lavoro solo se si crede nella solidarietà e nel rispetto di tutti i popoli della Terra - sottolinea Marco Perini, da sei anni in Ruanda per l'Associazione volontari per il servizio internazionale - Abusi simili costituiscono un tradimento della nostra 'missione'. È un modo abbietto di sfruttare la propria supremazia su persone già vulnerabili".
Molti osservatori spesso segnalano una mancanza di professionalità e di formazione degli operatori umanitari. Alcuni di essi - si sostiene - non avrebbero tra l'altro quella forza morale necessaria in contesti nei quali ci si trova ad avere un "potere di vita e di morte" su migliaia di disperati. Ne è convinto Marco Scarpati, presidente di Ecpat (End child prostitution, pornography and trafficking), ong che da anni è impegnata a favore dei minori. "Abbiamo appena presentato un protocollo, finanziato dal governo italiano, che elenca una serie di istruzioni e criteri da adottare in situazioni di emergenza - spiega ad Avvenire - Tra gli 'errori' da non commettere c'è l'impiego di personale 'volontario': servono invece veri e propri professionisti, debitamente formati, perché non è affatto vero che basti la buona volontà per svolgere un compito 'umanitario'".
Nel libro Il rumore dell'erba che cresce, edito da Infinito, Scarpati racconta una storia di abusi sessuali attuati in Cambogia da un dipendente della ong francese Aspeca. "L'uomo è stato condannato in tutti e tre i gradi di giudizio - racconta - È stata fondamentale la denuncia di una vittima che all'epoca dei fatti aveva appena 14 anni. Tutte le altre non hanno trovato il coraggio di affrontare il processo, ma, grazie alla forza di questa ragazza, almeno in questo caso è stata fatta giustizia".


Avvenire 19/05/06


 




Una scia di scandali che macchia Onu e cooperanti

Mozambico, Somalia, Congo, Bosnia, Kosovo. Le accuse che hanno coinvolto militari e volontari.

Paolo M. Alfieri

Dal Mozambico alla Somalia, dall'Eritrea al Congo, e poi Guinea, Burundi ma anche Kosovo e Bosnia. Sono numerosi gli scandali che hanno coinvolto le Nazioni Unite in relazione ad abusi sessuali avvenuti nel corso di operazioni "umanitarie". Nel gennaio del 1994 l'ong International Save the Children Alliance inviò al rappresentante speciale dell'Onu in Mozambico, Aldo Ajello, una lettera nella quale venivano chiamati in causa diversi caschi blu della missione Onumoz. L'accusa era gravissima: abusi sessuali su bambini. Una ong norvegese, Redd Barna, denunciò in particolare i militari italiani. Dopo un'inchiesta interna, l'Onumoz ammise che esponenti del contingente internazionale, tra i quali anche alcuni italiani sospesi e richiamati in patria, avevano approfittato di alcune ragazzine.
Nel 1997 scoppia il caso-Somalia: riemergono infatti testimonianze e fotografie di militari canadesi, belgi e italiani relative alla missione Restore Hope del 1992-1993. Le immagini mostrarono violenze, torture e abusi commessi sui civili. L'unità d'élite canadese sotto accusa venne sciolta, la commissione d'inchiesta istituita dal governo italiano parlò di "episodi circoscritti", i due parà belgi coinvolti vennero assolti in sede di giudizio.
Nel 2001 il Washington Post denunciò gli abusi commessi da poliziotti Onu in Bosnia. Il capo della missione delle Nazioni Unite nel Paese, Jacques Klein, dovette ammettere che 24 militari erano stati rispediti in patria, e molti a causa di una "condotta sessuale riprovevole".
Ancora nel 2001, un sottufficiale dei carabinieri denunciò un giro di baby prostitute in Eritrea, sostenendo di avere assistito a festini erotici anche con bambine di 10-12 anni, "affittate" dalle stesse loro famiglie, in cambio di pochi dollari, ad alcuni soldati del contingente Onu. Tra di loro, riferì il carabiniere, vi erano soldati danesi, slovacchi e italiani.
Nel febbraio del 2002 l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati (Acnur) rivelò casi "molto numerosi" di sfruttamento sessuale di minori rifugiati in Liberia, Guinea e Sierra Leone, compiuti da personale di diverse ong e dell'Onu, inclusa la stessa Acnur. Due anni dopo l'Onu rese noti gli abusi sessuali perpetrati da responsabili civili delle Nazioni Unite e dai caschi blu della forza di pace nella Repubblica democratica del Congo (Rdc). Un primo rapporto documentò 68 casi di stupro, pedofilia e sfruttamento della prostituzione, ma l'inchiesta si allargò fino a coinvolgere 117 soldati, 32 civili e 3 poliziotti. Altre indagini hanno portato alla luce casi simili in Burundi e, più recentemente, in Kosovo.

Avvenire 19/05/06



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