In Somalia
c'è l'accordo. Ucciso reporter svedese
Il cameraman stava filmando una marcia organizzata dagli islamici. Colpito
da un solo proiettile al petto: è morto sotto gli occhi dei colleghi
che ne hanno ripreso la fine
di Paolo M. Alfieri
Il primo scatto lo ritrae in piedi, la telecamera tenuta ben salda con
entrambe le mani, l'espressione del viso che non tradisce alcuna preoccupazione.
Pochi istanti e la scena cambia drammaticamente. La camicia bianca inzuppata
dalle chiazze di sangue, un gruppo di persone impegnate a risollevare
un corpo ormai senza vita, la telecamera presumibilmente a terra, fuori
dall'inquadratura.
È morto così Martin Adler, cameraman svedese. Ucciso con
un solo colpo d'arma da fuoco in pieno petto a Mogadiscio, sotto lo sguardo
attonito di alcuni suoi colleghi, che hanno rilanciato in tutto il mondo
le drammatiche immagini dell'agguato. Il reporter era impegnato a riprendere
l'ultima marcia popolare organizzata nella capitale somala dalle Corti
islamiche. Una marcia che stava scorrendo via tranquilla, fino a quando,
secondo alcune testimonianze, un gruppo di giovani ha dato fuoco a bandiere
dell'Etiopia (il "nemico" storico) e degli Stati Uniti (che
scontano il recente appoggio ai signori della guerra locali), scaldando
gli animi dei manifestanti e provocando, indirettamente, la morte del
giornalista.
Sta proprio qui, secondo gli osservatori, il problema di quelle Corti
islamiche la cui presa del potere è stata legittimata, due giorni
fa, dall'accordo con il governo di transizione. "Istituzionalizzare"
il potere, tenere a bada gli estremisti, evitare il ritorno alla violenza
per acquisire credibilità agli occhi del mondo. "Troveremo
i responsabili", si è affrettato a dichiarare dopo l'assassinio
di ieri un alto esponente delle Corti.
Era appena arrivato in Somalia da più parti il plauso al "riconoscimento
reciproco" raggiunto nel summit di Khartum tra gli islamici e l'esecutivo.
"Uno sviluppo positivo" per il segretario generale dell'Onu,
Kofi Annan, "una buona notizia", secondo il rappresentante dell'Unione
africana, Mohamed Ali Foum.
Eppure già ci si interroga sul futuro di un'intesa che, pur riconoscendo
l'importanza del dialogo per la stabilizzazione, è minata dalle
posizioni distanti delle due parti su questioni di cruciale importanza.
In primis l'arrivo nel Paese di un contingente militare straniero, già
approvato dal governo ma strenuamente osteggiato dalle Corti. La marcia
di ieri, peraltro, era stata organizzata proprio per protestare contro
questa eventualità.
Senza contare che l'ala islamica intransigente ha manifestato netta ostilità
verso il presidente Abdullahi Yusuf, il cui ruolo è ancor più
strategico di quello del primo ministro Gedi. Viene considerato "uno
cui non si può stringere la mano", il presidente, un "amico
dell'Etiopia" di cui liberarsi in fretta.
Con queste premesse il cammino verso la pacificazione nazionale rischia
di trasformarsi in un percorso accidentato. Prossima tappa il secondo
summit, in programma per il 15 luglio ancora a Khartum.
Avvenire 24/06/06
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