Truppe etiopi a un passo da Mogadiscio.

Raid dei caccia sulle postazioni dei miliziani islamici. Le Corti: "Sarà un bagno di sangue". Terzo giorno consecutivo di avanzata di fanti sostenuti dall'aviazione. Conquistate città e località strategiche. Ora i militari puntano sulla capitale.

di Paolo M. Alfieri


Non si sa ancora se l'intenzione sia quella di conquistare anche la capitale Mogadiscio, dallo scorso giugno nelle mani delle Corti islamiche. Quel che è certo è che con micidiali incursioni aeree e un'imponente avanzata di truppe di terra, l'esercito etiopico ha inflitto negli ultimi giorni pesanti sconfitte al movimento islamista somalo, che da tempo aveva invocato la "guerra santa" contro Addis Abeba.
Scaduto l'ultimatum che le Corti avevano lanciato all'indirizzo dell'ingombrante vicino, le cui truppe erano già schierate in Somalia a difesa del debole governo di transizione stanziato a Baidoa, in molti si attendevano l'inizio imminente delle ostilità. E' stato però l'esercito etiopico di Melles Zenawi ad attaccare in maniera risoluta, non lasciando scampo ai miliziani.
Ieri, per il terzo giorno consecutivo, si è alzata in volo l'aviazione di Addis Abeba: i Mig etiopici hanno attaccato - nei pressi di Leego e in un'altra località non distante dalla cittadina strategica di Bur Hakaba - alcuni convogli militari degli islamisti, che si stavano affrettando in una precipitosa ritirata dopo le sconfitte dei giorni scorsi. Ritirata "strategica", secondo le Corti: "Si tratta di tattica militare, c'è molta pressione su tutte le linee del fronte e, con il fine di vincere questa guerra, i mujaheddin hanno evacuato diverse posizioni, fra cui Dinsoor e Bur Hakaba".
Fonti del governo somalo e dell'esercito di Addis Abeba leggono invece questo ripiegamento come un segnale "evidente" dell'inferiorità militare degli islamici, "incapaci di resistere all'offensiva". L'Etiopia ha comunicato di aver ormai preso il controllo di almeno sei località - Biiradleey, Gelanbuur, Adobo, Kalibeer e Beldweyne e Adili - dall'inizio delle operazioni belliche. Il suo obiettivo iniziale è stato soprattutto quello di respingere oltre una certa linea gli islamici, i quali negli ultimi mesi avevano via via aumentato il proprio raggio d'azione da Mogadiscio a gran parte della Somalia, arrivando praticamente a poche decine di chilometri da Baidoa. Stando al ministero dell'Informazione di Addis Abeba, le truppe di Melles Zenawi starebbero ora già avanzando anche alla volta di Bulo, Borde e, soprattutto, dell'importante centro di Jowhar.
Secondo l'ambasciatore somalo ad Addis Abeba, Abdelkarin Farah, un numero consistente di militari etiopici si troverebbe già a una settantina di chilometri da Mogadiscio, e l'avanzata verso la città potrebbe iniziare "nelle prossime 24 o 48 ore", anche se "la sua conquista potrebbe richiedere più tempo del previsto".
Il portavoce degli islamisti, Abdi Kafi, ha avvertito che ogni tentativo di riprendere la capitale si trasformerebbe in un bagno di sangue. "Sarà il giorno del giudizio per gli etiopici e segnerà la loro distruzione - ha detto - E' solo questione di tempo, poi cominceremo ad attaccarli da ogni parte".
Due giorni fa, l'aviazione di Addis Abeba aveva bombardato l'aeroporto della capitale - che era stato riaperto con grande enfasi proprio dalle Corti islamiche dopo anni di inutilizzo - e lo scalo militare, strategicamente molto importante, di Baledogle, circa cento chilometri ad Est di Mogadiscio.
Al momento, però, non è chiaro se la conquista della capitale rappresenti davvero per Melles una priorità. Lo stesso leader etiopico ha chiarito ieri, nel corso di una conferenza stampa, che le sue truppe non puntano su alcuna città in particolare. "Liberare città attualmente controllate dagli islamici non è il nostro obiettivo - ha dichiarato - La metà della nostra missione è stata compiuta. Appena l'avremo completata, e ciò non dovrebbe richiedere troppo tempo, ci ritireremo dalla Somalia".
Melles ha poi ribadito una delle motivazioni maggiormente sbandierate negli ultimi tempi a difesa del suo intervento in Somalia. E cioè che le Corti somale sono in realtà sostenute dall'Eritrea, il nemico "storico" di Addis Abeba, e da un nucleo consistente di terroristi stranieri.
E' stato lo stesso premier etiopico, poi, a fornire una prima stima dei violenti combattimenti degli ultimi giorni: tra i miliziani islamici le vittime sarebbero più di un migliaio, mentre oltre tremila feriti sarebbero stati ricoverati nei centri sanitari di Mogadiscio. La Croce rossa ha per ora diffuso un bilancio provvisorio di ottocento feriti, precisando al contempo che "migliaia di persone sono in fuga dalle loro case nelle zone dei combattimenti", con il rischio concreto di ritrovarsi in mezzo al fuoco incrociato.
Secondo il vicepresidente della Commissione dell'Unione africana, Patrick Mazimhaka, l'Etiopia, sentendosi minacciata, aveva il diritto di intervenire militarmente in Somalia. Le Nazioni Unite hanno discusso in serata l'escalation somala in una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza. Di fronte ai Quindici ha esaminato la situazione l'inviato speciale nell'area del segretario generale Kofi Annan, Francois Lonseny Fall.






Avvenire 27/12/06




Il dominio aereo, chiave della vittoria

Paolo M. Alfieri

E' una guerra profondamente asimmetrica, secondo gli osservatori, quella in corso in Somalia tra le truppe etiopiche e le Corti islamiche somale. Se infatti negli ultimi tempi diversi rapporti indipendenti hanno segnalato il trasferimento di armi agli islamisti da parte di diversi Paesi stranieri (principalmente l'Eritrea), allo stesso tempo gli analisti concordano nel ritenere l'esercito di Addis Abeba uno dei più temibili, per equipaggiamento ed organizzazione, dell'intero Continente nero.
Il governo di Melles Zenawi, d'altronde, destina annualmente ben oltre il 5% del suo prodotto interno lordo alle spese militari, per un valore pari a più di 350 milioni di dollari ogni anno. Le Forze nazionali di difesa etiopiche (Fnde) contano approssimativamente su centomila unità, un dato nettamente inferiore agli oltre 250mila militari attivi all'epoca del dittatore Menghistu, ma ancora in grado di fare la differenza.
L'aviazione, che in questi ultimi giorni è stata molto attiva in Somalia con diverse missioni d'attacco, ha accumulato nel corso del tempo una serie di velivoli che, seppur ormai datati, considerate le scarse risorse degli islamisti somali, si sono rivelati micidiali. A partire dai Mig-21 e dai Mig-23, di fabbricazione sovietica come la gran parte dei mezzi in dotazione ad Addis Abeba. Il Su-27, ad esempio, che si affianca ai Su-22 e ai Su-25, è un cacciabombardiere altamente distruttivo, costruito originariamente dai sovietici come un diretto avversario degli F-15 Eagle e degli F-16 Falcon americani.
Importante per l'aviazione è anche l'Hercules C-130, un vero e proprio gigante dei cieli molto versatile. Oltre alle operazioni di trasporto di truppe e materiali, viene impiegato anche per missioni di soccorso, ma spesso è stato utilizzato anche per il combattimento aereo vero e proprio. Lunga è poi la serie di Antonov in dotazione all'aviazione di Addis Abeba. Si va dagli An-32 - molto utile in caso di difficili condizioni meteorologiche - ai più leggeri An-26, fino ai più "preistorici" An-12 e An-2, biplano ormai quasi introvabile altrove.
Discreta (rispetto a quella sostanzialmente inesistente dei nemici) la dotazione missilistica, con gli aria-aria sovietici Vympel R-27 (testata di 40 Kg e raggio di 80 chilometri) e i successivi R-73, guidati da un sistema a infrarossi. Di fabbricazione statunitense sono invece gli anticarro BGM-71 TOW, utilizzati dalle forze di terra, che possono contare su carri armati T-54 e T-55 e diversi altri tipi di blindati, quali il BTR-60 e il BRDM-2, anch'essi vecchi residuati provenienti dalle industrie militari sovietiche.

il personaggio
Melles Zenawi "esporta" le crisi dell'Etiopia. E sceglie ancora le armi.

Paolo M. Alfieri

L'uomo forte di Addis Abeba gode di forti appoggi internazionali ma anche di una vasta opposizione nel suo Paese. Ato Legesse "Melles" Zenawi è al potere in Etiopia da ormai quindici anni. Un periodo lungo anche per gli standard africani. A Washington lo considerano il baluardo del Corno d'Africa contro il terrorismo. A Londra un campione di "good governance" nel Continente nero. Eppure l'opposizione interna e le ong non hanno mai smesso in questi anni di denunciare torture, imprigionamenti arbitrari, intimidazioni. In particolare nella regione di Oromia, la più popolosa del Paese, la repressione a fini politici, giustificata dall'intento di bloccare insurrezioni e attività terroristiche, è sistematica.
Non è un caso, dicono gli analisti, che Melles abbia accusato il Fronte di liberazione Oromo e il Fronte nazionale Ogaden, che si battono per l'autonomia dell'Etiopia meridionale, di combattere al fianco delle Corti islamiche somale. Il premier etiopico ha infatti così buon gioco nel tenere a freno i suoi avversari politici, convogliando oltre confine le gravi tensioni interne, secondo uno schema già adottato durante la guerra con l'Eritrea.
Tensioni dovute non solo all'avversione contro la gestione del potere (concentrata nel ristretto entourage del premier), ma anche allo sfacelo del sistema sociale. E' di proprietà statale la terra, frazionata in migliaia di minuscoli appezzamenti, coltivata con tecniche arcaiche, insufficiente per i bisogni alimentari dei contadini. Ed è lo Stato a decidere l'accesso alle cure, ai crediti, agli aiuti. La mancanza di riforme e l'imbavagliamento dei media si sono sommate - durante le elezioni del 2000 e del 2005 - alle accuse di brogli avanzate dagli avversari. Secondo i quali quella di Melles altro non è che una dittatura mascherata da parvenze democratiche.
Melles, però, prosegue incurante di tutto. E il suo modus operandi, dicono gli analisti, non è dissimile da quello del suo nemico "storico", il presidente eritreo Issaias Afeworki, accusato dallo stesso Melles di essere un sostenitore delle Corti islamiche somale.


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