Somalia, dopo la battaglia ora a Mogadiscio si tratta

Rastrellamenti a caccia di ribelli: 400 le vittime dei combattimenti Secondo l'Onu un focolaio di colera avrebbe già causato la morte di 600 persone, contagiandone altre 17mila


Paolo M. Alfieri

Dopo nove giorni di battaglia ininterrotta, a Mogadiscio è giunto il momento di trattare. I bombardamenti a tappeto hanno lasciato il posto a sporadici scambi di artiglieria, dopo che due giorni fa le forze etiopiche (che sostengono il governo di transizione somalo) sono riuscite a sfondare le linee degli insorti, uomini del clan Hawiye uniti a radicali islamici. La situazione sul terreno è ancora estremamente tesa, ma dall'altra sera sono in corso intensi negoziati che potrebbero anche portare quanto prima ad una tregua "ufficiale".
Il premier Ali Mohamed Ghedi ha esortato gli insorti ad abbandonare le armi, promettendo in cambio l'amnistia. Agli anziani del clan toccherà l'arduo compito di tenere a bada i sottoclan che si erano militarmente opposti alla loro linea di dialogo. La ribellione era scaturita, secondo gli osservatori, anche dal sospetto che il presidente Abdullahi Yusuf stesse favorendo nelle sue nomine il clan rivale dei Darod, in modo da porre fine al tradizionale dominio degli Hawiye nella capitale.
Nessuna apertura da parte del governo è giunta invece nelle ultime ore nei confronti dei guerriglieri appartenenti all'ala estremista delle Corti islamiche. L'esercito etiopico ha effettuato ieri rastrellamenti casa per casa in tutta la città, con l'obiettivo di arrestare il maggior numero possibile di miliziani. Molti di loro, però, si sarebbero già riorganizzati altrove, in attesa di lanciare una poderosa controffensiva. Nuovi scontri sono stati segnalati ieri in particolare nel quartiere di Taleh e vicino all'aeroporto della capitale. Non si sa se le violenze abbiamo causato altre vittime, da aggiungere al bilancio di oltre 400 morti degli ultimi dieci giorni.
Preoccupa molto in città la situazione igienico-sanitaria. Stando a notizie diffuse dall'Onu, un focolaio di colera avrebbe già causato la morte di seicento persone, contagiandone altre diciassettemila. I pochi ospedali funzionanti sono al limite delle loro capacità ricettive. Allarmanti anche le condizioni dei profughi, oltre 400mila secondo le ultime stime. Il numero di sfollati somali da febbraio a oggi, ha sottolineato l'Onu, è più alto di quello di qualsiasi altra crisi attualmente in corso nel mondo. La distribuzione degli aiuti da parte delle agenzie umanitarie è rallentata dalle precarie condizioni di sicurezza e dalle difficili condizioni delle strade. Molti sfollati, hanno denunciato alcuni testimoni, sono stati vittime di rapine e stupri da parte di gruppi di banditi. Altri che stazionavano all'ombra di un albero sono stati costretti a pagare una sorta di tassa ai proprietari terrieri locali.
Sul piano della diplomazia internazionale, l'Unione europea ha rinnovato la sua "preoccupazione" per la crisi in corso e chiesto al governo somalo di "intraprendere con urgenza tutte le misure necessarie" per rispondere ai bisogni della popolazione. La Lega Araba ha invocato il raggiungimento di una tregua, e ha esortato inoltre gli Stati del Continente nero a supportare la missione dell'Unione africana in Somalia, in modo che le truppe etiopiche possano lasciare presto il Paese senza il rischio di un vuoto di sicurezza. Almeno a breve termine, a detta degli analisti, questa potrebbe essere una soluzione efficace. Ma senza un accordo con i clan locali per il governo somalo la situazione resterebbe comunque complicata.




Avvenire 28/04/07



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