Somalia,
tutta Mogadiscio è
nelle mani degli islamici
Fugge l'ultimo "warlord": 140 i morti nella battaglia. La minaccia
delle Corti coraniche: "Ogni tentativo di resistenza è senza
futuro. Chi si opporrà verrà distrutto".
di Paolo M. Alfieri
Ora che anche l'ultimo signore della guerra di Mogadiscio ha ceduto le
armi, le Corti coraniche hanno definitivamente in mano il presente e il
futuro dell'intera Somalia. Il controllo totale della capitale somala,
acquisito dopo l'ultima violentissima battaglia contro i miliziani di
Abdi Qaybdid, conferisce infatti agli islamisti un peso politico ancora
maggiore di quello già acquisito un mese fa con il ripiegamento
degli altri ex warlord, sostenuti per mesi, economicamente e militarmente
dagli Stati Uniti. Rintanato nel sobborgo meridionale di Medina, Qaybdid
ha provato per 48 ore a dirigere una resistenza che aveva pochissime probabilità
di opporsi con successo agli assalti degli islamici. Almeno centoquaranta
le vittime (molte tra i civili) dei combattimenti, oltre duecento i feriti.
Fino alla resa finale. Negoziata, forse addirittura invocata dallo stesso
Qaybdid. I suoi uomini, cinquecento all'incirca, si sono consegnati l'altra
notte alle truppe delle Corti consegnando le armi. La stessa residenza
di Qaybdid è in mano ai miliziani, mentre l'ex warlord, fuggito
con pochi fedelissimi, sarebbe già a Baidoa, 240 km a Nord-Ovest
della capitale. Baidoa, sede di quel governo di transizione che ha assistito
impotente all'escalation islamista degli ultimi mesi. Impossibilitato
a tornare a Mogadiscio, l'esecutivo aveva trovato nelle scorse settimane
interlocutori disponibili in alcuni esponenti moderati delle Corti. C'era
stato il mutuo riconoscimento tra le parti, l'intesa a sedersi attorno
a un tavolo e iniziare un dialogo per il bene di un Paese travagliato
da quindici anni di scontri sanguinosi. L'ascesa alla leadership dei tribunali
islamici del radicale Assan Dahir Aweys - sostenitore dell'applicazione
severa della sharia, avversario storico dell'attuale presidente somalo
Abdullahi Yusuf e nemico dichiarato degli Stati Uniti - ha complicato
non poco il quadro, facendo saltare i contatti avviati e portando all'affondo
finale contro i residui potentati dei signori della guerra. Tra questi
ultimi, oltre a Qaybdid, solo Husein Aideed - che ricopre peraltro anche
l'incarico di ministro dell'Interno nel governo ad interim - ha tentato
di respingere negli ultimi giorni gli attacchi degli islamisti. Da Baidoa,
dove si è stabilito da tempo, Aideed ha ordinato ai suoi uomini
a Mogadiscio di rintanarsi a Villa Somalia, edificio di sua proprietà
e già residenza presidenziale. Con tutta probabilità la
conquista del palazzo - una conquista magari negoziata e quindi incruenta
- sarà il prossimo obiettivo dei miliziani delle Corti. "Ogni
tentativo di resistenza è senza futuro - ha ribadito un leader
islamico - Distruggeremo qualsiasi gruppo che opporrà resistenza
al nostro progetto". Fonti locali hanno riferito di un vero e proprio
rastrellamento casa per casa attuato dagli islamisti per confiscare le
armi agli (ormai sparuti) irriducibili. Sarebbero già state requisite
almeno una ventina di "tecniche", le jeep dotate di mitragliatrici
pesanti che per anni sono state utilizzate per dettare legge a Mogadiscio.
Al potere delle armi, gli islamisti hanno già aggiunto i rigorosi
dettami della sharia. Notizie di lapidazioni, frustate, uccisioni "facili"
- come quella di due appassionati di calcio che protestavano contro il
divieto di guardare in Tv le partite del Mondiale tedesco - hanno fatto
clamore nelle ultime settimane. Così, quel credito che i somali
avevano inizialmente concesso alle Corti - una sorta di "ringraziamento"
per aver messo fine agli storici taglieggiamenti subiti dai signori della
guerra - rischia di avere vita breve. A far da collante, secondo gli osservatori,
è per ora soprattutto lo spettro di un'invasione dell'Etiopia,
vicino ingombrante e nemico di sempre. Addis Abeba non vede certo di buon
occhio una Somalia a guida integralista e ha già ammassato truppe
alle frontiere. Una minima provocazione, dell'una o dell'altra parte,
rischierebbe di incendiare, ancora una volta, l'intera zona del Corno
d'Africa. L'esito più drammatico, per una regione peraltro a lungo
dimenticata dall'intera comunità internazionale.
Avvenire 12/07/06
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