Truppe
ugandesi in Somalia. Ma la pace resta lontana.
Sbarcata a Baidoa l'avanguardia del contingente di Kampala che sarà
di 1.500 uomini. Ma il resto dei militari promessi dai Paesi africani ritarda.
Continuano le violenze: solo nelle ultime settimane hanno causato cento
vittime. Il presidente Yusuf convoca la conferenza di riconciliazione nazionale.
Paolo M. Alfieri
Non sarà probabilmente,
come ammesso a denti stretti da un diplomatico europeo, la migliore missione
di peace-keeping possibile. Eppure si tratta comunque di un passo importante
verso la pacificazione della Somalia, il cui governo non riesce a garantire
la stabilità del territorio, sempre più in mano a bande
armate e miliziani islamici. Un drappello formato da trentacinque ufficiali
ugandesi, avanguardia di un contingente di 1.500 uomini messi a disposizione
da Kampala, è giunto ieri a Baidoa, dove ha sede il Parlamento
somalo.
Il loro mandato è stato chiarito da Yoweri Museveni: "Non
andiamo in Somalia per imporre la pace al popolo somalo, ma per aiutarlo
a ricostruire il suo Paese e il suo esercito", ha detto nel corso
di una cerimonia il presidente ugandese, secondo il quale compito principale
delle sue truppe non è quello di "disarmare le milizie"
ma di "rendere più forte" la popolazione.
L'Uganda è stato il primo Paese a rispondere all'appello dell'Unione
africana (Ua) e del governo di Mogadiscio per la formazione di un'armata
panafricana da dispiegare in Somalia. Nelle intenzioni dell'Ua, la missione
dovrà essere composta da ottomila uomini. Ne servono ancora quattromila,
visto che finora solo Nigeria (850 soldati, che saranno inviati a partire
da aprile) e Burundi (1.700 militari) si sono impegnate a unirsi al contingente
ugandese.
Ma servono anche, e in fretta, finanziamenti importanti. Non sembra un
caso, quindi, che il presidente somalo Abdullahi Yusuf abbia annunciato
ieri l'imminente organizzazione di una conferenza di riconciliazione nazionale,
che si aprirà il 16 aprile a Mogadiscio. L'obiettivo è quello
di sbloccare i fondi promessi da Usa, Unione europea e altri organismi
internazionali, che hanno subordinato i loro stanziamenti proprio all'avvio
di iniziative concrete di dialogo tra tutte le componenti della società
somala.
Alla conferenza, che durerà due mesi, parteciperanno tremila delegati,
ma Yusuf non ha ancora chiarito se vi prenderanno parte anche delegati
"moderati" delle Corti islamiche, il movimento oltranzista scacciato
dal Paese con l'aiuto delle truppe etiopiche. E' sui rapporti futuri con
gli islamici che il governo si gioca una fetta importante della sua credibilità
sia a livello internazionale che nei confronti della popolazione, stanca
di vivere in un perenne clima di insicurezza.
Da questo punto di vista l'arrivo ieri dei primi militari ugandesi, ai
quali si unirà il resto del contingente entro pochi giorni, è
un segnale nei confronti dei gruppi armati che spadroneggiano nel Paese
e che, soltanto nelle ultime settimane, hanno causato un centinaio di
vittime e costretto oltre diecimila persone a fuggire da Mogadiscio .
Peraltro la guerriglia sembra aver "perfezionato" la propria
strategia. Agli attacchi a colpi di granate contro le sedi delle istituzioni
è infatti andata aggiungendosi una serie di attentati e omicidi
mirati. L'altra sera un'imboscata al direttore del porto cittadino (Abdullahi
Addow, uscito illeso dall'agguato) ha provocato la morte di tre persone.
Mentre un altro attacco ha avuto come obiettivo nelle stesse ore un responsabile
della polizia, Ibrahim Abdi Adan. Nel corso della sparatoria, al termine
della quale è stato arrestato un miliziano, è rimasto ferito
un civile.
Due giorni fa è stato invece assassinato Yusuf Mohammed Disof,
35 anni, cognato del primo ministro Ali Mohamed Gedi, capofila dell'ala
"intransigente" dell'esecutivo. Quello stesso esecutivo che
continua a sostenere che la situazione a Mogadiscio è assolutamente
calma, e che il numero dei morti è in linea con quello delle altre
capitali del mondo.
Avvenire 02/03/07
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Incombe il fantasma di "Restore Hope"
Il bilancio delle precedenti missioni internazionali approntate in Somalia
è tutt'altro che incoraggiante. Per ben tre volte, infatti, dalla
caduta nel 1991 del regime dittatoriale di Siad Barre, i contingenti dispiegati
nel Corno d'Africa hanno fallito i loro obiettivi, subendo anche perdite
molto pesanti in termini di uomini e mezzi. La prima missione risale all'aprile
del 1992, quando l'Onu lancia Onusom 1, con lo scopo di vigilare su una
tregua mai applicata e di proteggere gli aiuti diretti alla popolazione.
Saranno soltanto cinquecento, tutti pachistani, i soldati inviati sugli
oltre quattromila previsti inizialmente.
Nel dicembre dello stesso anno il Palazzo di Vetro vara l'operazione Restore
Hope, alla quale prendono parte ventitre Paesi sotto comando Usa, sette
agenzie delle Nazioni Unite e più di quaranta organizzazioni non
governative. La missione, che conta ventottomila soldati americani sui
trentottomila totali, finisce nel maggio 1993 senza aver raggiunto la
pacificazione del territorio e con un bilancio di diciotto militari uccisi.
Subito dopo vene lanciata Onusom 2, con trentamila uomini autorizzati
all'uso della forza. Nell'ottobre del 1993 gli Usa decidono di rimpatriare
le proprie truppe, dopo la morte in un agguato, rievocato nel film Black
Hawk Down, di diciotto marines. Nel marzo del 1994 lasciano il Paese tutti
gli altri militari occidentali. Gli ultimi soldati delle Nazioni Unite
verranno ritirati un anno dopo, al termine di una fallimentare nella quale
hanno perso la vita centocinquanta caschi blu. (P.M.Al.)
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