Corti
in fuga, il governo entra a Mogadiscio
Il premier etiope: uccisi 3mila miliziani. Spari sulle barche dei profughi:
150 annegati Non c'è stato il temuto bagno di sangue, né l'assedio.
Gli estremisti già all'alba avevano annunciato il ritiro. Da Addis
Abeba monito all'esecutivo: "Non permettere ai signori della guerra
di prendere il controllo della città". Il primo ministro Gedi
a colloquio con i leader delle tribù locali. Ma già si verificano
i primi saccheggi. Cinque morti nelle sparatorie per il controllo del deposito
d'armi.
di Paolo M. Alfieri
Se sia davvero l'inizio di un lento ritorno verso la stabilizzazione del
Paese, dopo mesi di problematico dominio delle Corti islamiche, è
tutto da vedere. Quel che è certo è che da ieri, con l'ingresso
nella capitale Mogadiscio delle truppe fedeli al governo di Baidoa, l'unico
riconosciuto dalla comunità internazionale, si apre un nuovo capitolo
nella tormentata storia recente della Somalia.
Non c'è stato il bagno di sangue da molti temuto, dopo una settimana
di duri combattimenti in tutto il Paese tra i miliziani islamici (tremila
i guerriglieri uccisi) e l'esercito etiopico, accorso in Somalia a sostegno
del fragile esecutivo di transizione. La tragedia maggiore si è
registrata invece al largo dello Yemen, dove sono affondate alcune navi
cariche di profughi. Almeno quattro le imbarcazioni coinvolte nell'incidente
secondo l'Acnur, che ha diffuso un bilancio di 17 morti e 140 dispersi.
Non c'è stato, invece, il lungo assedio alla capitale, prospettato
invece da esponenti di Baidoa e di Addis Abeba. Sia stato il raggiungimento
di accordi destinati a rimanere segreti, o forse la considerazione realistica
dell'impossibilità di resistere all'offensiva militare etiopica,
i dirigenti delle Corti già nella prima mattinata di ieri avevano
infatti annunciato il loro ritiro da Mogadiscio.
Alcuni di loro hanno parlato, ancora una volta, di un "ripiegamento
tattico". Altri hanno giustificato la fuga con la necessità
di risparmiare alla popolazione la violenza di nuovi combattimenti. Il
leader del Comitato esecutivo delle Corti islamiche, Sharif Sheik Ahmed,
ha detto: "Ci siamo ritirati per evitare pesanti bombardamenti, perchè
le forze etiopi stanno attuando un genocidio contro il popolo somalo.
Non ci sono più forze delle Corti islamiche a Mogadiscio: sarà
il popolo somalo a resistere".
E' quest'ultima frase, semmai, a creare nuove apprensioni. Perché
se la fuga repentina degli islamici da un lato sorprende, dall'altra accresce
i timori di quanti ora si aspettano l'inizio di una guerriglia di lungo
periodo. Sul modello afghano, su quello iracheno. Gli stessi Usa, sponsor
di Addis Abeba nella cacciata degli islamici da Mogadiscio, ben sanno
che la presa di Baghdad senza colpo ferire non si è affatto tradotta
in Iraq nell'avvento della stabilità.
Anche per questo, prima di dare il via libera definitivo all'ingresso
nella capitale delle forze governative, il premier somalo Ali Mohamed
Gedi, si è intrattenuto in lunghi colloqui con i leader dei clan
locali. Garantirsi l'appoggio delle tribù, in un Paese nel quale
i vincoli clanici contano molto di più delle ideologie politiche
e della forza militare, è l'obiettivo principale e irrinunciabile
di un governo che a due anni dalla sua formazione non ha ancora mai messo
piede nella capitale del Paese che è destinato a governare.
Sono stati proprio gli uomini dei clan a prendere per primi il controllo
di Mogadiscio. Non è mancato il riemergere di vecchie rivalità.
Almeno cinque persone, ad esempio, sono rimaste uccise in uno scontro
tra milizie che si sono date battaglia per il controllo di un deposito
di armi. I principali nodi strategici, come il porto, l'aeroporto e il
palazzo presidenziale, sono stati presto conquistati da una fazione guidata
dall'ex signore della guerra Hussein Aidid, attualmente ministro nel governo
di transizione. Soltanto in un secondo momento, hanno cominciato a fare
il loro ingresso in città, accolte da una folla festante, le truppe
dell'esecutivo.
Contemporaneamente, però, in diverse zone sono cominciati i saccheggi.
I delinquenti che nei mesi scorsi si erano nascosti, temendo il nuovo
ordine imposto dalle Corti, sono tornati per le strade, costringendo i
commercianti alla chiusura. Da Addis Abeba, intanto, il premier etiopico
Melles Zenawi sottolineava che "il governo di transizione non deve
permettere a Mogadiscio il dominio dei signori della guerra", precisando
che sarà fatto di tutto "perchè Mogadiscio non precipiti
nel caos".
Melles ha poi ribadito che verrà data la caccia ai leader islamici
fuggiti, "anche se cercheranno di mettersi in salvo per mare".
I dirigenti delle Corti sarebbero scappati verso Sud, in direzione del
porto di Chisimaio. Si è invece recato a Nairobi il responsabile
per gli Affari esteri delle Corti, Ibrahim Addow, con l'obiettivo di trattare.
Melles ha anche accusato gli islamisti di aver distribuito le loro armi
a giovani disoccupati di Mogadiscio "per creare il caos ". Secondo
diverse testimonianze, comunque, molti uomini che si erano uniti al movimento
delle Corti hanno abbandonato le loro uniformi, consegnando le armi ai
capi clan di Mogadiscio.
Lo stesso governo ha deciso ieri di dichiarare lo stato d'emergenza, con
l'obiettivo di restaurare quanto prima la sicurezza e la stabilità.
"Lavoreremo per la salvezza del nostro Paese e il ripristino della
nostra dignità e del nostro onore", si è affrettato
a sottolineare il presidente Abdullahi Yusuf, mentre Melles ha specificato
che il ritiro delle truppe etiopiche potrebbe anche avvenire in fretta,
nel giro di pochi giorni o, al massimo, di qualche settimana.
Avvenire 29/12/06
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Adesso Melles
ha lo "sbocco sul mare"
Il premier di Addis Abeba andrà ad incassare politicamente e materialmente,
anche negli Usa, l'appoggio militare offerto all'esecutivo di transizione.
Paolo M. Alfieri
Il dividendo della pace già si preannuncia cospicuo e duraturo.
Perché c'era tanto da guadagnare in quest'avventura somala conclusa
ieri con la presa di Mogadiscio. Melles Zenawi, l'uomo forte di Addis
Abeba, ora si gode il trionfo. Sa bene che non ci può essere rendita
migliore per il proprio futuro di quella che riuscirà a ottenere
con l'avvento al potere in Somalia del governo di transizione di Baidoa.
E' grazie a Melles che il premier Ali Mohamed Gedi potrà finalmente
governare. E' grazie a Melles se gli ex signori della guerra potranno
tornare su quei territori un tempo assoggettati al loro potere, prima
dell'avvento, lo scorso giugno, delle Corti islamiche. Ed è ancora
grazie a Melles se il progetto di istituire una sorta di Califfato islamico
nel Corno d'Africa è, almeno per il momento, fallito.
A questo proposito non si può dubitare che la "riconoscenza"
verso il premier etiopico non mancherà da parte degli Stati Uniti.
Non è stata certo Washington a "ordinare" l'offensiva
etiopica contro le Corti. Melles, però, sapeva già di fare
cosa gradita agli Usa, che per mesi avevano appoggiato gli ex warlord
somali nella battaglia contro le Corti islamiche. Secondo gli osservatori
arriverà ad Addis Abeba una nuova dose di aiuti economici, sostegno
militare e logistico, appoggio politico sia nelle questioni interne che
estere: il dividendo della pace, appunto, difficilmente si farà
attendere.
Non che il Dipartimento di Stato puntasse a sponsorizzare apertamente
Addis Abeba. Le denuncie di brogli, torture e imprigionamenti arbitrari
di cui è ricco il curriculum di Melles sono ben note a Foggy Bottom.
Ma il realismo politico del preferire nel Corno d'Africa "il male
minore" ha comunque prevalso a Washington in questi mesi e prevarrà
ancor più in futuro, fanno notare molti analisti Usa. Ad esempio
quando ci sarà da rimettere mano all'Onu alla questione irrisolta
dei confini tra Etiopia ed Eritrea, nodo di due guerre conclusesi appena
sei anni fa con un bilancio di oltre centomila morti. Addis Abeba, per
dire, non ha mai accettato la decisione dell'Onu di assegnare Bademme
ad Asmara e lo stallo diplomatico in merito è ora destinato a perdurare
ancor di più.
Ma la vera novità sostanziale di questa campagna somala è
che Addis Abeba si è guadagnata, con il suo appoggio al governo
di transizione, una sorta di "diritto" su uno sbocco al mare
che l'Etiopia, dai tempi dell'indipendenza dell'Eritrea, aveva sempre
cercato senza mai ottenerlo. Aver la possibilità di far circolare
i propri prodotti, facendo leva sul commercio marittimo su per il golfo
di Aden e il Mar Rosso o a oriente verso l'oceano indiano, è una
necessità stringente per un Paese dall'economia sempre più
asfittica.
Non che Melles punti all'occupazione militare di lungo periodo. Le truppe
etiopiche anzi potrebbero anzi lasciare la Somalia abbastanza in fretta.
Il governo somalo, però, non potrà comunque fare a meno
di una sorta di "protezione" di Addis Abeba in funzione anti-islamica.
Ed è lì che Melles potrà incassare quel dividendo,
politico ed economico, che lo ha portato fino alla presa di Mogadiscio.
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