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governo ritorna a Mogadiscio e tratta con i clan. I leader delle Corti rifugiati a Chisimaio minacciano la ripresa dei combattimenti. L'esecutivo intende avviare negoziati con i signori della guerra. Torna la calma nella capitale. I ministri del governo di Baidoa hanno messo piede in città e preso possesso del palazzo presidenziale e del compound dove erano alloggiati i vertici della milizia. Il premier Gedi: "Ci sarà bisogno di fermezza per ristabilire la sicurezza" Proclamata la legge marziale per tre mesi. Le truppe etiopi sulle tracce di Assan Dahir Aweys, numero uno del gruppo terroristico al-Ittihad. di Paolo M. Alfieri |
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| Dialogo con le
tribù per evitare l'anarchia L'Etiopia manterrà i suoi soldati per poche settimane. Poi toccherà al primo ministro e al suo staff garantire la stabilità. Paolo M. Alfieri Il giorno dopo l'ingresso a Mogadiscio, l'esecutivo di transizione somalo ha il suo bel daffare nel cercare di ricomporre i cocci di una società civile per troppo tempo divisa dagli interessi di parte e succube della violenza. La fuga dalla capitale delle Corti islamiche ha riportato la città sì sotto il controllo militare governativo. Ma anche sotto le egemonie dei potenti clan locali. Il timore dell'esecutivo, e della stessa Etiopia, è che il clima di incertezza sfoci in un'anarchia uguale a quella che ha regnato nel Paese negli ultimi quindici anni fino all'arrivo, nel giugno scorso, delle Corti islamiche. Queste ultime, infatti, pur accusate di forti legami con il terrorismo internazionale, avevano avuto il merito di sottrarre la popolazione alle angherie, alle gabelle, ai traffici dei signori della guerra. Che nel perdurante clima di incertezza avevano a lungo prosperato, riducendo il Paese a una "no man's land", una terra di nessuno nella quale arricchirsi a discapito della popolazione. Per questo l'avvento delle Corti, almeno inizialmente e fino a quando l'ala moderata ha prevalso su quella più radicale, era stato accolto tutt'altro che freddamente da parte della società civile somala. Tra i principali sostenitori degli islamisti c'erano stati gli uomini d'affari, i commercianti, la fetta più produttiva di una società che voleva tornare, dopo anni di caos, a vivere in un Paese "normale". La maggiore sicurezza, però, è costata ai somali una sempre maggiore libertà. Il divieto di assistere a spettacoli pubblici, l'obbligo (pena frustate) di pregare cinque volte al giorno, l'applicazione sistematica della legge coranica, sono stati solo alcuni tra i recenti provvedimenti che avevano alienato alle Corti il consenso popolare. E tuttavia è difficile pensare che la loro cacciata non nasconda comunque delle forti incognite. Non è un caso che il premier Ali Mohamed Gedi si sia intrattenuto in lunghi colloqui con i capoclan locali. Senza il loro sostegno, infatti, l'esecutivo, che prevede di insediarsi a Mogadiscio "il più presto possibile", non ha alcuna chance di mantenere un'autorità reale nella Somalia intera. Non bisogna infatti dimenticare che questo esecutivo non è mai stato eletto. Non poggia il proprio consenso sulla società civile, essendo invece il frutto di una logica di spartizione delle cariche, distribuite due anni fa tra diverse fazioni tra mille difficoltà. Senza contare che lo stesso appoggio di Addis Abeba è tutt'altro che il benvenuto da una popolazione che tuttora, a quasi vent'anni dalla feroce guerra (persa) per la conquista della regione dell'Ogaden, considera ancora l'Etiopia un nemico giurato. Il premier Gedi e il presidente Abdullahi Yusuf (da molti somali visti tutt'al più come i fantocci di Addis Abeba) sanno bene di avere davanti un compito difficile. L'Etiopia ha già annunciato che le sue truppe non resteranno in Somalia a lungo. Questione di giorni, o di qualche settimana, non di mesi. Sarà allora che l'esecutivo somalo dovrà dimostrare di riuscire a sopravvivere nel Paese che ritiene di poter governare. |