Il governo ritorna a Mogadiscio e tratta con i clan.

I leader delle Corti rifugiati a Chisimaio minacciano la ripresa dei combattimenti. L'esecutivo intende avviare negoziati con i signori della guerra. Torna la calma nella capitale. I ministri del governo di Baidoa hanno messo piede in città e preso possesso del palazzo presidenziale e del compound dove erano alloggiati i vertici della milizia. Il premier Gedi: "Ci sarà bisogno di fermezza per ristabilire la sicurezza" Proclamata la legge marziale per tre mesi. Le truppe etiopi sulle tracce di Assan Dahir Aweys, numero uno del gruppo terroristico al-Ittihad.

di Paolo M. Alfieri

E' tornata la calma ieri a Mogadiscio, dopo che nella giornata di giovedì la fuga dei leader delle Corti islamiche e l'arrivo in città delle truppe governative era stata preceduta da saccheggi e violenze di strada. I militari fedeli all'esecutivo, supportati dai mezzi corazzati dell'esercito etiopico - fondamentali nell'offensiva anti-islamica iniziata la settimana scorsa - hanno preso il controllo dei principali nodi strategici della capitale, come il porto e l'aeroporto.
L'accoglienza da parte della popolazione è stata tutto sommato pacifica. Soltanto un convoglio è stato fatto oggetto di una fitta sassaiola, ma sono bastati pochi colpi sparati per aria perché i contestatori si dileguassero. In città sono arrivati diversi ministri del governo di transizione, a lungo costretti a restare a Baidoa per la mancanza di condizioni di sicurezza prima e poi per l'avvento, nel giugno scorso, delle Corti islamiche. Tra i membri dell'esecutivo giunti a Mogadiscio, il vice-ministro della Difesa, Salad Ali Jelle, che si è subito attivato in una serie di negoziati con i potenti clan locali.
Le truppe governative hanno già preso possesso dell'ex quartier generale delle Corti, del palazzo presidenziale e del compound che ospita l'ex ambasciata statunitense. Nel frattempo il ministro degli Esteri di Addis Abeba, Seyoum Mesfin, si è recato a Baidoa per colloqui con esponenti dell'esecutivo somalo. Mesfin ha definito la situazione in Somalia "stabile e molto promettente".
Da Chisimaio, città nel Sud del Paese nella quale si è rifugiata la leadership delle Corti, Sheik Sharif Sheik Ahmed - considerato tra i "moderati" del movimento islamista - ha avvertito: "Non lasceremo la Somalia. Continueremo a combattere". A Chisimaio è segnalata anche la presenza di Assan Dahir Aweys, nominato lo scorso 25 giugno capo del Consiglio delle Corti islamiche. Il suo nome compare su una lista di 189 persone "legate al terrorismo" stilata dalle autorità Usa all'indomani dell'11 settembre. Sessantuno anni, considerato un leader storico del gruppo fondamentalista al-Ittihad, Aweys è il principale sostenitore della "necessità" di fare della Somalia una repubblica islamica sul modello di quella iraniana.
La cattura di Aweys è uno dei principali obiettivi dell'Etiopia, sponsorizzata in questa sua campagna somala da Washington. Il primo ministro etiopico, Melles Zenawi, ha infatti annunciato che continuerà a dare la caccia ai leader islamisti. Jet di Addis Abeba hanno sorvolato ieri Chisimaio a bassa quota. I leader delle Corti potrebbero tentare di rifugiarsi in Kenya, o dileguarsi per qualche tempo, in vista di una controffensiva di stampo terroristico, nella regione della Bassa Shabelle. Secondo quanto riferito dall'agenzia Misna, il governo di Nairobi ha comunque deciso di chiudere i propri valichi con la Somalia per prevenire la possibile infiltrazione dei miliziani delle Corti.
Il premier somalo, Ali Mohamed Gedi, si è recato ieri in visita al suo villaggio di origine, Mundul Sharev, distante quaranta chilometri da Mogadiscio, prima di fare il suo ingresso nella capitale. Gedi ha ammesso che "ci sarà bisogno di fermezza per riuscire a ristabilire la sicurezza" in Somalia, in particolare nei confronti delle tante milizie indipendenti e ostili alla stabilizzazione. Il premier ha anche annunciato la proclamazione della legge marziale per un periodo di tre mesi.
A livello diplomatico, intanto, mentre all'Onu non è ancora stato raggiunto un accordo su una dichiarazione che chieda il ritiro delle truppe straniere, l'Unione africana, la Lega araba e l'Igad (un corpo regionale del Corno d'Africa) hanno esortato l'esecutivo somalo e le Corti islamiche ad avviare un nuovo negoziato. Stando ai tre organismi, le trattative (da intraprendere "con urgenza e senza porre alcuna condizione") potrebbero ripartire il 15 gennaio prossimo.




Avvenire 30/12/06

Dialogo con le tribù per evitare l'anarchia
L'Etiopia manterrà i suoi soldati per poche settimane. Poi toccherà al primo ministro e al suo staff garantire la stabilità.

Paolo M. Alfieri

Il giorno dopo l'ingresso a Mogadiscio, l'esecutivo di transizione somalo ha il suo bel daffare nel cercare di ricomporre i cocci di una società civile per troppo tempo divisa dagli interessi di parte e succube della violenza. La fuga dalla capitale delle Corti islamiche ha riportato la città sì sotto il controllo militare governativo. Ma anche sotto le egemonie dei potenti clan locali.
Il timore dell'esecutivo, e della stessa Etiopia, è che il clima di incertezza sfoci in un'anarchia uguale a quella che ha regnato nel Paese negli ultimi quindici anni fino all'arrivo, nel giugno scorso, delle Corti islamiche. Queste ultime, infatti, pur accusate di forti legami con il terrorismo internazionale, avevano avuto il merito di sottrarre la popolazione alle angherie, alle gabelle, ai traffici dei signori della guerra. Che nel perdurante clima di incertezza avevano a lungo prosperato, riducendo il Paese a una "no man's land", una terra di nessuno nella quale arricchirsi a discapito della popolazione.
Per questo l'avvento delle Corti, almeno inizialmente e fino a quando l'ala moderata ha prevalso su quella più radicale, era stato accolto tutt'altro che freddamente da parte della società civile somala. Tra i principali sostenitori degli islamisti c'erano stati gli uomini d'affari, i commercianti, la fetta più produttiva di una società che voleva tornare, dopo anni di caos, a vivere in un Paese "normale". La maggiore sicurezza, però, è costata ai somali una sempre maggiore libertà. Il divieto di assistere a spettacoli pubblici, l'obbligo (pena frustate) di pregare cinque volte al giorno, l'applicazione sistematica della legge coranica, sono stati solo alcuni tra i recenti provvedimenti che avevano alienato alle Corti il consenso popolare.
E tuttavia è difficile pensare che la loro cacciata non nasconda comunque delle forti incognite. Non è un caso che il premier Ali Mohamed Gedi si sia intrattenuto in lunghi colloqui con i capoclan locali. Senza il loro sostegno, infatti, l'esecutivo, che prevede di insediarsi a Mogadiscio "il più presto possibile", non ha alcuna chance di mantenere un'autorità reale nella Somalia intera.
Non bisogna infatti dimenticare che questo esecutivo non è mai stato eletto. Non poggia il proprio consenso sulla società civile, essendo invece il frutto di una logica di spartizione delle cariche, distribuite due anni fa tra diverse fazioni tra mille difficoltà. Senza contare che lo stesso appoggio di Addis Abeba è tutt'altro che il benvenuto da una popolazione che tuttora, a quasi vent'anni dalla feroce guerra (persa) per la conquista della regione dell'Ogaden, considera ancora l'Etiopia un nemico giurato.
Il premier Gedi e il presidente Abdullahi Yusuf (da molti somali visti tutt'al più come i fantocci di Addis Abeba) sanno bene di avere davanti un compito difficile. L'Etiopia ha già annunciato che le sue truppe non resteranno in Somalia a lungo. Questione di giorni, o di qualche settimana, non di mesi. Sarà allora che l'esecutivo somalo dovrà dimostrare di riuscire a sopravvivere nel Paese che ritiene di poter governare.


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