Somalia, devastato cimitero italiano

Paolo M. Alfieri


E' l'ultima oscenità di un'infinita spirale di terrore. Il delirio estremista delle Corti Islamiche somale si è abbattuto anche sui morti. Decine di miliziani hanno distrutto l'altra notte il cimitero coloniale italiano a Mogadiscio, situato nel centro della città. Da quanto si è appreso, i miliziani vorrebbero edificare sul sito del cimitero la loro nuova base. Oltre 700 le tombe divelte, i resti umani disseppelliti e trasportati in una ex base aerea, nei pressi di quell'aeroporto internazionale dove nessun aereo è più atterrato dalla caduta del regime di Siad Barre nel 1991.

Agli occhi degli osservatori internazionali, la profanazione è un ulteriore segnale di una accresciuta deriva estremista. Secondo le indicazioni delle Corti, l'Islam non ammetterebbe sul suo territorio la presenza di tombe. Un'interpretazione che viene però rifiutata dagli esponenti musulmani moderati. Lo stesso imam di Mogadiscio ha affermato che quanto avvenuto è contrario ai precetti coranici.


Di certo c'è che quelle Corti istituite in passato dagli uomini d'affari della capitale per restituire una parvenza di ordine a una città senza polizia e in preda al caos, sembrano essersi trasformate nel ricettacolo ideale per la diffusione del fanatismo. La parola sicurezza è ormai sconosciuta a un'intera generazione di somali, a quei bambini che ieri si sono trovati per strada a "giocare" con resti di ossa umane. Lontane dalla profanazione restano solo quelle spoglie dei coloni italiani che anni fa vennero riportate in Italia grazie a un accordo tra Roma e Mogadiscio.
"Presento al governo italiano e a tutto il popolo del nostro grande e storico amico le più profonde scuse. I delinquenti che hanno profanato il cimitero saranno perseguiti", ha dichiarato il ministro dell'Interno somalo dalla capitale keniana Nairobi, dove risiedono per motivi di sicurezza le nuove istituzioni somale."Non vi è assolutamente nessuna giustificazione religiosa o morale per simili azioni", ha ribadito un portavoce del neo-presidente Mohammad Yusuf. Una condanna che non cancella però la visibile impotenza del neonato esecutivo.


Appena due giorni fa il premier Mohamed Gedi aveva annunciato una missione di sopralluogo a Mogadiscio entro la fine del mese, minimizzando "i fenomeni marginali di banditismo" . Parole che stridono con la realtà di un Paese il cui territorio è marchiato dai check-point dei miliziani. E dove gli Ak-47 sono in vendita per pochi soldi sui banchi di mercati improvvisati. "Non si contano più le rapine, gli assalti, i raid punitivi casa per casa - conferma ad Avvenire una fonte locale costretta all'anonimato per ragioni di sicurezza - Viviamo in una condizione di terrore permanente".

Avvenire 20/01/05



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