Somalia, cade anche Chisimaio

Le Corti lasciano l'ultima roccaforte: islamici in fuga verso il Kenya. Appello del premier alla comunità internazionale: ci serve una forza di pace.

di Paolo M. Alfieri


Quattro giorni dopo Mogadiscio, anche Chisimaio, ultimo bastione delle Corti islamiche, è tornata sotto il controllo del governo di transizione della Somalia. Si è ripetuto l'altra notte lo stesso scenario già verificatosi per la presa della capitale. La minaccia di attuare una sanguinosa resistenza, lanciata dai leader delle Corti, si è infatti dissolta nel giro di poche ore. L'avanzata imponente delle truppe etiopiche, affiancate dai militari fedeli all'esecutivo somalo, ha costretto i miliziani islamici a una fuga precipitosa, dopo un timido tentativo di opposizione armata.
Abbandonata Mogadiscio, le Corti si erano dirette nei giorni scorsi verso Sud, approntando una linea di difesa a Jilib, a cento chilometri di distanza da Chisimaio. Frantumato domenica questo argine, le forze governative non hanno più incontrato alcun ostacolo, entrando poi nella prima mattinata di ieri nella ormai ex roccaforte degli islamisti. Questi ultimi, secondo alcune testimonianze, avrebbero aperto il fuoco contro i civili durante la loro ritirata, uccidendo almeno due persone.
Stando a informazioni diffuse dalle forze etiopiche, i miliziani delle Corti si sarebbero poi rifugiati sulla penisola di Ras Kamboni, non distante dal confine con il Kenya. Da qui un comandante islamista, Yaqub Ishak ha rilanciato provocazioni all'indirizzo di Addis Abeba. "Siamo ancora forti e non cesseremo di combattere gli invasori - ha minacciato - Il ritiro da Chisimaio è stato soltanto tattico".
Fin dall'inizio dell'avanzata etiopica, le Corti hanno definito il loro un "ripiegamento strategico". Finora, però, alle minacce non sono seguite controffensive efficaci, tanto che ormai pressoché l'intero territorio della Somalia è sotto il controllo dei governativi. I quali, peraltro, hanno ribadito che continueranno a dare la caccia ai miliziani islamici. L'esecutivo ha chiesto anche alle autorità keniane di chiudere le frontiere, in modo da impedire alle Corti di infiltrarsi in territorio straniero. "È anche nell'interesse del Kenya che questi individui non entrino nel Paese, perchè sono pericolosi", ha sottolineato il ministro dell'Informazione somalo, Ali Jama.
Da Mogadiscio, intanto, il primo ministro, Ali Mohamed Gedi, ha lanciato un appello alla comunità internazionale perché vengano dispiegati "il più presto possibile" in Somalia "osservatori militari e forze di pace che possano darci una mano". Il premier si è rivolto in particolare all'Unione africana (Ua), sostenendo che un intervento della principale autorità del Continente nero è necessario "per la pacificazione e la stabilizzazione del Paese". E l'Uganda, già ieri, ha dichiarato attraverso il proprio portavoce militare, Felix Kulayigye, di essere pronta a mettere a disposizione subito mille soldati.
Lo scorso 6 dicembre era stato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ad autorizzare la costituzione di una forza militare africana da inviare in Somalia. Ancora prima, a settembre, l'Igad, un corpo regionale che comprende sette Paesi del Corno d'Africa, aveva ricevuto un mandato dall'Ua per lo stesso motivo. Le Corti islamiche, però, avevano sempre negato il loro consenso al coinvolgimento di truppe straniere in Somalia, equiparando un tale intervento a un attacco diretto contro la loro autorità.
Rivolgendosi ai miliziani islamici ancora attivi nel Paese, il premier Gedi ha rinnovato ieri l'offerta di amnistia per tutti i combattenti ancora a Mogadiscio che deporranno le armi entro tre giorni a partire da oggi. "L'era dei signori della guerra in Somalia è finita - ha detto il capo dell'esecutivo - Se non saranno eseguiti gli ordini del governo, esso si approprierà delle armi con la forza". Gedi ha sottolineato che il piano di disarmo è stato approvato anche dai capo clan, segno che gli intensi negoziati dei giorni scorsi con i leader della società civile hanno cominciato a fruttare.



Avvenire 02/01/07

"Serve subito una conferenza sul conflitto"

Subito una conferenza regionale per discutere dell'attuale situazione somala. A proporre la convocazione di un summit "all'inizio di questo nuovo anno" è stato il presidente keniano Mwai Kibaki. In qualità di leader di turno dell'Igad - autorità regionale che comprende, oltre al Kenya, l'Etiopia, l'Eritrea, Gibuti, la Somalia, il Sudan e l'Uganda - Kibaki, nel corso del suo discorso televisivo di fine anno, ha detto: "Il nostro Paese aspira alla pace e alla solidarietà. È per questa ragione che voglio lanciare un appello per la pace nel Corno d'Africa".
Rivolgendosi agli altri leader della regione, il presidente keniano ha sottolineato quanto sia importante "discutere con urgenza di quanto sta accadendo in Somalia", anche al fine di evitare una propagazione del conflitto somalo nei Paesi circostanti. Il Kenya, peraltro, ha aumentato nei giorni scorsi i controlli alle proprie frontiere, nel timore che le Corti islamiche somale in rotta possano infiltrarsi sul proprio territorio. L'escalation della tensione in Somalia ha inoltre allarmato il governo di Nairobi per l'eventuale arrivo di una nuova imponente massa di profughi, dopo che già nel passato, da tutta la Somalia, si erano riversate in Kenya decine di migliaia di persone in coincidenza con lo scoppio di violenti conflitti. (P.M.Al.)


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