Somalia,
dal caos al rischio taleban
Le Corti islamiche cha hanno preso il controllo di Mogadiscio, mettendo
fine ad anni di anarchia, potrebbero estendere il contagio fondamentalista.
"Vietati" i Mondiali.
di Paolo M. Alfieri
"Dimenticata"
per anni dai media internazionali, sprofondata in un baratro di anarchia
e traffici illeciti, teatro di lotte intestine e di un progressivo dissolvimento
istituzionale, la Somalia è tornata alla ribalta di recente per
le violenti battaglie tra i miliziani delle Corti islamiche e i "signori
della guerra". Combattimenti conclusisi proprio pochi giorni fa con
la presa di Mogadiscio da parte delle Corti. In molti si interrogano ora
non solo sulle prospettive di questo Paese disastrato, con il 45% della
popolazione che vive in miseria, ma anche sulle conseguenze che l'avvento
dell'islam radicale potrebbe avere sull'intera regione.
C'è un'intera generazione di somali che non ha mai conosciuto pace
e sicurezza. I nati a partire dal 1991 (anno della caduta del regime di
Siad Barre) hanno dovuto imparare a sopravvivere in una "terra di
nessuno" segnata dagli scontri per la conquista del potere tra fazioni
rivali, intenzionate ad accaparrarsi con la forza fette di territorio
e infrastrutture. A imporsi inizialmente furono soprattutto le truppe
del generale Mohamed Farah Aidid e quelle di Mohamed Ali Mahdi. A poco
servì l'intervento nel Paese di una forza militare Onu a guida
statunitense. "Restore Hope" - questo il nome dell'operazione
- diventò presto una speranza illusoria, trasformatasi in un incubo
quando i cadaveri di 18 marines vennero trascinati per le strade di Mogadiscio
e mostrati alle telecamere.
Nel 1995 la missione Onu abbandona una Somalia in preda al caos, con oltre
un milione di persone costrette alla fuga, mentre le vittime dei combattimenti
raggiungono quota 300mila. È in questo periodo che si rafforza
nel Paese la presenza del nucleo fondamentalista islamico Al Ittihad al-Islami.
Secondo gli Usa, proprio la Somalia è la base dei terroristi che
attaccano, nell'agosto del 1998, le ambasciate americane a Nairobi e Dar
es Salaam.
I round negoziali per riportare la pace nel Paese si susseguono intanto
senza successo. Per istituzioni stabili bisogna attendere l'agosto del
2004, quando viene formato un nuovo Parlamento, che si riunisce inizialmente
in Kenya. Alla presidenza viene eletto Abdullahi Yusuf Ahmed, del clan
Darud, mentre primo ministro è Ali Mohamed Gedi, di origine Hawiye,
che chiama a far parte del suo governo alcuni (presunti ex) warlord.
Per la prima volta, dopo tanti anni, la Somalia sembra avviata verso la
stabilità, ma nuove fratture in seno all'esecutivo e al Parlamento
fanno precipitare la situazione. La disputa sulla scelta della capitale
(a Mogadiscio - sostenuta da diversi signori della guerra - molti ora
preferiscono Jowhar) è solo la spia più evidente di contrasti
che nascono soprattutto dal rifiuto dei diversi potentati di rinunciare
alla gestione dei propri affari illeciti. Intanto l'accresciuto potere
delle Corti islamiche - che si accreditano come portatrici di "legge
e ordine" - mina ulteriormente il dominio dei warlord, che si riuniscono
quindi in un'Alleanza "anti-terrorismo" finanziata dagli Usa,
preoccupati per l'infiltrazione in Somalia di al-Qaeda.
Vittoriose dopo un aspro confronto militare, le Corti hanno annunciato
nei giorni scorsi l'inizio di una "nuova era" all'insegna della
pace e si sono dette disponibili al dialogo con il governo, la cui sede
provvisoria è a Baidoa. Ma se da un lato la sconfitta dei warlord
è commentata positivamente da diversi osservatori, dall'altro preoccupa
la forte componente estremista interna alle Corti.
Non è detto che la Somalia diventerà presto come l'Afghanistan
dei talebani (ipotesi smentita dallo stesso leader delle Corti, ma rafforzata
proprio ieri dal divieto di collocare nelle vie di Mogadiscio televisori
per guardare i Mondiali di calcio, decisione che ha provocato proteste
e scontri). In molti temono comunque la formazione di uno Stato a guida
islamica che favorisca (o quanto meno non ostacoli) l'espansione dell'integralismo
nell'intero Corno d'Africa. E da qui si potrebbe già immaginare
lo scenario successivo, con l'avanzata dell'islamismo di matrice wahabita
dalle sponde dell'Oceano indiano a quelle dell'Atlantico. La Somalia trasformata
in uno snodo cruciale tra la penisola arabica e Paesi come il Sudan e
la Nigeria, che già ospitano importanti nuclei del fondamentalismo
islamico. Ad avvalorare l'esistenza di una tale strategia politica sono
soprattutto gli Stati Uniti, secondo cui un quarto dei terroristi attivi
in Iraq è di origine africana. Moltissimi di loro starebbero già
tornando nei propri Paesi di origine. Pronti ad applicare "in casa"
i dettami di morte appresi nel Golfo.
Avvenire 11/06/06
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