Somalia,
è scontro aperto: morti alle porte di Baidoa
Le Corti islamiche puntano sulla città dove ha sede il governo legittimo:
già 30 le vittime
di Paolo M. Alfieri
Dalle accuse e dalle minacce dei giorni scorsi si è passati ormai
allo scontro aperto in Somalia. Sono infatti in corso ininterrottamente
da 48 ore violente battaglie tra le Corti islamiche, il movimento al potere
a Mogadiscio e in gran parte del territorio nazionale, e i militari fedeli
al governo di transizione, stanziato a Baidoa. Secondo quanto riferito
da diverse fonti, i combattimenti sono ripresi ieri soprattutto nei pressi
dei villaggi di Maddoy e Rama'addey, rispettivamente a circa quaranta
e ottanta chilometri a Sud di Baidoa. Il premier somalo, Ali Mohamed Gedi,
ha accusato i miliziani islamici di aver attaccato postazioni governative
e ha
confermato gli scontri in atto per il secondo giorno consecutivo nell'area
di Dinsor. Le due parti si fronteggiano soprattutto nella zona di Safarnolaay,
anch'essa vicina alla città sede dell'esecutivo. Il quale, pur
riconosciuto internazionalmente, non ha mai potuto far ritorno nella capitale
prima per l'opposizione degli "storici" signori della guerra
e poi proprio per l'ostilità delle Corti.
Secondo quanto riportato da un'emittente locale, sarebbero all'incirca
una trentina le vittime e diverse decine i feriti delle operazioni belliche,
alle quali avrebbero partecipato, in appoggio ai militari governativi,
anche soldati etiopici. Da tempo, infatti, Addis Abeba sostiene l'esecutivo
di Baidoa, anche se in via ufficiale ha sempre negato la presenza di suoi
soldati sul suolo somalo.
Le notizie sull'andamento dei combattimenti sono frammentarie. Stando
a fonti locali, le Corti hanno annunciato via radio l'imposizione di un
vero e proprio bando sui mezzi pesanti diretti a Baidoa da Mogadiscio,
porto principale del Paese. Obiettivo degli islamici sarebbe quello di
ridurre drasticamente i rifornimenti di viveri verso la zona (una delle
poche) controllate dall'esecutivo.
Segnali di un inasprimento della crisi c'erano stati già nei giorni
scorsi, quando i governativi avevano dato il via a un'offensiva proprio
per la riconquista di Dinsor, località in precedenza occupato dagli
islamisti. Venerdì le Corti hanno poi annunciato l'"imminente"
presa di Baidoa e la cacciata dell'"invasore" etiopico.
L'innalzamento della tensione tra i due fronti segue peraltro la risoluzione
approvata mercoledì all'unanimità dal Consiglio di sicurezza
delle Nazioni Unite, che ha autorizzato la costituzione di una forza militare
africana da inviare in Somalia. Una decisione - fortemente caldeggiata
dagli Stati Uniti - che ha fatto gridare le Corti al tentativo di "occupazione"
del territorio somalo da parte di potenze straniere, in accordo col "nemico
di sempre", l'Etiopia.
Oltre cinquemila persone, dopo la preghiera del venerdì, hanno
manifestato a Mogadiscio contro il dispiegamento di truppe straniere,
e sono riecheggiati per le strade della capitale nuovi slogan a favore
della "guerra santa". Di segno opposto la manifestazione di
ieri mattina a Baidoa, organizzata dall'esecutivo, nel corso della quale
è stato invocato l'arrivo dei militari africani.
Difficile capire come risolvere una crisi nella quale, secondo fonti diplomatiche
internazionali, sono coinvolti numerosi Paesi. Stando a un recente rapporto
delle Nazioni Unite, tra l'altro, addirittura nove Stati avrebbero violato
l'embargo di armi imposto dal Palazzo di vetro alla Somalia nel 1992.
L'esacerbarsi della situazione sul terreno non consente di essere ottimisti.
Nonostante il premier Gedi abbia ribadito la disponibilità dell'esecutivo
a negoziare, gli analisti concordano sul fatto che le trattative previste
per le prossime settimane in Sudan siano sul punto di saltare definitivamente.
Avvenire 10/12/06
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