"Troppi errori, il Paese è a rischio implosione"

L'esperto di questioni africane Weinstein: "I leader sono intrappolati dalle conseguenze delle loro decisioni E non sanno come uscirne"

Paolo M. Alfieri

"Il conflitto in Somalia è ormai ostaggio della tensione: in sostanza tutti gli attori in gioco, interni ed esterni, sono rimasti intrappolati nelle conseguenze deleterie delle loro stesse decisioni". Michael Weinstein, docente di scienze politiche presso l'americana Purdue University ed esperto di questioni africane, legge così l'incandescente situazione in corso nel Corno d'Africa.
Il suo ultimo rapporto sulla Somalia, pubblicato dall'organizzazione Power and Interest News Report, scandaglia a fondo le radici della crisi attuale, sottolineando i numerosi errori di valutazione compiuti dai protagonisti del complicato scenario somalo. A partire da quell'esecutivo di transizione che non riesce ancora a governare. "L'ultima debacle dell'esecutivo - osserva Weinstein - è di aver voluto attuare un processo di riconciliazione basato su una formula non condivisa né dai rappresentanti moderati delle Corti islamiche né dalla leadership del clan Hawiye", il più potente di Mogadiscio. Inoltre il tentativo di procedere al disarmo della popolazione, in un momento in cui nessuno può o vuole affidare la propria sicurezza alle istituzioni, è stato un ulteriore fallimento, "che ha restituito all'esecutivo una credibilità ancora minore di quella che aveva prima".
Gravosa anche la posizione dell'Etiopia, che "non ha risorse finanziarie sufficienti a sostenere un'offensiva di lungo periodo" e che non ha potuto contare su un sostanzioso dispiegamento di truppe dell'Unione africana. "Il premier Melles Zenawi - osserva ancora Weinstein - è così forzato, anche per le pressioni di Washington, a restare in Somalia senza avere a disposizione una exit strategy convincente".
Dal canto suo, invece, il clan Hawiye, e in particolare il sottoclan Habr Gedir, "non ha alcun interesse nella riconciliazione, soprattutto ora che l'attenzione è tutta puntata sui bombardamenti degli etiopici. I ribelli sono stati in grado di contrastare il disarmo e hanno dalla loro l'opinione pubblica". Allo stesso tempo l'ala radicale delle Corti islamiche "non abbandonerà i suoi propositi di ribellione, soprattutto ora che ha guadagnato un importante alleato proprio negli Hawiye". L'ala islamista moderata, invece, "continua a chiedere di essere considerata come un'entità politica a pieno titolo", fermo restando l'imprescindibile condizione di un "calendario preciso di ritiro delle forze etiopiche".
Situazione molto critica, secondo Weinstein, è quella in cui si trovano Uganda e Kenya. Kampala, infatti, unica ad aver dispiegato truppe in Somalia per conto dell'Unione africana, "viene ormai identificata dai ribelli come una potenza occupante al pari dell'Etiopia". Gli appelli del presidente ugandese Yoweri Museveni agli altri Paesi perchè si impegnino al suo fianco crisi somala sono stati ignorati. "Sul terreno gli ugandesi sono stati più volte attaccati e costretti all'inerzia. Museveni è finito nell'angolo, in posizione debole, alla mercè degli attori principali della crisi". Simile anche lo stallo keniano. "La decisione di Nairobi di collaborare con Washington e Addis Abeba ha distrutto la sua credibilità di mediazione, costringendola inoltre a fronteggiare un nuovo esodo di profughi e irrigidire le misure di sicurezza alle frontiere".
Sostanzialmente fallimentari, secondo Weinstein, le mosse del cosiddetto Gruppo di contatto, limitatosi a "dichiarazioni generiche sulla riconciliazione". "Nel complesso lo stallo attuale è teso e precario - conclude l'analista americano - Le stesse potenze Occidentali sono divise. Il rischio è quello di lasciare che la Somalia continui a frammentarsi, con gli attori regionali messi nell'angolo dalle loro stesse strategie".




Avvenire 28/04/07






Diario della capitale

"Murati in casa, uscire è una follia: cibo e medicine sono introvabili

di Mahmoud Daud
(testo raccolto da Paolo M. Alfieri)

La radio gracchia in sottofondo le ultime dichiarazioni del governo. "Abbiamo riconquistato le roccaforti dei ribelli", ripetono i funzionari di un esecutivo che ancora non abbiamo imparato a riconoscere. Qualsiasi cosa dicano, qualsiasi proclama annuncino, sopra la nostra testa continuano a rimbombare i proiettili. Fanno tremare le finestre, terrorizzando bambini e adulti. Abbiamo vissuto l'avanzata etiopica di dicembre, abbiamo superato con fatica le battaglie di marzo, ma siamo ancora qui a temere per la nostra vita, colti in un conflitto che non fa distinzione tra combattenti e civili.
Chi ha potuto ha già abbandonato la città, portando con sé solo speranze tradite e l'illusione di un pronto ritorno. Chi come me è restato vive con l'angoscia nel cuore, posando lo sguardo sui propri figli ogni volta come fosse l'ultima. Ho visto i miei amici feriti da schegge impazzite, vicini mutilati dallo scoppio di una mina, tantissimi altri ancora non li rivedrò più. E' proprio vero che i proiettili non hanno occhi. Colpiscono e basta, uccidono e basta. Senza chiederti a quale fazione politica, etnia, gruppo religioso tu appartenga. Sei solo l'ostacolo da abbattere sulla via del potere. Anche se non c'entri niente. Anche se devi trovare il modo di sfamare una moglie e tre figli. In queste condizioni uscire di casa è considerata una pazzia. Gli unici che si avventurano fuori sono quelli che scappano. Ma io non me la sento di esporre la mia famiglia al rischio. Resto aggrappato alla speranza che l'indomani la situazione migliori.
Tutta la città ormai fa i conti con il razionamento di cibo e acqua. Il prezzo di riso, zucchero e olio è praticamente raddoppiato. Ma se anche avessi i soldi per comprare ciò che ci serve probabilmente non saprei a chi rivolgermi. Moltissimi negozi restano chiusi tutto il giorno, i commercianti hanno paura dei saccheggi, e un gruppo di persone in fila è un obiettivo troppo facile da lasciarsi scappare.
Servirebbe una tregua umanitaria, almeno per consentire la distribuzione in città di generi alimentari di prima necessità. Per non parlare delle medicine. Ormai ne sono a corto anche i pochi ospedali ancora funzionanti. Tra gli ultimi a chiudere battenti l'al-Hayat e l'al-Arafat, mentre tre giorni fa i razzi non hanno risparmiato il centro sanitario Sos, dove erano state ricoverate più di duecento persone.
La sensazione peggiore è di non veder nemmeno lontanamente la fine di questa emergenza. Se anche le forze governative e gli etiopici dovessero riuscire a frenare la ribellione, saremmo comunque condannati a vivere nella paura di subire nuovi attacchi e attentati, o di restare coinvolti, come vittime "collaterali", nei cosiddetti "agguati mirati". Siamo a Mogadiscio ma potrebbe essere benissimo Baghdad.
Ci resta solo la nostra disperazione, unita a una solidarietà umana che tutti dovrebbero invidiarci. Nonostante la paura, nonostante i lutti e l'orrore, nessuno rifiuta agli altri il proprio aiuto. E' l'unica lezione che il popolo somalo è ancora in grado di insegnare al mondo.

Avvenire 28/04/07


Indietro
Home page

[email protected]

 

Hosted by www.Geocities.ws

1