Il
rischio è che diventi un nuovo Afghanistan
Il conflitto potrebbe "cronicizzarsi" soprattutto per l' azione
dei gruppi terroristici legati ad al-Qaeda: primi segnali anche dall'Iraq.
di Paolo M. Alfieri
Sono tanti gli interessi dietro la crisi che attanaglia la Somalia. La
sua posizione strategica, innanzitutto, al tempo stesso porta d'ingresso
dell'Africa orientale e trampolino ideale verso la penisola arabica. In
Somalia si gioca una partita che poco ha a che vedere, secondo gli analisti,
con i reali bisogni di una popolazione abbandonata per anni a se stessa.
Non solo i Paesi circostanti, ma anche altri attori internazionali, cercano
in Somalia spazio per un posizionamento cruciale nel Corno d'Africa. E
mentre il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha deciso di non decidere sull'evolversi
della situazione, bloccato dai soliti veti incrociati, gli osservatori
predicono per il futuro oscuri scenari afghani. Con fazioni armate decise
a mantenere intatta la propria fetta di potere; con un governo internazionalmente
riconosciuto ma che, come a Kabul, non riesce a imporre la propria autorità;
con infiltrazioni qaediste che poggiano il loro consenso sul malcontento
e sfruttano l'assenza cronica di istituzioni solide. Così rischia
di profilarsi all'orizzonte l'incubo della guerriglia a oltranza, degli
attentati a ripetizione, della jihad di lungo periodo, tesa a evitare
la rinascita dello Stato e, di converso, a sostenere il mantenimento dell'anarchia.
E già ieri sui siti iracheni legati ad al-Qaeda sono comparsi i
primi appelli a "correre in aiuto dei fratelli delle Corti".
L'Etiopia, allarmata dall'ipotesi dell'insorgere di un califfato islamico
alle proprie frontiere, ha rotto gli indugi con un'offensiva a tappeto,
appoggiata anche dalle due regioni indipendenti della Somaliland e del
Puntland. Addis Abeba conta sul sostegno di Washington, che per mesi ha
mantenuto squadre anti-terrorismo a Gibuti. Il sostegno agli ex signori
della guerra somali non ha dato però i frutti sperati, e la vittoria
delle Corti islamiche lo scorso giugno ha rappresentato un vero e proprio
smacco per il Dipartimento di Stato.
L'altra sera, al Palazzo di Vetro, gli Usa sono stati i primi - insieme
a Londra, altra alleata di Addis Abeba - a bloccare un testo che chiedeva
che "tutte le forze straniere" si ritirassero "immediatamente"
dai territori della Somalia. Il ritiro è sostenuto da diversi Paesi
arabi, dall'Unione africana e dall'Organizzazione della conferenza islamica.
Difficilmente ci si arriverà, anche perché a quel punto
verrebbe chiamata direttamente in causa pure l'Eritrea, che però
continua a negare di aver inviato propri militari a sostegno delle Corti
somale. Senza contare che resterebbero comunque nel Paese, nelle fila
degli islamisti, circa cinquemila combattenti provenienti da diversi Stati,
come Yemen, Egitto e Afghanistan.
Un intervento militare straniero è quanto auspicano altri vicini
interessati come Uganda e Kenya - che teme per un eventuale arrivo alle
proprie frontiere di migliaia di profughi somali - , ma anche la Nigeria
si già offerta per l'invio di circa duemila uomini in Somalia.
Tali e tante sono le tessere da incastrare nel mosaico della crisi somala
che il rischio, secondo gli analisti, sta proprio lì. Nel continuare,
incredibilmente e pericolosamente, a decidere di non decidere.
Avvenire 28/12/06
|