"Riprendersi
la propria umanità è terribilmente difficile"
La testimonianza di Ishmael che ha combattuto dall'età
di 12 anni in Sierra Leone: il Paese-icona raccontato anche nel film sui
"Diamanti di sangue". Padre Berton lavora al recupero dei minori:
"I semi daranno i loro frutti".
Paolo M. Alfieri
Valeva poco, pochissimo, la vita
dei bambini nella Sierra leone degli anni Novanta. A loro venivano affidate
le missioni più difficili. Reparti d'avanguardia per perlustrare
un campo minato, in prima linea per spiare e attaccare le postazione nemiche,
per depredare un villaggio e uccidere i civili.
Imbottiti di anfetamine e marijuana, in mano un Ak-47 quasi più
grande di loro ma semplice, terribilmente semplice da usare. "Prendere
in mano un fucile e fare fuoco uccidendo qualcuno è facile come
bere un bicchiere d'acqua - ha raccontato alla conferenza in corso a Parigi
Ishmel Beah, ventisei anni oggi, appena dodici quando venne arruolato
- È così facile diventare un bambino soldato e terribilmente
difficile riprendersi la propria umanità".
Dall'esercito governativo ai ribelli del Ruf - il Fronte rivoluzionario
unito di Foday Sankoh - le Small Boys'Unit le usavano tutti. In una guerra
che in un decennio provocò quasi 200mila morti, l'innocenza di
una generazione indottrinata al massacro venne stravolta sullo sfondo
di un Paese condannato alla carneficina dalle sue stesse ricchezze. Ce
lo ricorda peraltro in questi giorni Blood diamond, il film di Edward
Zwick con un Leonardo DiCaprio trafficante di diamanti.
Sankoh nel 1991 dichiara guerra al governo di Freetown. Predica la lotta
alla corruzione, e intanto passa al dittatore liberiano Charles Taylor,
sponsor della ribellione, i diamanti insanguinati della Sierra leone.
I suoi uomini si lasciano andare a mutilazioni, stupri, eccidi di massa.
I bambini vengono rapiti nelle strade, nelle scuole, nei campi profughi.
Marchiati a fuoco con il simbolo della guerriglia e costretti ad uccidere
familiari, amici, vicini di casa, perché portino dentro di sé
la colpa collettiva.
Mentre il Ruf destabilizza il Paese, a Freetown si succedono i colpi di
Stato. Sankoh viene catturato nel 2000: morirà nel luglio del 2003,
a un anno e mezzo dalla fine di uno dei conflitti più sanguinari
che l'Africa ricordi. Il suo sodale Charles Taylor oggi attende nel carcere
olandese di Scheveningen l'inizio del processo, fissato per il 4 giugno,
avviato contro di lui dal Tribunale internazionale per la Sierra leone.
A Freetown molto resta ancora da fare. L'impatto della guerra sulla popolazione
è stato devastante. Sanità, istruzione e sicurezza alimentare
restano un miraggio per molti, mentre il contrabbando domina ancora oltre
il 50% del commercio di diamanti.
Eppure oltre 70mila ex combattenti sono stati reinseriti nella società
civile e il processo di riconciliazione nazionale prosegue. Di più,
migliaia di bambini hanno abbandonato gli Ak-47 e sono tornati alla vita.
"I ragazzi devono andare a scuola e sentirsi abbastanza forti da
poter provvedere a se stessi - ha detto ancora ieri Ishmel, che ha smesso
di combattere a 16 anni - Se non sarà così, basterà
che qualcuno offra loro 100 dollari per combattere una guerra qualsiasi,
e non sapranno dire di no".
"Il processo per superare i traumi vissuti e rieducarli alla pace
non è né semplice né scontato", sottolinea padre
Giuseppe Berton. Nel mezzo del conflitto questo missionario saveriano
che da quattro decenni ha legato la propria esistenza alla Sierra leone
non esitava a recarsi personalmente dai capi milizia per farsi restituire
decine di giovani esistenze. "Certo, bisogna avere pazienza - ammette
oggi - ma i semi ora sono lì. E daranno il loro frutto".
Avvenire 06/02/07
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