Israele,
l'Indice della pace tende al brutto
Rilevato mensilmente da alcuni esperti dell'Università di Tel
Aviv, l'Indice misura gli umori della popolazione israeliana su temi come
guerra e pace. Secondo i sondaggi più recenti neppure un israeliano
su cinque ritiene che un giorno Israele raggiungerà la pace con le
nazioni arabe del Medio Oriente. Per gran parte degli intervistati la bestia
nera rimane la Siria, nonostante il volto minaccioso dell'Iran di Ahmadinejad.
Paolo M. Alfieri
Appena il 17 per cento degli
israeliani crede che un giorno verrà raggiunta la pace con gli
Stati arabi. Il 57 per cento di essi si dice anzi convinto che la situazione
della sicurezza sia nettamente peggiorata nel Paese e il 68 per cento
è sicuro che attentati, assalti armati e bombardamenti continueranno
ad avere Israele come obiettivo primario del mondo arabo.
I risultati tracciati dall'ultimo Peace index, un indice mensile stilato
dal Tami Steinmetz Centre for Peace Studies dell'Università di
Tel Aviv sotto la supervisione dei docenti Ephraim Yaar e Tamar Hermann,
conferma un trend costante degli ultimi anni. È dal fallimento
del vertice di Camp David (luglio 2000) e dall'inizio della seconda intifada
(settembre 2000) che il pessimismo sulla fine delle ostilità e
delle diffidenze con gli arabi si è propagato nell'opinione pubblica
israeliana.
Tra i Paesi più temuti c'è la Siria, che preoccupa più
dell'Autorità nazionale palestinese. Ben il 63 per cento degli
israeliani crede che non sarà raggiunta un'intesa pacifica con
Damasco, contro un misero 18 per cento di "ottimisti". Il 51
per cento si dice convinto che la situazione è destinata a peggiorare
a tal punto da ritenere probabile lo scoppio di una guerra tra i due Paesi.
Da notare, peraltro, che ben il 67 per cento degli intervistati si opporrebbe
a un'intesa con la Siria nel caso in cui essa prevedesse il ritiro completo
dalle Alture del Golan. Solo il 16 per cento degli israeliani appoggerebbe
un simile accordo.
È interessante inoltre notare come nessuno dei principali politici
dello Stato ebraico riesca ad ottenere, secondo il Peace index, un'ampia
fiducia da parte dell'opinione pubblica israeliana sul tema della sicurezza.
Alla domanda "A quale ministro affiderebbe la formulazione della
politica di sicurezza di Israele?", un terzo degli intervistati ha
risposto "Nessuno di quelli proposti nel sondaggio" (un'opzione
peraltro nemmeno prevista tra le risposte). La rosa offerta includeva
il ministro della Difesa, Amir Peretz (che ottiene appena il 2 per cento
di fiducia); il primo ministro Ehud Olmert (fermo al 6 per cento); il
ministro degli Esteri Tzipi Livni, il ministro della Sicurezza interna,
Avi Dichter, e il ministro per le minacce strategiche, Avigdor Lieberman,
nessuno dei quali va oltre il 17 per cento. Da segnalare che proprio la
nomina di Lieberman, stando al 42 per cento degli intervistati, avrà
un effetto negativo sia sui rapporti tra arabi e israeliani sia sui negoziati
politici con l'Autorità nazionale palestinese.
Il clima di generale pessimismo e insicurezza si riflette anche nella
posizione dell'opinione pubblica riguardo alle incursioni dell'esercito
israeliano nella Striscia di Gaza, che nelle ultime settimane hanno provocato
la morte di molti palestinesi, parecchi dei quali inermi. Ebbene, solo
il 21 per cento degli israeliani, stando al Peace Index, pensa che la
protezione dei civili palestinesi nei Territori debba essere un fattore
primario per le truppe di Tsahal. Con il 29 per cento degli intervistati
convinto che, anzi, il "fattore civili" non dovrebbe affatto
essere un elemento che l'esercito debba tenere in considerazione.
Terrasanta.net 28/11/06
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