| Ostaggi
italiani, ora la Procura di Genova vuole interrogare la cronista del "Sunday
times"
di Paolo M. Alfieri "Molto interessante". E' la definizione degli inquirenti della procura di Genova dell'intervista pubblicata nei giorni scorsi dal britannico Sunday Times di Abu Yussuf - il nome sarebbe fittizio -, uno dei sequestratori dei quattro ostaggi italiani in Iraq. I magistrati genovesi hanno così incaricato la Digos di rintracciare la giornalista di origine libanese Hala Haber, autrice dello scoop, per interrogarla come persona informata dei fatti. In particolare la procura ligure punta a scoprire le modalità in cui vengono arruolate le guardie private al servizio del nuovo governo iracheno e degli americani. Gli inquirenti stanno infatti ipotizzando il reato di arruolamento o armamento non autorizzato a servizio di uno stato estero. A questo proposito è molto probabile che vengano presto ascoltati i tre ostaggi italiani liberati - Agliana, Stefio e Cupertino -, nonché i tre indagati nell'inchiesta genovese - Paolo Simeone, titolare della Dts Security, la sua socia Valeria Castellani e la bodyguard genovese Davide Giordano. Appena quattro giorni fa anche i magistrati romani Franco Ionta, Pietro Saviotti ed Erminio Amelio, titolari dell'inchiesta sul sequestro degli italiani e sull'uccisione di Fabrizio Quattrocchi, avevano dato incarico ai carabinieri della capitale di verificare la disponibilità di Hala Haber ad essere ascoltata. Gli inquirenti vorrebbero in primo luogo svelare la reale identità di Yussuf, e poi, soprattutto, fare luce sul presunto pagamento di quattro milioni di dollari - secondo quanto affermato dal militante delle Brigate Verdi, in seguito smentito dal governo italiano e dal responsabile dell'intelligence militare Nicola Pollari - che ha permesso ai soldati americani di portare a termine senza spargimento di sangue il blitz della liberazione. Durante l'intervista rilasciata alla Jaber, Yussuf aveva anche affermato che il ritrovamento dei resti di Quattrocchi era "costato" all'Italia circa 200 mila dollari. Ai dubbi della giornalista del Sunday Times sul fatto che le sue dichiarazioni fossero veritiere, Yussuf avrebbe replicato mostrandole i documenti degli ostaggi, i computer portatili, addirittura il porto d'armi di Fabrizio Quattrocchi - "quello che abbiamo ucciso subito". C'è poi nelle sue dichiarazioni la conferma che il gruppo terrorista aveva deciso la condanna a morte di tutti e quattro gli ostaggi, e che lui stesso si era opposto alla scelta di Quattrocchi per la prima esecuzione. Quest'ultimo, infatti, si trovava in Iraq da più tempo e quindi "poteva fornire altri dettagli sul lavoro dei contractors". A morire, secondo Yussuf avrebbe dovuto essere Agliana, ma il resto del gruppo decise di far fuori Quattrocchi perché aveva nel suo "curriculum" esperienze di lavoro in Bosnia e Nigeria - affermazioni smentite dai familiari della bodyguard genovese -, Paesi in cui "i musulmani avevano sofferto". Yussuf ha poi dichiarato di essere l'autore del video in cui è testimoniata la fine di Quattrocchi. Quel video ormai storico in cui Fabrizio, coraggiosamente, faceva vedere al mondo "come muore un italiano". Avvenire 02/07/04 |
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