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L'Olanda
torna a votare
Nuova identità cercasi
Nei Paesi Bassi mercoledì
si tengono le elezioni politiche anticipate. La questione principale,
dopo gli assassinii di Pim Fortuyn e di Theo Van Gogh, resta la crisi
del multiculturalismo e dell'integrazione senza scosse. A tener banco
nel dibattito la regolamentazione dell'uso del velo e il genocidio degli
armeni. Il governo di centro-destra punta alla riconferma, ma è
tallonato dall'opposizione che gli contesta l'incapacità di opporsi
al fondamentalismo.
Paolo M. Alfieri
C'è un Paese che sta provando a guardarsi allo specchio, ma che
fatica a ritrovare, se non se stesso, almeno un nuovo equilibrio. L'Olanda
ha smesso di essere l'Olanda, dicono in molti. Cos'è oggi il Paese
della cosiddetta (ex) integrazione riuscita e della tolleranza tout court?
E' un interrogativo ricorrente a pochi giorni dalle elezioni legislative
anticipate del 22 novembre che rinnoveranno i 150 seggi del Parlamento
dell'Aja, con il tema dell'immigrazione che resta uno dei punti più
caldi nei dibattiti. Sicuramente è il nodo che divide di più,
quello che può spostare da un fronte all'altro centinaia di migliaia
di voti.
Le discussioni sul velo islamico, ad esempio. Proibirlo nei luoghi pubblici?
Rita Verdonk, il ministro dell'Immigrazione che si è conquistata
il nomignolo di "Rita di ferro" per il suo rigore, è
favorevole a bandire quantomeno il burqa. Il premier cristiano-democratico
Jan Peter Balkenende, che guida una coalizione di centro-destra, molto
cautamente ha chiarito di non essere contrario al velo, ma che il burqa,
quello sì, è "un po' estremo". E' stato così
annunciato un provvedimento di legge, ma in realtà sono poche centinaia
in tutti i Paesi Bassi le donne che indossano il burqa, e il dibattito
ha soprattutto una forte natura simbolica.
Come simbolica, e carica di conseguenze, è stata la polemica sul
genocidio degli armeni in Turchia. Ben tre candidati (due cristiano-democratici
e un laburista) di origine turca sono stati rimossi dalle liste elettorali
dai loro stessi partiti. Il motivo risiede nel loro rifiuto di riconoscere
pubblicamente il genocidio di un milione di armeni nel 1915. La comunità
turca che vive in Olanda, però, ha reagito: ha dapprima minacciato
di boicottare il voto e, successivamente, ha annunciato che appoggerà
quei partiti che non hanno chiesto ai propri candidati il riconoscimento
del genocidio. Una mossa non di poco conto: sono oltre trecentomila le
persone di origine turca in Olanda, un serbatoio di voti importante in
un Paese di appena sedici milioni di abitanti.
Un Paese che, a detta degli analisti, ha abbandonato l'utopia di un "multiculturalismo
a buon mercato" soltanto dopo le due morti choc degli ultimi anni.
Prima quella di Pim Fortuyn, il dandy populista dello slogan "l'Olanda
è piena". Piena di immigrati. Fortuyn diceva ciò che
migliaia di olandesi, senza ammetterlo in pubblico, pensavano da tempo.
Stravinse nella sua Rotterdam (36% alle comunali) e tentò il balzo
sulla scena nazionale. Venne fermato da alcuni colpi di pistola il 6 maggio
del 2002, a nove giorni dalle elezioni.
Ci si chiese subito cosa sarebbe successo se il killer fosse stato un
immigrato. Non lo era (si trattava di un attivista di un'organizzazione
animalista) e così il bubbone avrebbe dovuto attendere altri due
anni, e un'altra morte, per esplodere. Quella del "miscredente"
Theo van Gogh, accoltellato in pieno centro ad Amsterdam da un giovane
olandese di origine marocchina, Mohammed Bouyeri, accecato da un fondamentalismo
islamico che lo portò a rinnegare e combattere quella stessa società
che lo aveva accolto e in cui era cresciuto.
Van Gogh pagò per le sue idee. Per quel suo film, Submission, che
condannava lo sottomissione delle donne nel mondo islamico. E insieme
a lui pagò un sistema di indifferenza che alla vera interazione
aveva supplito con una nuova forma di verzuiling, di pillarizzazione,
cioè la costituzione di pezzi di società organizzati dalle
diverse comunità etniche in ossequio ai rispettivi valori. Da qui,
l'insorgere di "società parallele" ad uso e consumo degli
immigrati. "Si è scoperto solo allora quanto la nostra società
fosse frammentata", ammette Jean Tillie, politologo dell'Università
di Amsterdam.
Chiamata a trovare soluzioni alle problematiche sollevate da questa realtà,
la politica olandese ha intrapreso in questi anni una strada tortuosa
e non di rado il governo è stato accusato di poca sintonia con
il nuovo panorama sociale. Le scelte "forti" (come l'obbligo
del superamento di un esame di lingua olandese per gli stranieri o la
grande restrizione nella concessione del diritto di asilo) hanno spesso
prevalso. E' innegabile, però, che l'alfiere di questa sterzata,
il ministro dell'Immigrazione Verdonk, contestata a sinistra proprio per
la sua fermezza, sia sempre in testa nei sondaggi sulla popolarità
dei membri dell'esecutivo, segno che il nuovo indirizzo trova vasti consensi
nell'opinione pubblica.
Parallelamente è andato crescendo l'appeal di movimenti come quello
guidato da Geert Wilders, che hanno fatto bandiera della propria islamofobia.
Proprio Wilders, con una campagna basata sulla minaccia per l'identità
nazionale portata dall'integrazione europea e dal possibile ingresso della
Turchia nell'Unione, ha contribuito al "no" olandese alla Costituzione
europea, sancito con referendum il primo giugno dello scorso anno.
Nel frattempo l'intelligence ha continuato a diffondere dettagli sui pericoli
posti dal radicalismo islamico: gli estremisti musulmani attivi nei Paesi
Bassi con incarichi di "reclutamento" sarebbero oltre duecento.
Un recente rapporto dell'Istituto per l'Immigrazione e gli studi etnici
(Imes) dell'Università di Amsterdam ha evidenziato che, nella sola
capitale, oltre 1.400 giovani islamici, soprattutto immigrati marocchini
di seconda generazione, sono "potenziali estremisti". Suscettibili,
cioè, di essere attirati nella rete del terrore. "Questi giovani
hanno un'identità ibrida: sono al tempo stesso olandesi, marocchini
e musulmani - osserva Atef Hamdy, ricercatore dell'Imes - A un certo punto,
però, hanno scelto di puntare solo sull'islam, concludendo che
l'essere musulmani impediva loro di identificarsi con i Paesi Bassi".
Preso di mira dall'opposizione, che gli rimprovera i pochi passi avanti
compiuti contro il radicalismo montante, il premier Balkenende ha coinvolto
nella bagarre il mondo intellettuale, accusando scrittori e artisti di
scarso impegno nelle attuali dinamiche sociali. "Perché questo
terribile silenzio?" ha tuonato il primo ministro. Il quale, negli
ultimi giorni di campagna elettorale, cerca di puntare tutte le sue chance
di riconferma su messaggi positivi, focalizzando l'attenzione su un'economia
che crescerà nei prossimi dodici mesi ad un invidiabile ritmo del
3%. Basterà il suo ottimismo a confermarlo al potere?
Wouter Bos, leader del partito laburista che guida la carica dell'opposizione,
è convinto che l'ora del cambio al vertice sia vicina. A lungo
in testa nei sondaggi dei mesi scorsi, il vantaggio dell'opposizione sembra
però essersi estremamente ridotto nelle ultime settimane, tanto
che ora gli analisti predicono un finale al fotofinish.
Chiunque uscirà vincitore dalle urne, dovrà, nelle parole
del politologo Tillie, "scavare a fondo sul significato attuale della
democrazia multiculturale". Dovrà, soprattutto, far ricredere
quel 70% di olandesi che ritengono "nettamente peggiorato" il
clima sociale nel Paese. Oltre a innestare nuova fiducia in quel 53% di
cittadini che, oggigiorno, non riescono a sentirsi "orgogliosi"
dell'Olanda in cui vivono.
Avvenire 19/11/06
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L'intellettuale
"Il Paese si è svegliato: basta buonismi pericolosi"
Paolo M. Alfieri
In pochi nei Paesi Bassi avevano individuato per tempo ciò che
stava accadendo sul fronte dell'immigrazione. Uno di essi è Andreas
Kinneging, tra i più celebri intellettuali olandesi, docente di
filosofia all'Università di Leiden e presidente del think tank
conservatore Edmund Burke Foundation. "Finalmente posso constatare
che l'Olanda si è svegliata", afferma oggi ad Avvenire.
Ciò che Kinneging fino a qualche tempo fa lamentava era l'assenza
di un vero e proprio dibattito pubblico sulle problematiche legate all'inserimento
degli stranieri nella società olandese. "Negli ultimi due
anni abbiamo assistito a grossi cambiamenti - osserva - Non solo c'è
molta più enfasi nell'opinione pubblica su temi quali l'integrazione
effettiva delle comunità straniere, ma anche a livello governativo
sono state implementate politiche più efficaci".
L'approccio olandese al multiculturalismo, spiega Kinneging, "ha
abbandonato quell'orientamento teso al politically correct che ha causato
così tanti danni in passato". "Ci si è resi finalmente
conto che non c'è mai stata una reale comprensione di cosa significasse
lasciare ogni comunità libera di fare tutto ciò che volesse.
Si è capito che questa visione buonista del multiculturalismo può
funzionare quando parliamo di usanze legate al cibo o all'abbigliamento,
ma che è pericolosa quando, in nome del rispetto delle altre culture,
si arrivano quasi a giustificare, per fare solo due esempi, i matrimoni
combinati o i cosiddetti delitti d'onore".
Il chiudere gli occhi dinnanzi a ciò che accadeva nel tessuto sociale,
unito al crescente individualismo e alla continua spinta alla secolarizzazione
della società olandese, ha contribuito, secondo Kinneging, anche
al fenomeno della radicalizzazione di tanti giovani di religione musulmana.
"Hanno abbracciato l'ortodossia dell'islam quasi come fosse un mezzo
di salvezza", spiega l'intellettuale, che addebita ai Paesi Bassi
la responsabilità "di non aver saputo offrire a queste persone
guide spirituali e morali alternative, che fossero conciliabili con i
valori della nostra società aperta".
Osserva ancora Kinneging che"nuovi movimenti si sono ora posti molto
più a destra dei tradizionali gruppi politici conservatori",
facendo del populismo anti-immigrazione la loro arma di punta nella battaglia
elettorale. "Nessuno sa quanti voti riusciranno ad ottenere - continua
Kinneging - Potrebbero aggiudicarsi uno, cinque, quindici seggi. La verità
è che a pochi giorni dalle elezioni ci sono ancora tantissimi indecisi,
e soprattutto la sorte di questi nuovi partiti è legata alle fluttuazioni
dei consensi dell'ultima ora".
Da parte sua l'intellettuale olandese non nasconde la stima per l'uscente
coalizione di centro-destra formata dai cristiano-democratici e dai liberali
del Vvd, partito di cui fece parte fino ad una "storica" rottura
nel 1999. "I laburisti di Wouter Bos non rappresentano una valida
alternativa a questo esecutivo - conclude - Sono anzi convinto che Balkenende
riuscirà a capitalizzare quel consenso che gli deriva, in primo
luogo, proprio dalle nuove strategie politiche intraprese nei confronti
dell'immigrazione".
Avvenire 19/11/06
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