Eutanasia
Olanda: dove si fanno morire anche i bimbi. "Ma noi siamo pentiti"
Peter e Machteld hanno detto sì all'iniezione di morfina, proposta
dai dottori per mettere fine alle sofferenze della piccola Esther, 5 mesi,
affetta da epidermolisi bollosa distrofica. Ma da allora non si danno pace:
"E' stata una scelta egistica, dettata dallo sconforto, è un
tormento avere permesso la soppressione della nostra unica figlia".
Dal Protocollo di Groningen, documento approvato nel 2004 dal governo dell'Aja,
è nata la spinta alla "legalizzazione".
Da Amsterdam Paolo M. Alfieri
La casa con le tende azzurre
e il comignolo che da lontano assume una strana forma a fungo dista da
Amsterdam poco più di venti minuti di treno. Gli onnipresenti canali,
che qui si riducono in rigagnoli larghi poco più di un metro, sembrano
cingerla in un premuroso abbraccio, quasi siano consci del tormento che
ancora attraversa le sue pareti bianchissime. Nel cuore di un'Olanda che
in questa stagione sfodera orgogliosa i suoi colori più intensi,
Peter e Machteld - i nomi che hanno voluto per celare la propria identità
- continuano a essere braccati da una scelta che ha sconvolto le loro
coscienze.
"Una dose altissima di morfina - specifica Peter - : il dottore ci
ha assicurato che sarebbe bastata per mettere fine al suo e al nostro
dolore". È bastata. La piccola Esther - anche il suo non è
il vero nome - , cinque mesi appena, ha dovuto così cedere alla
lotta impari contro la malattia che la stava devastando.
"L'avevamo desiderata così tanto - sospira Machteld - E poi
tutto è cambiato. Le nostre aspettative sono crollate quando abbiamo
capito che non avremmo neppure potuto tenerla tra le braccia senza procurarle
dolore". La grave forma di epidermolisi bollosa distrofica di cui
Esther soffriva non le lasciava scampo: ogni contatto provocava una lacerazione
della pelle, ogni amorevole stretta materna portava con sé, senza
volerlo, una fitta di dolore. "Piangeva sempre - ricorda Peter -
Ed era piccolissima, visto che era praticamente impossibile nutrirla.
Quando i medici hanno provato ad alimentarla con un tubicino, l'unico
risultato è stata la lesione dell'esofago e delle membrane della
bocca".
"Abbiamo pregato che la situazione potesse migliorare - continua
Machteld -. Ma abbiamo ceduto quando ci è sembrato che nemmeno
gli antidolorifici avessero ormai alcun effetto. È stato allora
che i medici hanno scandito quella parola, eu-ta-na-si-a".
"Sono stati pochi attimi: l'ultimo pianto, la smorfia che è
comparsa sul suo volto minuscolo - dice Peter - Solo dopo qualche giorno
dall'intervento, purtroppo, abbiamo capito che la nostra decisione era
stata dettata dallo sconforto. Abbiamo cominciato allora a tormentarci
per aver permesso la soppressione della cosa più preziosa che avevamo,
nostra figlia". "Prima dell'intervento - ricorda Machtelde -
pensavamo di agire per il suo bene, perché smettesse di soffrire.
Ma la nostra, alla fine, è stata una scelta egoista".
Il certificato medico ha sancito che Esther è deceduta di morte
naturale. Secondo fonti mediche, il suo è solo uno dei circa 15-20
casi l'anno di eutanasia infantile "attiva" (nei quali la morte
non avviene semplicemente "staccando la spina", ma somministrando
farmaci letali) praticata clandestinamente in Olanda.
Tra il 1997 e il 2004 solo in 22 casi, infatti, i medici che hanno attuato
l'eutanasia sui neonati (quella per adulti è legale dal 2002) hanno
notificato il loro operato alla magistratura. E, anche riguardo a questi
casi, per 22 volte le procure locali e il ministero della Giustizia hanno
deciso di non agire. Tra poche settimane, peraltro, intervenire con un'eutanasia
infantile sarà ancor più semplice. È infatti imminente
la formazione di un Comitato che avrà la funzione di analizzare
i casi notificati, fornendo un parere, di fatto decisivo, alla magistratura.
Il Comitato sarà formato da cinque membri: un legale, tre medici
e un eticista. Saranno loro, in prima istanza, a stabilire se il medico
avrà aderito ad alcuni criteri, che vanno dall'accertamento della
"sofferenza insopportabile" del neonato al consenso dei genitori,
fino ad un consulto con un medico "indipendente".
Se queste condizioni saranno state soddisfatte, nessun pediatra dovrà
temere di essere accusato di omicidio. Anzi, secondo quanto ha specificato
il ministero della Salute, nemmeno il fallimento nell'applicazione dei
criteri porterà automaticamente all'incriminazione. È, secondo
gli analisti, il via libera che in molti reparti di pediatria si aspettava,
visto che il Comitato servirà, sostanzialmente, a distanziare ancora
di più i dottori dai tribunali.
La stessa Associazione medica olandese, tre anni fa, aveva chiesto maggiore
chiarezza sulle conseguenze legali dell'eutanasia infantile. Su tutti,
il dottor Eduard Verhagen, pediatra del Centro medico dell'Università
di Groningen, ha attirato l'interesse dei media. A lui si deve l'elaborazione
del cosiddetto Protocollo di Groningen, documento approvato nel 2004 dal
governo dell'Aja che ha portato alla creazione del nuovo Comitato. "Sono
molto soddisfatto: i medici non avranno più nulla da temere - dice
ad Avvenire - Preferisco evitare di rilasciare dichiarazioni che potrebbero
essere strumentalizzate, anche perché l'Italia è in piena
campagna elettorale. Solo una cosa: non ci sono parole idonee a correggere
le incredibili critiche che ci sono state mosse da Roma".
Sembra che il paragone con le pratiche naziste lanciato dal ministro Carlo
Giovanardi riguardo alle norme che regolano l'eutanasia in Olanda, abbia
toccato da queste parti un nervo scoperto. "La reazione piccata di
politici e medici olandesi è il segnale di quanto la questione
eutanasia sia controversa - ci spiega, nel suo studio a Hilversum, Bert
Dorenbos, fondatore dell'associazione per la vita Schreeuw om leven -.
Il dibattito qui non è affrontata dal punto di vista del paziente,
ma da quello del medico. Le lobby pro-eutanasia sostengono che associazioni
come la nostra basano la propria posizione su convinzioni religiose e
ci hanno bollato di fondamentalismo. Ma io mi attengo ai principi universali
della convivenza umana: la risposta alla sofferenza non può essere
data dalla morte del paziente, ma dal rispetto per la vita e dal proseguimento
delle cure".
Quello che più si teme, per il futuro, è soprattutto la
progressiva espansione di una mentalità basata su un "diritto
a morire" che includa categorie sempre più vaste di pazienti.
Di recente ha fatto scalpore la storia di una malata di mente, aiutata
a morire da un "dottor morte", Jan Hilarius, che le aveva fornito
consigli su dosi e combinazioni dei farmaci letali. Per la sua "consulenza",
il medico è stato condannato dal tribunale di Alkmaar a un solo
anno di prigione. La "suicida" aveva appena venticinque anni.
Avvenire 01/04/06
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