Il gigante d'Africa sceglie il suo futuro

Un Paese "immerso" nel petrolio, ma dove pochi beneficiano dei proventi legati all'estrazione. Le tensioni provocate dalle differenze etniche e dal processo di islamizzazione. Il potere delle oligarchie e la piaga della povertà diffusa.

di Paolo M. Alfieri

"Se le elezioni presidenziali si svolgeranno nello stesso modo di quelle amministrative di sabato scorso, sarà impossibile parlare, a otto anni dalla fine del regime militare, di progressi democratici in Nigeria". Alla vigilia dall'attesissimo voto che deciderà domani il successore dell'attuale presidente Olusegun Obasanjo, la chiosa dell'organizzazione umanitaria Human Rights Watch puntualizza i timori che circondano un appuntamento chiave per il più popoloso Paese africano.
Vero e proprio colosso del continente nero, la Nigeria avrebbe tutte le carte in regola per rilanciare se stessa, a partire dalle straordinarie ricchezze petrolifere che ne fanno l'ottavo produttore mondiale di greggio. Eppure il gigante sembra affondare i suoi piedi nell'argilla. Basti pensare alle continue tensioni interetniche e confessionali (diecimila morti solo negli ultimi sei anni), alle enormi disuguaglianze socio-economiche, alla stessa cattiva gestione delle risorse del sottosuolo, sempre più spesso causa di rivolte violente in particolare nell'area del Delta del Niger. E allora, c'è da aspettarsi una svolta dalle presidenziali? C'è da credere che il nuovo capo dello Stato sappia ricomporre a vantaggio della popolazione l'attuale complicato puzzle delle dispute politiche, economiche e razziali? E, soprattutto, i nigeriani potranno compiere la loro scelta in modo veramente democratico, senza subire prevaricazioni da parte degli oligarchi locali?
A giudicare da quanto accaduto lo scorso week-end per l'elezione dei governatori della federazione - figure chiave che gestiscono budget da 1 miliardo di dollari l'uno, dai quali dipende il buon finanziamento di settori vitali quali la sanità, l'istruzione e le infrastrutture - le speranze in questo senso non sono poi molte. Gli osservatori internazionali hanno denunciato numerosi episodi di intimidazione subiti dagli ufficiali elettorali e dai votanti, di schede rubate, di falsificazione delle preferenze, in sostanza di una tornata elettorale "senza alcuna credibilità". La Commissione elettorale (Inec) ha comunque assegnato la vittoria in ben 27 Stati su 34 al People's Democratic Party (Pdp), il partito di governo, e lasciato le briciole alle opposizioni. Le quali hanno bollato di partigianeria la stessa Commissione e minacciato di boicottare all'ultimo momento le presidenziali se il processo elettorale non avverrà in maniera credibile.
I due principali partiti di minoranza, l'All Nigeria People Party (Anpp) e l'Action Congress (Ac), puntano per la presidenza rispettivamente su Muhammadu Buhari, ex generale già al potere negli anni Ottanta, e Atiku Abubakar. La vicenda di quest'ultimo è emblematica delle lotte di potere che si consumano ad Abuja. Un anno fa Abubakar, vice di Obasanjo, si oppose ad un progetto di una modifica costituzionale che mirava a consentire al presidente di candidarsi per un terzo mandato. Il risultato fu la sua uscita dal partito di governo e l'ostracismo nei suo confronti da parte dello stesso presidente. Poco tempo dopo, due commissioni incolparono Abubakar di corruzione, accuse in base alle quali la Commissione elettorale aveva rigettato la sua candidatura alla presidenza. Soltanto lunedì la Corte suprema nigeriana ha riammesso il rappresentante dell'Action Congress alla corsa elettorale, riaccendendo le (poche) speranze delle opposizioni, che puntano a sconfiggere il delfino di Obasanjo, Umaru Yar'Adua.
Sono tante le sfide che attendono chiunque uscirà vincitore dalle urne. Se negli ultimi otto Abuja si è conquistata un ruolo primario all'interno del Continente nero, venendo spesso lodata all'estero per le sue capacità diplomatiche nella risoluzione di diverse crisi africane, non si può ignorare che al suo interno la Nigeria resta un Paese profondamente diviso e ricco di contraddizioni. Le differenze etniche (oltre 250 gruppi ognuno con tradizioni, lingua e cultura propria) e confessionali (con un Nord sempre più islamizzato, soprattutto dopo l'introduzione della sharia in 12 Stati, e un Sud prevalentemente cristiano) molto spesso vengono utilizzate dai gruppi di potere locali a proprio vantaggio. Nel Sud giocano poi un ruolo decisivo gli interessi delle compagnie petrolifere multinazionali, che qui pompano oltre 2 milioni di barili di greggio al giorno. I tanti gruppi armati che proliferano nella regione, chiedendo una divisione più equa dei proventi dell'oro nero, nell'ultimo anno hanno alzato il tiro, sequestrando più di cento lavoratori stranieri e compiendo numerosi attacchi agli impianti di raffinazione.
I contrasti per lo sfruttamento del petrolio rappresentano forse il rebus maggiore per il prossimo presidente, che proprio grazie al greggio potrebbe risollevare le sorti della gran parte della popolazione, tuttora relegata a condizioni di vita più che precarie. La destabilizzazione del Paese, sottolineano gli analisti, non fa altro che avvantaggiare le oligarchie corrotte che dominano nella Nigeria attuale. Serve quindi, a partire dalle presidenziali di domani, un netto cambiamento nella gestione del potere, in grado di dare un senso profondo alla prima transizione democratica nella storia del Paese.







Avvenire 20/04/07

La povertà assente dai comizi elettorali

Paolo M. Alfieri

Gli ultimi dati disponibili per la Nigeria raccontano di un divario socio-economico tra le elite e la gran parte della popolazione sempre più profondo e drammatico. Scuola, educazione e sanità restano infatti un miraggio per quel 90% di nigeriani (pari a 115 milioni di persone) che vivono con meno di due dollari al giorno. Come si giustifica questa situazione con un Pil che ormai viaggia sui 170 miliardi di dollari l'anno, sostenuto dalle sempre maggiori entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio?
Secondo i dati dell'Onu, il livello di ricchezza pro capite attuale è addirittura appena un terzo di quello del 1980, quando l'industria petrolifera era lontana dall'essere così sviluppata. Gioca certamente un ruolo tutt'altro che secondario, in questa situazione contraddittoria, il fenomeno della corruzione, tanto che si calcola che solo a livello locale negli ultimi 40 anni quasi 400 miliardi di dollari siano stati "deviati" nelle tasche degli amministratori pubblici.
Eppure, sostengono gli analisti, non è solo la malversazione a condizionare la sperequazione sociale, quanto, più in generale, la totale mancanza di attenzione da parte delle oligarchie locali nei confronti della popolazione. "Il nuovo presidente è chiamato a imprimere una svolta alla precaria situazione attuale, sostenendo settori quali l'educazione è la sanità, veri motori dello sviluppo", osserva Alberto Piatti, segretario generale della Fondazione Avsi, ong italiana attiva in Nigeria con due importanti progetti di cooperazione a Lagos. Si tratta della clinica St. Kizito - in grado di garantire più di 60mila prestazioni ospedaliere ogni anno e formazione professionale agli operatori sanitari locali - e della scuola Ss. Peter & Paul - sorta nella disagiata periferia dell'ex capitale - che ospita 600 studenti.
Difficile capire se la nuova leadership nigeriana invertirà davvero la tendenza attuale. Per ora resta da notare come la lotta alla povertà sia rimasta sorprendentemente ai margini della campagna elettorale, soverchiata dalle sterili dispute personali tra i candidati alla presidenza.



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