Bucando le condotte rubano la ricchezza da cui vengono esclusi.

La reazione di chi scopre di vivere sopra un mare di greggio. L'oro nero sottratto alle condutture viene ceduto ai gestori del business illegale per ottenere rapidi guadagni.

Paolo M. Alfieri

Sul terreno inzuppato di petrolio e sabbia e disperazione e miseria, corpi senza vita di uomini e donne, bambini e anziani. È bastato un niente per scatenare la tragedia. Una scintilla, forse un mozzicone di sigaretta. Difficile dire cosa abbia ucciso, ieri, a Ilado Beach. Prima una vampata brusca, improvvisa, e una colonna altissima di fumo nero. Poi quel tanfo che brucia di sconfitta, l'ennesima, per chi sperava di cambiare qualcosa travasando un po' di greggio ed è rimasto, invece, intrappolato dalle fiamme.
Terra di pescatori, questa del Delta del Niger, lontana dal mondo quanto può esserlo chi non sa o non può distinguere l'opportunità dal rischio, l'agognata fortuna dall'incognita fatale. Andavano incontro a un'insperata occasione di sopravvivenza, hanno trovato una morte terribile.
Bisognerebbe chiedersi quale impatto ha, su comunità dalle tradizioni ancestrali, scoprire di vivere sopra un mare di greggio. E capire che effetto fa vedere giorno dopo giorno che l'aspirazione al benessere, o quantomeno a una minima opportunità di vita decente, viene frustrata dall'avidità altrui, dalla corruzione, dal malaffare. Si resta in mezzo a interessi fortissimi e contrapposti. Tra le imprese di Paesi stranieri dai nomi che affascinano, ras locali che arraffano tutto quel che c'è da arraffare, miliziani che lottano per il bene della comunità ma che la comunità stessa spesso considera semplici "ladri".
Il carburante necessario per le piccole esigenze quotidiane lo si compra e lo si vende su bancarelle piazzate ai lati di sentieri sterrati, ché nemmeno strade decenti si è riusciti a realizzare nonostante gli immensi profitti. Ma quello dei banchetti precari è solo il piccolo commercio al dettaglio di un mercato nero molto più vasto, dove security contractors e squadre di contrabbandieri giocano giorno e notte a guardie e ladri. I primi controllano le raffinerie, gli oleodotti, gli impianti di estrazione. Gli altri, spesso con successo, sferrano incursioni-lampo devastanti. Nel "migliore" dei casi s'impenna il prezzo del petrolio sul mercato mondiale, nel peggiore si contano i morti. Come nel 1998, a Jesse, 1000 vittime, o nel 2003 nell'Abia State, più di cento morti. È successo di nuovo ieri, e in molti temono succederà ancora.
Perché è nello stesso modo di operare di questi bucanieri del greggio che sta l'azzardo. Oltre che nella natura stessa dell'oro nero nigeriano. Le condutture petrolifere vengono bucate alla meno peggio, bisogna fare in fretta, pompare il più possibile prima che scatti l'allarme. Quando l'operazione finisce, il carburante comincia a impregnare la terra e ad ammorbare l'aria. È solo un prodotto semilavorato, ancor più infiammabile di quello finito. Ma questo conta poco per chi è disperato, per coloro ai quali l'inquinamento da petrolio ha avvelenato l'acqua potabile, per coloro che ora sono costretti a convivere con le piogge acide. Così ci si affanna con secchi e piccoli contenitori: tutto è utile a raccogliere. Ché, ceduto ai gestori del business illegale, quel liquido così prezioso e maledetto può valere la sopravvivenza quotidiana, un pasto per i propri bambini, o cure sempre troppo costose e inaccessibili in questo angolo di Africa.
Dicono che le multinazionali abbiano cominciato a spingere sempre più al largo la propria attività estrattiva, in un tentativo di impedire più efficacemente, protetti dall'acqua, furti e attacchi. Troppo pericoloso restare vicino ai villaggi e ai centri abitati. Chissà se lo hanno pensato anche le vittime di ieri, un attimo prima di morire, che questa vicinanza, sembra il caso di dirlo, non ha giovato proprio a nessuno.

Avvenire 13/05/06



 






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