| Violenze,
la Nigeria brucia. Tanti interessi dietro l'odio. Dopo l'esplosione delle rappresaglie interreligiose, apparentemente motivate dal caso delle vignette, emerge una rete di divisioni etniche, di ambizioni politiche e di mire economiche di coloro che soffiano sui disordini. I giudici: la Shell rimborsi i danni ambientali. Paolo M. Alfieri C'è da chiedersi dove va la Nigeria, gigante africano di 130 milioni di abitanti e altrettante contraddizioni. Perché se in molti le riconoscono un ruolo primario all'interno del Continente nero, se da più parti viene accreditata come candidata a un posto di prestigio nell'ambito della riforma dell'Onu, non si può ignorare come basti una debole scintilla, una provocazione appena accennata, per far esplodere gli infiniti contrasti di questo Paese. Ci si può chiedere, ad esempio, cosa c'è dietro alle violenze, agli abusi, alle mutue vendette che hanno scosso negli ultimi giorni tutta la nazione causando quasi 150 vittime. Ieri un nuovo focolaio s'è acceso a Kontagora, Stato del Niger: tre morti, nove chiese date alle fiamme, 26 arresti. A Enugu, nel Sud, un gruppo di cristiani ha ucciso un giovane musulmano. In tutta la regione di Anambra coprifuoco e scuole chiuse. Si può domandarsi se davvero, come si è detto, all'origine degli scontri ci sia stata la generale protesta contro le vignette blasfeme che al Nord ha portato a una sollevazione anti-cristiana, seguita nel Sud da una reazione contro gli islamici. O se invece, come ritengono in molti, il risentimento confessionale non sia la spia di qualcosa di più profondo, di un intreccio tra elementi politici, etnici ed economici tesi come una ragnatela invisibile sul tessuto sociale nigeriano. Un reticolo che alimenta gli interessi di parte e dà adito ai sospetti reciproci. Non può passare inosservato, ad esempio, che proprio in questi giorni si siano aperte le udienze sulla riforma costituzionale che consentirebbe ad Olusegun Obasanjo di candidarsi per un terzo mandato. Originario del Sud, l'area dove la presenza cristiana è maggioritaria, il metodista Obasanjo deve però far fronte alla contrarietà dei leader degli Stati del Nord, a prevalenza musulmana, che lo accusano di un atteggiamento troppo complice con i cristiani. Accuse pretestuose, a detta di molti, se si pensa che, nonostante la presenza di Obasanjo, questi Stati hanno reintrodotto la sharia, oltre a destinare fondi governativi per la costruzione di moschee e per pellegrinaggi alla Mecca. In realtà troppo spesso, osservano gli analisti, in tutta la Nigeria i leader locali si servono della loro influenza sulla "piazza" per sfruttare la convenienza politica del momento. Così per rafforzare i propri ultimatum, per soddisfare le richieste di un'oligarchia assetata di potere e di denaro (la Nigeria è ai primi posti nel mondo per tasso di corruzione), non si esita a fomentare gli animi, spesso soffiando sulle braci della contesa religiosa. Giova ricordare, a quanti oggi si sorprendono delle ultime violenze, che sono oltre 10mila i morti che etnie di ogni confessione religiosa hanno seppellito negli ultimi 5 anni in conseguenza dei vicendevoli attacchi. E d'altronde non si può ignorare che decenni di colpi di Stato e dittature militari hanno contribuito in maniera decisiva alla frammentazione sociale, elemento che ha il suo peso nel difficile tentativo del governo attuale di ricomporre le molteplici dispute interne. Dove vada oggi, la Nigeria, bisognerebbe chiederlo agli Igbo dell'Est e ai Yoruba dell'Ovest, oppure agli Hausa e ai Fulani del Nord. Bisognerebbe chiederlo alle multinazionali del petrolio, che pompano greggio dal Delta del Niger sollevando le ire degli Ijaw, che di quelle terre sono gli abitanti ancestrali e chiedono, dunque, una divisione più equa dei proventi petroliferi oltre a un risarcimento per le deturpazioni ambientali delle trivelle straniere (proprio ieri una corte di Port Harcourt ha stabilito che la Shell paghi un risarcimento di 1,5 miliardi di dollari agli Ijaw per danni ecologici). Scriveva Ken Saro Wiwa, indimenticato scrittore originario di questa regione: "Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra così generosa di risorse". Sono passati dieci anni da quando venne messo a morte dal regime militare: la Nigeria è oggi un Paese democratico, ma poco è cambiato se gruppi locali arrivano a rapire e uccidere il personale delle compagnie straniere per ottenere una qualche visibilità e rivendicare quanto loro dovuto. Rende a molti l'oro nero nigeriano: americani, olandesi, francesi, da qualche tempo anche cinesi. E però se è vero che in molti Paesi poveri il petrolio si è rivelato più una maledizione che una fortuna, ciò non è stato mai così evidente come nel caso della Nigeria. Le rivendicazioni sul greggio, peraltro, sono solo il fenomeno più appariscente in un Paese nel quale anche l'accaparramento di un pezzo di terra incolta può provocare contese sanguinose tra le varie etnie. Molti osservatori, per questo, hanno sottolineato che a guadagnarci, da questo complicato puzzle di dispute politiche, economiche e razziali, è quasi esclusivamente una ristretta cerchia che dalla destabilizzazione continua trae i propri vantaggi. Così, mentre il Paese viene spesso lodata all'estero per il proprio ruolo di guida nella marcia verso lo sviluppo del continente africano, milioni di nigeriani vivono ancora di stenti, tantissimi giovani faticano a trovare un lavoro decente, moltissime donne sono vittima dei traffici più meschini. Una situazione che concorre a limitare le enormi potenzialità di crescita delle quali l'intera Nigeria potrebbe, invece, beneficiare. Avvenire 25/02/06 |
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