Nepal, l'arma del boicottaggio contro il voto

I ribelli maoisti bollano come inutili le elezioni municipali di oggi volute dal re Gyanendra. Nel Paese domina la paura dopo le uccisioni e gli arresti di massa dell'ultimo mese

Paolo M. Alfieri

Un voto "inutile" e "strumentale al potere monarchico". È netto il giudizio dei ribelli maoisti sulle elezioni municipali che si tengono oggi in Nepal. È passato poco più di un anno dal colpo di Stato con il quale re Gyanendra ha assunto tutti i poteri nel piccolo Paese hymalaiano, e le tensioni, tutt'altro che sopite, hanno raggiunto il culmine proprio alla vigilia di questa chiamata alle urne.
Da una parte i maoisti, che, se sembrano aver abbandonato l'obiettivo utopico di creare uno Stato comunista (una campagna che ha causato oltre 15 mila morti negli ultimi dieci anni), premono comunque per il rovesciamento della monarchia, godendo, tra l'altro, dell'appoggio di numerosi partiti dell'opposizione. Dall'altra un sovrano che, grazie al sostegno dell'esercito, non esita a usare il pugno di ferro per reprimere il dissenso, anche contro attivisti per i diritti umani e giornalisti. In mezzo resta una popolazione ridotta allo stremo dalla paralisi economica, ancorata ad un tasso di alfabetizzazione che non raggiunge il 30%, "condannata" ad un'aspettativa di vita di soli 58 anni.
Le strade delle principali città del Paese da ormai tre giorni appaiono deserte. I maoisti hanno infatti indetto uno sciopero generale di una settimana per boicottare le elezioni e in pochi osano sfidare il blocco per timori di ritorsioni violente. I principali edifici governativi vengono costantemente pattugliati dalla polizia. Una settimana fa una ventina tra agenti e soldati sono rimasti vittima di un assalto condotto dai ribelli nella città occidentale di Palpa, mentre due giorni dopo è stato un candidato alle elezioni a perdere la vita a Biratnagar, sempre per mano dei maoisti.
Ad aumentare le tensioni contribuiscono le rivendicazioni di gruppi della società civile legati ai partiti d'opposizione. Le manifestazioni di piazza che si sono succedute nell'ultimo mese con cadenza pressoché ininterrotta sono poi sfociate in scontri violenti e in una serie di arresti di massa eseguiti dalle forze dell'ordine lo scorso primo febbraio, in occasione dell'anniversario del golpe di re Gyanendra. Da sottolineare, tra l'altro, che alle elezioni di oggi partecipano soltanto i candidati dei partiti monarchici, che prima dello scioglimento del Parlamento rappresentavano una esigua minoranza.
I ribelli hanno comunque lanciato timidi segnali di apertura verso il sovrano, sostenendo, in accordo con l'opposizione, di essere disponibili ad accettare la monarchia se a deciderlo sarà un'assemblea costituzionale eletta dal popolo. Gyanendra, però, è attualmente contrario a qualsiasi limitazione del proprio potere e chiede ai ribelli la resa incondizionata delle armi. Difficile, per gli osservatori, ipotizzare una via d'uscita da un simile stallo, nonostante il sovrano continui a ripetere che entro tre anni il Nepal sarà di nuovo un Paese democratico.

Avvenire 08/02/06


 






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