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Nepal / Un Paese meraviglioso
scosso da continue violenze
Che inferno
questo paradiso!
Tra monarchia assoluta e guerriglia
maoista, il Paese è lacerato da opposti anacronismi. Che spesso
e volentieri si trasformano in scontri e in elezioni andate praticamente
a vuoto
Paolo M. Alfieri
SIl buco più nero e profondo
della democrazia in Asia sembra attualmente essere rappresentato da questa
striscia di 140 mila chilometri quadrati incastonata tra l'India e la
Cina che risponde al nome di Nepal, "il Paese di mezzo", appunto.
È qui che oltre 25 milioni di persone sperimentano sulla propria
pelle il tragico conflitto tra un sovrano che irrobustisce giorno dopo
giorno la sua autorità e una guerriglia maoista che intende cancellare
completamente la monarchia e predica un indottrinamento sistematico di
stampo comunista.
È una contesa che si trascina con alti e bassi da circa dieci anni,
ma che ha fatto registrare un vero e proprio picco di tensione negli ultimi
dodici mesi, ovvero dopo la destituzione del governo in carica da parte
di re Gyanendra. Il sovrano, infatti, nel febbraio del 2005 ha accentrato
su di sé con un colpo di mano tutti i poteri statuali, accusando
l'esecutivo di non essere in grado di sconfiggere i ribelli.
Gli unici a vivere quasi con indifferenza questo clima di tensione sembrano
essere i turisti che si accalcano nell'ex "paradiso degli hippy".
Certo, molti tour operator sconsigliano di recarsi in Nepal, ma 200 mila
escursionisti ogni anno continuano ad affollare le strade della capitale
Kathamndu alla ricerca di mercanzie esotiche e ad avventurarsi - magari
scortati dalla polizia, in direzione delle spettacolari montagne dell'Himalaya.
Ma cosa vedrebbe dalla vetta dell'Everest o dell'Annapurna un occhio attento
non solo ai paesaggi ma anche alle condizioni di vita delle comunità
locali? Vedrebbe un Paese che ha un reddito pro capite e un tasso di mortalità
infantile pari a quelli di molti Paesi dell'Africa sub-sahariana, un'aspettativa
di vita che non raggiunge i 60 anni, un tasso di alfabetizzazione fermo
al 45 per cento. Vedrebbe il regime imposto nelle zone rurali dai ribelli
e quello instaurato de facto dal governo nelle città.
Vedrebbe i rapimenti e gli abusi, la limitazione delle libertà
civili e le esecuzioni sommarie, l'imbavagliamento dei media e gli attentati
in sequenza. Sono oltre 12.500 le vittime causate dal conflitto e quasi
200 mila i profughi interni. Senza contare che il Nepal detiene il poco
invidiabile primato, strappato alla Colombia, del numero di desaparecidos,
persone che letteralmente "scompaiono" in un sistema basato
sulla detenzione illegale e sulla tortura.
L'esercito giustifica questo sistema con la necessità di perseguire
più efficacemente la guerra al terrorismo maoista. Proprio la motivazione
addotta un anno fa da re Gyanendra per prendere in mano le redini del
potere. Più volte negli ultimi tempi la comunità internazionale
e le associazioni per i diritti umani hanno chiesto al sovrano il ripristino
delle libertà democratiche e lo svolgimento di nuove elezioni politiche,
ma Gyanendra sembra al momento contrario ad accettare qualsiasi limitazione
alla propria autorità.
Le elezioni municipali dello scorso 8 febbraio sono state un vero e proprio
fallimento. Boicottato tenacemente dalla guerriglia - che ha indetto una
settimana di "sciopero generale" in concomitanza della chiamata
alle urne -, il voto ha visto una partecipazione scarsissima della popolazione,
con un'affluenza che non ha raggiunto il 15 per cento, con punte minime
dell'1 per cento in diversi distretti.
In molti Paesi soggetti alla dittatura, il popolo non esita a scendere
in strada invocando le elezioni. Qui, invece, i manifestanti che hanno
sfilato alla vigilia del voto chiedevano, paradossalmente, la revoca della
chiamata alle urne. La spiegazione è semplice. Mai come in questo
caso, infatti, è stata diffusa la sensazione dell'inutilità
di una tornata elettorale interamente modellata sui diktat reali, il cui
scopo, nemmeno tanto nascosto, era quello di legittimare lo status quo
governativo. Tanto è vero che alle elezioni hanno partecipato soltanto
i candidati dei partiti monarchici - che prima dello scioglimento del
Parlamento rappresentavano una esigua minoranza -, visto che anche i partiti
dell'opposizione hanno preferito appoggiare le istanze dei ribelli.
Senza contare, poi, che in molti hanno temuto, a ragione, le ritorsioni
paventate dai maoisti contro coloro che si sarebbero recati a votare.
Non sono mancati, infatti, assalti violenti e attentati contro i seggi
a Tribhuvan Nagar, a Dang, a Dhankuta e in altre zone. Pochi giorni prima
del voto era stato un candidato alle elezioni a perdere la vita a Biratnagar
per mano dei maoisti. Un omicidio che aveva indotto addirittura oltre
seicento aspiranti (più della metà del totale) a cariche
locali a ritirarsi dalla corsa elettorale. E così in ben 22 dei
58 centri coinvolti nella chiamata alle urne, le elezioni sono state rimandate
per mancanza di un numero sufficiente di contendenti.
Da notare che dai ribelli giungono spesso segnali contradditori. Se qualche
settimana fa, infatti, hanno sostenuto, in accordo con l'opposizione,
di essere disponibili ad accettare la monarchia a patto che a deciderlo
fosse un'assemblea costituzionale eletta dal popolo (proposta fermamente
respinta dal sovrano, che chiede ai maoisti la resa incondizionata delle
armi), successivamente hanno invece sottolineato che il solo futuro possibile
per re Gyanendra è l'esilio, pena la messa a morte da parte di
un "tribunale del popolo". Ipotesi che, peraltro, parte della
popolazione non vede di buon occhio. "La nostra legge non prevede
esecuzioni capitali, tanto meno per il re", ha dichiarato recentemente
ad Asia News l'attivista per i diritti umani Ravikant Mishra, che ricorda
come la cultura nepalese "è radicata nella non violenza, malgrado
il crescente numero di uccisioni e scontri scatenati da ribelli ed esercito".
Difficile, comunque, capire come si possa uscire da una situazione così
intricata e instabile. Il rifiuto da parte di Gyanendra di prendere in
considerazione l'ipotesi di una tregua suggerisce che egli mantenga l'illusione
che l'esercito possa sconfiggere i ribelli. O forse che, in fondo, sia
il sovrano stesso ad aver bisogno che la ribellione continui. Dopotutto,
è stato questo l'elemento che gli ha consentito di restaurare,
un anno fa, la monarchia assoluta.
M.M. aprile 06, pp. 66-68
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