L'ultima barriera a Cipro,
l'isola che non si parla da 30 anni


Il 15 luglio 1974 i nazionalisti greci misero in atto un colpo di Stato, che fallì pochi giorni dopo. La Turchia ne approfittò per occupare, il 20 luglio, il Nord dell'isola, costringendo all'esodo verso Sud 200mila greco-ciprioti.

di Paolo M. Alfieri

A Sud il suono delle campane a morto ha fatto da sfondo anche quest'anno a tre minuti di silenzio. Quelli durante i quali i greci ricordano l'anniversario dell'invasione turca della parte Nord di Cipro del luglio 1974, seguita al tentativo di un colpo di Stato orchestrato dai nazionalisti greci. A Nord potenti altoparlanti hanno diffuso instancabilmente gli inviti del muezzin alle preghiere quotidiane. In mezzo la bellezza malinconica di Nicosia, capitale orgogliosa e ferita, con il cuore indelebilmente attraversato da sacchetti di sabbia e check point e reticoli di filo spinato a contornare quel gigante di calce e cemento che ancora separa in due l'isola, di qua i greci, di là i turchi. Un muro come quello che separava Berlino durante la guerra fredda. L'ultimo che ancora resiste in Europa, nonostante gli appelli della comunità internazionale alla riunificazione, alla cancellazione di quella "linea verde" che corre da Est a Ovest e segna, appunto, il cuore della capitale.

Dall'aprile 2003, per iniziativa della parte turca, il muro può essere attraversato. E così 200 mila persone, quasi un quarto di tutti gli abitanti dell'isola, è già andato "dall'altra parte". I greci per ripercorrere al contrario il cammino che furono costretti a compiere 30 anni fa, quando le truppe di Ankara e 115 mila coloni "fondarono" lo Stato federato turco di Cipro Nord (otto anni più tardi dichiarato "Repubblica turca di Cipro Nord") scacciando appunto la popolazione greca. I turchi attirati dalle luci dei caffè, dai negozi, soprattutto dalle possibilità di lavoro.

Sembra che la ricerca abbia portato buoni frutti: almeno diecimila turchi si guadagnano da vivere nel Sud dell'isola. E non c'è giorno in cui i quotidiani manchino di riferire di episodi di struggente riconciliazione tra musulmani e ortodossi.

Sorprende, allora. Sorprende che la più grande possibilità che Cipro abbia avuto negli ultimi 30 anni per tornare a essere una zona franca in cui ortodossi e musulmani condividessero futuro e prospettive sia stata mancata così clamorosamente. Sarà stato il frutto di una "vendetta" covata in silenzio per tre decenni. O forse il confronto impietoso tra i propri standard di vita e quelli degli altri. Sia come sia, tre greco-ciprioti su quattro hanno respinto lo scorso 24 aprile il piano proposto dal segretario generale dell'Onu Kofi Annan per la riunificazione. Quel piano che avrebbe consentito all'intera Cipro - e non solo al Sud - di entrare a far parte dell'Ue. Di goderne i benefici e compiacersi del prestigio raggiunto.

Nello stesso momento nella parte Nord ben il 65% dei turco-ciprioti si esprimevano a favore del piano Annan. Un'adesione massiccia che non è sfuggita a Bruxelles, che ha già annunciato un pacchetto di aiuti al Nord del valore di 259 milioni di euro, ai quali si aggiungono i 30 milioni di dollari da poco concessi da Washington.

Un'apertura criticata e definita "molto imperfetta" dal ministro degli Esteri greco-cipriota George Iacovou. Una definizione che stride con un annuncio del suo stesso governo, che ha proposto un ritiro simultaneo dei militari greci e turchi dalla "linea verde".

Lo stesso Iacovou ha spiegato che il no dei greci alla riunificazione era rivolto solo al piano Annan e non a una soluzione definitiva della questione
. "A settembre il nostro presidente Tassos Papadopoulos incontrerà Annan, che speriamo cambi i toni della sua non negoziabilità". Il bastone e la carota. Iacovou sa che con l'ingresso nell'Ue la parte greca di Cipro ha fatto centro. Probabilmente sa anche che senza la riunificazione il futuro dell'isola resterà monco.

Avvenire 22/07/04

 





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