Battaglia con i ribelli, Mogadiscio nel caos

Paolo M. Alfieri

Dopo nove giorni di intensi e drammatici combattimenti, il governo transitorio somalo ha annunciato nella mattinata di ieri di aver preso possesso della gran parte delle roccaforti dei ribelli a Mogadiscio. Il primo ministro Ali Mohamed Ghedi ha dichiarato che i combattimenti contro gli insorti legati al clan Hawiye e alle Corti islamiche volgono ormai al termine, anche se restano "sacche di resistenza" in alcune zone della capitale.
Quasi a smentire il premier, però, i miliziani hanno lanciato nel pomeriggio una controffensiva nell'area settentrionale della città, in particolare nel quartiere di Towfiq. Le notizie sugli scontri restano frammentarie, ma è chiaro agli osservatori che difficilmente i ribelli lasceranno definitivamente campo libero ai governativi, che sono supportati da numerosi mezzi blindati dell'esercito etiopico. L'offensiva governativa di ieri, a detta di testimoni locali, è stata la più imponente dall'inizio dei combattimenti. Negli scontri si contano almeno 20 morti (il bilancio degli ultimi dieci giorni è di oltre 300 vittime) e decine di feriti. "La situazione resta molto difficile e il rischio adesso è che a Mogadiscio si moltiplichino gli attentati", ha riferito una fonte locale all'agenzia Misna.
Ghedi ha esortato i miliziani Hawiye ad abbandonare i propositi di rivalsa, promettendo loro che verranno incorporati in un nuovo esercito nazionale. Un appello finora caduto nel vuoto e che alimenta i timori degli operatori umanitari, che già si trovano a fronteggiare, tra mille difficoltà, una situazione al collasso. "Abbiamo i dottori ma non abbiamo né materiale sanitario né medicine", ha riferito Abdulahi Hashi Kadiye, vice direttore dell'ospedale Banadir. E' stato intanto completamente evacuata la struttura sanitaria del complesso Sos Kinderdorf, centrato due giorni fa da diversi razzi. Qui erano giunti nei giorni scorsi più di 200 feriti provenienti da altri ospedali, costretti a sospendere le proprie attività.
Sempre drammatica resta la condizione dei profughi. Un nuovo bilancio fornito ieri dall'Alto commissariato Onu per i rifugiati parla di 400mila sfollati (70mila in più rispetto alle stime precedenti). Soltanto 60mila di essi sarebbero stati raggiunti finora dagli aiuti. Il responsabile degli Affari umanitari per le Nazioni Unite, John Holmes, ha peraltro denunciato ieri gli abusi attuati da entrambi i fronti in lotta. "Tutti i protagonisti del conflitto in Somalia - ha detto - stanno violando il diritto umanitario internazionale colpendo indiscriminatamente i civili".
Il ministro dell'Educazione somalo, Ismail Mohamoud Hurre, ha invece osservato, intervenendo nel corso di un programma della Bbc, che le violenze e le vittime degli ultimi giorni costituiscono "il necessario prezzo da pagare per il ritorno alla normalità". "Le forze etiopiche stanno compiendo bene il loro lavoro, fermando quegli elementi jihadisti che potrebbero alimentare l'instabilità".
Critiche nei confronti di Addis Abeba - e di Washington che ne ha supportato l'intervento in Somalia - sono invece giunte da un rapporto dell'organizzazione britannica Chatham House, secondo la quale la "genuina preoccupazione multilaterale per la ricostruzione della Somalia è stata sabotata da azioni unilaterali attuate da attori internazionali come Etiopia e Stati Uniti con lo scopo di perseguire la propria agenda di politica estera".




Avvenire 27/04/07



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