Iraq,
ucciso marine del film-denuncia "Fahrenheit 9/11"
È morto in una imboscata ad al-Anbar il militare che
"spiegava" nel documentario le tecniche di arruolamento. Davanti
alla telecamera di Michael Moore diceva: Gli iracheni hanno bisogno di aiuto".
Il padre: "Dobbiamo restare. Se ci ritiriamo adesso, mio figlio sarà
morto per niente".
di Paolo M. Alfieri
A Michael Moore che lo braccava
con la sua telecamera in un parcheggio di Flint, cittadina depressa del
Michigan, Raymond J. Plouhar aveva rivelato i "segreti" dell'arruolamento.
"È meglio avvicinarli quando sono da soli o in due, e "lavorarli"
in questo modo".
Per quattro anni, il sergente Raymond, uniforme tirata a lucido e medaglie
in bella mostra, aveva battuto le strade dello Stato in cui era cresciuto
per convincere giovani americani a combattere. Per indurli a lasciarsi
alle spalle il continuo ciondolamento da uno shopping center all'altro.
A credere nei valori rappresentati da una divisa che lui amava quanto
la moglie e i due figli.
Una passione che lo aveva trascinato quattro mesi fa proprio sul fronte
più difficile, quello iracheno. Dove lunedì scorso, nella
provincia di al-Anbar, ha trovato la morte in un agguato della guerriglia.
Ucciso ad appena 30 anni mentre serviva il suo Paese. Perché era
questa, secondo suo padre, l'unica cosa che per Raymond contava.
"La gente in Iraq ha bisogno di aiuto", sottolineava con un
misto di tristezza e orgoglio al regista di Fahrenheit 9/11. Non sapeva,
Raymond, che il film al quale aveva appena partecipato, sarebbe presto
diventato uno dei più popolari manifesti mondiali anti-Bush.
Con il suo documentario, Michael Moore si sarebbe aggiudicato nel 2004
la Palma d'oro al festival del cinema di Cannes. Le scene che impressionarono
maggiormente pubblico e giuria furono proprio quelle che avevano per protagonisti
giovanissimi marine. E se al fronte una recluta si "caricava"
con una canzone truculenta dei Bloodhound gang prima di iniziare un'operazione
militare, nelle retrovie, sottufficiali come Raymond venivano ripresi
mentre erano alla ricerca di nuove leve. L'efficacia del montaggio faceva
il resto, inducendo implicitamente lo spettatore a prendere posizioni
anti-militariste.
Quello che il film non mostrava invece erano le motivazioni che avevano
spinto Raymond e tanti altri come lui a mettere la propria vita al servizio
del proprio Paese e di popolazioni lontane. E se per Raymond l'esercito
era anche una tradizione di famiglia (con un nonno e una sorella già
membri delle forze armate), per migliaia di giovani americani "fare
il soldato" è ancora oggi il modo migliore con il quale mettere
alla prova se stessi e i propri valori.
L'ultimo sondaggio diffuso pochi giorni fa dall'istituto Pew mostra che
oltre la metà dei cittadini Usa è del parere che in Iraq
le cose vadano abbastanza bene. Si dicono certi che le proprie truppe
facciano progressi, e che sia necessario restare in Iraq fino a quando
la situazione non si sarà stabilizzata.
Della necessità di restare era convinto anche Raymond. Gli restavano
38 giorni sul fronte, prima che qualcun altro fosse chiamato a prendere
il suo posto.
Una delle ultime immagini lo ritrae mentre distribuisce con volto sereno
manciate di caramelle ai bambini di una scuola di al-Nabatiya. Quel volto
ora giace in una bara coperta da una bandiera a stelle e strisce pronta
per essere imbarcata su un volo diretto a Lake Orion, nel Michigan. "Dobbiamo
risolvere questa guerra - aveva la forza di dire ieri il padre di Raymond
- Se ce ne andiamo adesso, mio figlio sarà morto per niente".
Avvenire 29/06/06
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