La tubercolosi colpisce un terzo della popolazione mondiale
Malaria e Tbc killer planetari


Insieme all'Aids, sono ancora oggi le prime cause di mortalità al mondo. Da tempo è possibile prevenirle e curarle. Ma non conviene.

Paolo M. Alfieri

Pensi alla tubercolosi e ti vengono in mente immagini sbiadite di vecchi sceneggiati televisivi ambientati nell'Ottocento. Bacilli che si diffondono al ritmo di un colpo di tosse nelle metropoli europee della rivoluzione industriale, quando di tisi moriva addirittura una persona su sei. Rifletti sulla malaria e la scena più ricorrente è quella dell'Airone Fausto Coppi. Le sue ali, dispiegate con forza così tante volte sullo Stelvio e chiuse per sempre dalla puntura mortifera di una zanzara. Vaghi ricordi, fotogrammi in bianco e nero di quando anche noi, Nord del mondo, pativamo la fame, stretti in quartieri dormitorio dalle condizioni igieniche precarie. Così si fa fatica a credere che ancora oggi, a oltre un secolo dalla scoperta del bacillo di Koch, due milioni di persone muoiano ogni anno a causa della Tbc. O che ogni trenta secondi un bambino africano debba arrendersi al plasmodio, il parassita che diffonde la malaria tramite le zanzare Anopheles.
Patologie diversissime tra loro, che attecchiscono, inevitabilmente, all'interno dello stesso contesto di povertà e malnutrizione, in cui la sanità già affronta, di per sé, una lotta quotidiana per la precarietà delle delle strutture e delle cure.
Si prenda la Tbc, per la quale da anni esistono terapie efficaci e a basso costo. La spesa per l'intero trattamento, che varia dai 7 ai 9 mesi, non supera i 10 dollari, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). È la stessa Oms inoltre, supportata dalla Banca mondiale, a farsi carico dell'acquisto dei medicinali. Eppure la Tbc imperversa, soprattutto in Africa. Perché? "Perché è l'intero sistema della sanità africana ad essere fuori controllo - osserva Paolo Viganò, primario di infettivologia all'ospedale di Legnano, da anni impegnato in molti progetti sanitari in Togo e Benin -. Si preferiscono i grossi progetti alla sanità di base, che è carente soprattutto nei piccoli villaggi. Non esiste una progettualità nazionale, i volontari e le ong agiscono in modo isolato. Senza contare la dispersione delle risorse causata dalla corruzione, o il fatto che i medici locali, una volta acquisita un po' di esperienza, preferiscono emigrare".
Così si spiegano le statistiche rilanciate da Medici senza frontiere (Msf), secondo le quali oltre i due terzi delle persone affette dalla Tbc attiva non riceve alcun trattamento sanitario. E anche coloro che intraprendono il cammino relativamente breve, ma impegnativo, della terapia, spesso lo interrompono appena avvertono i primi miglioramenti, magari per evitare l'isolamento e la stigmatizzazione sociale dettata dai pregiudizi. Una scelta che determina, tra l'altro, l'aumento dell'inefficacia dei farmaci e l'insorgere di nuovi ceppi di Tbc multiresistenti. Ogni anno sono 400 mila i contagiati da questi ceppi, per i quali sono necessari due anni di terapia (a un costo di 3.500 dollari), senza garanzia di guarigione.
Senza contare che spesso la diffusione della Tbc si accompagna a quella dell'Hiv, perché accomunate da un drastico abbassamento delle difese immunitarie. Ancora Msf fa notare come un sieropositivo ha un rischio 100 volte superiore di ammalarsi di Tbc, tanto che oltre il 30 per cento degli affetti da Aids ha contratto anche il bacillo di Koch. Un binomio che viaggia a velocità considerevole soprattutto nell'Africa sub-sahariana, ma anche in India, Thailandia e nei Paesi dell'ex Unione Sovietica. E che pure in Europa rischia di avere le sue ripercussioni, visto che focolai di Tbc riaffiorano anche qui, favoriti dall'immigrazione. "Il problema è l'emarginazione - sottolinea Viganò -. Gli immigrati vivono spesso in situazioni insalubri, e se anche arrivano qui sono portatori sani del bacillo, il focolaio a un certo punto riesplode, favorito da condizioni igieniche disastrose".
La situazione non è certo migliore per quanto riguarda la malaria. Basta un'occhiata alle cifre per comprendere la dimensione del disastro. I contagi nel mondo, ogni anno, oscillano tra i 300 e i 500 milioni (il 90 per cento dei quali in Africa), i morti superano il milione, 12 miliardi di dollari i danni arrecati alle economie dei Paesi colpiti. "Roll Back Malaria", la campagna lanciata nel 1998 dalla Banca mondiale che si prefissava di dimezzare la mortalità per malaria entro il 2010, è destinata al fallimento, secondo uno studio della rivista medica britannica The Lancet.
Gli alti costi dei farmaci, la mancanza di un vaccino, i mutamenti del plasmodio e condizioni ambientali particolari irrobustiscono un circolo letale difficile da spezzare. La clorochina, il medicinale che 30-40 anni fa aveva contribuito a diminuire la mortalità, sembra essersi arresa davanti alle tante trasformazioni del parassita killer. E l'inefficacia è crescente anche per la sulfadoxina-pirimetamina (Fansidar). In molte parti dell'Africa, gli operatori sanitari passano direttamente al chinino, nei casi in cui i pazienti se lo possono permettere, purtroppo quasi sempre a dosi e durata insufficienti. Oggi, le speranze maggiori speranze sono legate all'Artemisin Combination Therapies (Act), una terapia che prevede la combinazione di due farmaci, uno dei quali è un derivato dell'artemisina. L'Act ha però costi elevati, per cui molti Paesi del Terzo mondo sono costretti dalla rigidità del mercato farmaceutico ad adottare le poco efficaci terapie tradizionali. "Inoltre - sottolinea Chiara Castellani - ogni trattamento combinato costa come una zanzariera trattata con insetticida, quindi l'aspetto economico sta condizionando un cambiamento delle misure di prevenzione da adottare".
Qualche spiraglio di fiducia viene dal mondo scientifico. Un gruppo di ricercatori dell'Istituto Pasteur di Parigi sta ottenendo risultati promettenti per un prototipo di vaccino, basato sull'antigene di una molecola del plasmodio denominata Msp3. In Inghilterra, invece, un'équipe dell'Imperial College di Londra ha manipolato il Dna della zanzara Anopheles per rendere distinguibili le larve femminili da quelle maschili. L'obiettivo è quello di sterilizzare queste ultime, in modo da impedire la riproduzione e quindi diminuire la presenza delle zanzare in contesti a rischio. È ancora presto, però, per dire se la "zanzara Ogm" sia un rimedio efficace al diffondersi della malaria. Nel frattempo, per milioni di persone le uniche soluzioni restano gli antiparassitari e le antiche, ma preziosissime, zanzariere.

M.M. gennaio 2006, Speciale Malattie dimenticate, pp. 52-53

 


 



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