Aggressioni
in Libia, clima rovente a Bengasi
Trasferiti per precauzione a Tripoli 20 italiani.
Paolo M. Alfieri
È
ancora altissima la tensione a Bengasi, il capoluogo libico della Cirenaica
teatro da venerdi scorso di ripetuti assalti contro il consolato italiano
e di scontri tra polizia e manifestanti. E benché non si sia registrato
ieri un nuovo assalto massiccio, fonti giornalistiche e diplomatiche hanno
riferito di una serie di piccole aggressioni in vari punti della città.
Normale, quindi che cresca l'apprensione per la minuscola comunità
italiana della zona, poche decine di persone in tutto: il timore è
che si scateni una vera e propria caccia ai nostri connazionali.
La Farnesina ha reso noto che una ventina di italiani sono stati trasferiti
ieri, per precauzione, a Tripoli: si tratta di sette dipendenti di aziende
italiane e di una dozzina di religiosi e religiose. Le autorità
libiche stanno collaborando attivamente con le nostre autorità
consolari in Libia per agevolare gli spostamenti. I nostri funzionari
hanno riferito che al momento la sicurezza degli italiani è "sotto
controllo" e che "le operazioni di evacuazione si stanno svolgendo
nel migliore dei modi", ma, inevitabilmente, la guardia resta alta.
Anche perché domenica scorsa, durante i funerali di nove delle
undici vittime degli scontri di venerdì (per le altre due salme
non è ancora stato effettuato il riconoscimento) per due ore la
"piazza" ha nuovamente scandito slogan contro l'Italia e in
particolare contro l'ex ministro delle Riforme, il leghista Roberto Calderoli,
reo di aver indossato una maglietta con le contestatissime vignette anti-islam.
Non è mancato un fitto lancio di pietre contro una chiesa cattolica
e il rogo del tricolore ripreso dalle tv internazionali. A differenza
di quanto accaduto venerdì, però, la polizia ha reagito
con molto meno impeto, il che ha evitato che si verificasse una nuova
strage.
A proposito degli scontri di venerdì, c'è da segnalare un
commento pubblicato ieri dal quotidiano panarabo al Sharq al Awsat. Avallando
i sospetti avanzati anche in Italia nei giorni scorsi, Abdel Rahman al
Rashed, autore di un editoriale in prima pagina, scrive che in testa al
corteo ci sarebbero stati "impiegati governativi". "Essendo
certo" che quasi tutte le manifestazioni nelle società arabe
"sono organizzate governativamente", l'autore sostiene che anche
quella manifestazione contro l'Italia non sia stata "spontanea".
A un certo punto, però, il controllo del corteo sarebbe sfuggito
agli apparati di sicurezza, e così la manifestazione "è
stata sequestrata da un gruppo fondamentalista autonomo dalle direttive
politiche ufficiali". Altrimenti, si chiede al Rashed, "come
avrebbero fatto a dare fuoco all'edificio diplomatico nonostante la presenza
degli uomini di sicurezza, che si presume conoscano chi cammina in prima
fila?".
Un interrogativo che è circolato con insistenza nelle ultime ore
e al quale, però, è difficile dare una risposta. Le responsabilità
di quanto accaduto, per ora, sono ricadute sul ministro della Sicurezza,
Nasr Mabrouk, sospeso dalle sue funzioni e incriminato per "uso eccessivo
della forza". Il governo di Tripoli sta studiando analoghi provvedimenti
anche per i diretti responsabili dell'ordine nella zona di Bengasi. Quanto
alle presunte infiltrazioni di fondamentalisti nel corteo, non è
un mistero che in questa zona sia molto forte l'influenza dei Fratelli
musulmani, rifugiatisi qui anni fa dopo la repressione subita dal movimento
in Egitto. Al momento, però, non si registrano conferme di un loro
coinvolgimento diretto in quanto accaduto. Secondo molti osservatori,
comunque, sarebbe in atto in Libia un tentativo di destabilizzare il governo,
e in particolare il suo leader, il colonnello Muammar Gheddafi.
Avvenire 21/02/06
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