Liberia
ferita.
La rinascita dopo le guerre. Ma serve l'aiuto del mondo
Il ripristino dell'illuminazione nella capitale segno di
una normalità che però rimane a rischio: appello alla comunità
internazionale perché sostenga gli sforzi della nazione. Il capo
dello Stato Ellen Johnson-Sirleaf artefice della ripresa. I tanti emigrati
invitati a tornare.
Paolo M. Alfieri
È tornata la luce a Monrovia.
Ed è stata la presidente Ellen Johnson-Sirleaf a riaccenderla.
Quando poche settimane fa, durante una cerimonia nel sobborgo orientale
di Congo Town, sono stati azionati i generatori di energia elettrica,
i liberiani hanno capito che la loro "lady di ferro" è
in grado di mantenere le sue promesse. Da 15 anni nella capitale mancava
l'illuminazione pubblica delle strade. Johnson-Sirleaf aveva promesso
di riportarcela il prima possibile, a simbolo e testimonianza della fine
dell'oscurità nella quale il Paese ha per troppo tempo versato.
Un'oscurità che ha visto alternarsi e sovrapporsi brutali conflitti
civili, alimentati da grossi interessi economici, che hanno tenuto in
ostaggio la popolazione intera. Oltre 250mila le vittime delle violenze,
circa 260mila gli sfollati interni e 315mila coloro che sono fuggiti all'estero,
migliaia i bambini e le bambine arruolati dalle milizie. Ora, però,
la Liberia vuole finalmente lasciarsi l'orrore alle spalle. Guidato dallo
scorso novembre dalla 67enne Johnson-Sirleaf, già economista alla
Banca mondiale, il Paese sembra infatti pronto a ripartire e chiede alla
comunità internazionale di essere sostenuto nella sua rinascita.
"Liberia is back","La Liberia è tornata", ha
sottolineato in un'intervista alla Bbc la presidente, che è anche
il primo Capo di Stato donna in tutta l'Africa. "Il nostro governo
ha la credibilità, il coraggio e l'ambizione di migliorare la situazione
del Paese. Abbiamo invitato i tanti liberiani che sono all'estero a tornare
qui: abbiamo bisogno del loro talento per le sfide che dobbiamo affrontare".
Sfide che sono davvero tante, ma che cominciano a essere vinte. Nella
capitale Monrovia un terzo della popolazione ha ora accesso all'acqua
potabile, un risultato soddisfacente se si considera la precedente pressoché
assoluta mancanza di condutture idriche. Decine di migliaia di sfollati
interni hanno ormai fatto ritorno nei propri villaggi, consentendo finalmente
la chiusura di molti degli orribili campi nei quali erano stati costretti
a rifugiarsi dalle violenze. Gli ex combattenti vengono, seppur lentamente,
assegnati alle nuove forze di polizia o reinseriti nella società
civile, così che nel Paese diminuisce sensibilmente la circolazione
di armi. La Commissione per la verità e la riconciliazione, istituita
sul modello del Sudafrica post-apartheid, ha cominciato le sue audizioni
sui crimini atroci commessi durante la guerra civile. E il governo si
è imposto fin dall'inizio regole severe per lottare contro la corruzione
(definita "il flagello numero uno" da Johnson-Sirleaf), a partire
dalla pubblicazione dei redditi percepiti da amministratori statali, politici
e membri dello stesso esecutivo.
Piccoli passi, insomma, l'inizio di un cammino che si presenta, peraltro,
irto di ostacoli. "Il ritorno alla normalità sarà naturalmente
un processo lungo - ammette la presidente - . Ma sono ottimista sul fatto
che molti nostri impegni riguardo a ricostruzione e sviluppo saranno realtà,
una realtà quantificabile a breve". Per riuscire nella sua
impresa, Johnson-Sirleaf punta molto, oltre che su una società
civile pronta a darsi da fare per la stabilizzazione, sull'appoggio fondamentale
della comunità internazionale. Non è un caso che la lady
di ferro si rechi frequentemente all'estero per stringere legami e rafforzare
la sensazione del cambiamento. "I miei viaggi hanno un obiettivo
specifico - ha spiegato - : cambiare e migliorare l'immagine della Liberia,
da terra di anarchia e distruzioni a terra di speranza nel futuro. Un
cambiamento che serve, principalmente ma non solo, a modificare la percezione
degli investitori".
Johnson-Sirleaf può già contare sul sostegno politico-economico
di molti Paesi dell'Unione europea e, soprattutto, degli Stati Uniti.
La presenza durante la cerimonia di giuramento del suo mandato della first
lady Usa, Laura Bush, e del segretario di Stato statunitense, Condoleeza
Rice, è stata, a questo proposito, significativa. Le stesse Nazioni
Unite, che mantengono qui un contingente di 15.250 caschi blu, scommettono
chiaramente sulla nuova classe politica al potere. Ha osservato di recente
Dennis McNamara, funzionario Onu attivo nel Paese, che "il potenziale
della Liberia è immenso, e Johnson-Sirleaf è una donna straordinaria
e capace". Lo ha dimostrato, ancora una volta, quando ha teso la
mano ai rivali sconfitti nella corsa alla presidenza, tra i quali la gloria
del calcio nazionale, George Weah. "Nonna Ellen" vuole vincere
insieme, senza invidie e complotti. "Sono finiti i giorni dei leader
egemoni e minacciosi", ha detto alludendo a Charles Taylor, l'ex
tiranno ormai sotto processo all'Aja.
La disoccupazione, l'analfabetismo e la mancanza di infrastrutture sono
tre dei "fronti caldi" sui quali Johnson-Sirleaf è maggiormente
impegnata. Sa bene che la Liberia è ricca di risorse naturali (diamanti,
oro, legname), che possono garantire un buon afflusso di nuovi e importanti
investimenti. Ma sa anche che la "maledizione delle risorse"
ha già colpito troppi Paesi africani. "Se gli investimenti
esteri non coincidono con gli interessi nazionali e non rispondono ai
nostri principi, siamo pronti a dire "no, grazie" - ha sottolineato
- . Accettiamo soltanto quegli aiuti che corrispondono alla nostra agenda
per lo sviluppo: dobbiamo essere padroni del nostro destino".
Da questa donna così determinata dipende il futuro di tre milioni
di persone. È convinta, Ellen, di
conoscere i bisogni della sua gente. Le preoccupazioni degli uomini, le
aspirazioni delle donne, i sogni dei bambini. A volte, confida, avverte
forte il peso delle responsabilità che gravano su di lei e le capita
di sentirsi sola. È allora che si mette a pregare, in ginocchio,
"chiedendo il sostegno di Dio per essere sicura di aver preso le
decisioni giuste".
Avvenire 31/08/06
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Finita in cella la bella vita di Mister Gus, arricchitosi con legname
insanguinato
Paolo M. Alfieri
All'epoca l'Hotel Africa era il "biglietto da visita della Liberia",
l'"oasi di Monrovia", secondo le definizioni efficaci del suo
proprietario, "Mister Gus". Qui, mentre il Paese moriva lentamente
sommerso da guerre civili e tirannie, si davano appuntamento "quelli
che contavano", quelli che dei traffici illegali di oro, legname
e diamanti avevano fatto la ragione del loro business. Seguendo, peraltro,
l'"esempio" dello stesso Mister Gus, al secolo Guus van Kouwenhoven,
olandese che dalle macerie liberiane aveva tratto la sua fortuna.
Perché mentre si rilassava nelle suite del suo albergo, fumando
sigari Montecristo e sfoggiando la sua collezione di Rolex e di cravatte
di seta, i suoi uomini mandavano avanti affari redditizi: vendita di armi
al regime di Charles Taylor (in barba all'embargo delle Nazioni Unite)
in cambio dello sfruttamento delle vaste riserve di legname del Paese.
"Se vuoi portare avanti un'impresa in Africa, l'unico modo è
mantenere buoni rapporti con coloro che detengono il potere", dichiarava
mister Gus nel suo "periodo d'oro".
Nel 2000 le Nazioni Unite impongono a van Kouwenhoven un embargo sugli
spostamenti, ma, nonostante la misura restrittiva, mister Gus continua
a muoversi tra l'Africa, Parigi e Rotterdam. È qui che viene arrestato
nel marzo del 2005 e accusato, oltre che per i suoi commerci illegali,
anche di crimini di guerra. Durante il processo, il procuratore lo definisce
"il braccio operativo" di Taylor, sottolineando che le milizie
armate da van Kouwenhoven "hanno partecipato ai massacri della popolazione
liberiana nei quali nessun civile, neppure i neonati, è stato risparmiato".
La sentenza in merito al dossier "legname insanguinato" arriva
lo scorso 7 giugno all'Aja: otto anni di carcere per mister Gus, pena
ben più lieve rispetto ai vent'anni richiesti dall'accusa. I giudici
hanno lasciato cadere l'addebito più pesante, quello relativo ai
crimini di guerra, consentendo così a Mister Gus di alzare le dita
in segno di vittoria, prima di tornare in cella. "Il tuo e il mio
futuro sono iscindibili", scriveva van Kouwenhoven a Taylor al culmine
dei suoi affari. Il destino del trafficante è già deciso,
e anche l'ex dittatore è ormai prossimo a seguirlo.
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| Processato all'Aja il dittatore
Charles Taylor, l'uomo che si vantò di aver distrutto il Paese
Dal 1989, per 14 anni, le sue milizie hanno messo a ferro a fuoco la
regione
Paolo M. Alfieri
Terrorismo, uccisioni, rapimenti, schiavitù, arruolamento di bambini
soldato, saccheggi, schiavitù sessuale, oltraggio alla dignità
personale. È lunga e lastricata di una memoria dolorosa per centinaia
di migliaia di liberiani la lista dei capi di accusa di cui Charles Taylor,
l'ex uomo forte di Monrovia, dovrà rispondere davanti al Tribunale
speciale per la Sierra Leone. Arrestato alla fine del marzo scorso in
Nigeria dopo un tentativo di fuga (attuato poiché Abuja aveva autorizzato
il suo trasferimento in Liberia dopo quasi tre anni di esilio) "Pappy",
come è noto a un'intera generazione di bambini-soldato mandati
a morire imbottiti di anfetamine e marijuahana, attende ora l'inizio del
processo per i suoi numerosi crimini, perpetrati tra Monrovia e Freetown.
"Nel modo più assoluto mi dichiaro non colpevole", ha
dichiarato Taylor alla prima comparizione davanti ai giudici prima di
tornare tra le quattro mura olandesi di Scheveningen - le stesse che hanno
custodito Slobodan Milosevic - , "ospite" della Corte penale
internazionale dell'Onu. Per quattordici anni, a partire dalla notte di
Natale del 1989, Taylor è stato protagonista di una delle più
cruenti guerre civili della storia africana. Finanziato, probabilmente,
dal leader libico Muammar Gheddafi e dall'allora presidente del Burkina
Faso, Blaise Compaoré, Taylor scatenò, insieme ad altri
signori della guerra, una lotta durissima contro i militari del presidente-dittatore
Samuel Doe, catturato e torturato a morte nel giugno del 1990. La successiva
mancata intesa tra i vincitori portò ad un caos durato sette anni
e costato la vita a oltre 200mila persone.
Nel 1997 Taylor si aggiudica, tra le contestazioni degli oppositori, la
presidenza, dopo una campagna elettorale segnata da uno slogan celebre:
"Ho distrutto la Liberia, ora datemi la possibilità di ricostruirla".
Più che alla Liberia, però, Taylor si interessa a quel che
accade nella confinante Sierra Leone, dove appoggia i ribelli del Fronte
rivoluzionario unito di Foday Sankoh, già suo alleato contro Doe.
È il periodo in cui, mentre le sue truppe spadroneggiano in entrambi
i Paesi, "Pappy" stiva all'estero i diamanti grondanti di sangue
che gli passa lo stesso Sankoh. D'altronde "supercolla" - per
l'abitudine all'accumulamento illecito - lo avevano soprannominato in
molti già in tempi non sospetti.
Nel 2001 le Nazioni Unite pongono la Liberia sotto embargo, due anni dopo
Taylor viene formalmente accusato di crimini di guerra. La crescente pressione
internazionale, unita alla ribellione montante guidata da diversi suoi
vecchi nemici, culmina nelle dimissioni di Taylor, che l'11 agosto 2003
abbandona il Paese per la Nigeria, ultima tappa prima del recento arresto.
Sarà la Gran Bretagna, invece, la sua "destinazione finale".
Londra si è offerta di accoglierlo nelle sue galere un secondo
dopo che i giudici avranno emesso la sentenza. Ergastolo, con tutta probabilità.
"I liberiani devono ancora realizzare il fatto che dopo 15 anni la
saga dell'ex dittatore è davvero finita - ha scritto l'analista
di Monrovia Abdoulaye Dukule su Perspective - Affrontare il caso Taylor
è il primo grande test per la riconciliazione nazionale: saranno
in grado i liberiani di considerarsi amici, vicini di casa, compatrioti
senza che l'ombra di Taylor si frapponga tra loro?".
Avvenire 31/08/06
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