Kosovo
Kolë Berisha: finalmente è l'ora dell'indipendenza

Intervista al presidente del Parlamento di Pristina. Che guarda con fiducia alla conclusione della lunga odissea della sua terra. Ma la Serbia vuole concedere soltanto l'autonomia a quella che considera a tutti gli effetti una sua provincia Il numero uno dell'Assemblea legislativa incontra oggi il segretario di Stato vaticano Bertone, al quale riferirà dei difficili negoziati in corso.

Paolo M. Alfieri

La passione, viva , per la politica e per il suo Paese. L'impegno, intimo e convinto, per la sua gente. Un impegno pagato anche con gli abusi e il carcere, nel solco di una "tradizione" dolorosa ma ostinata che lo accomuna ad altre tre generazioni della sua famiglia. Lui, Kolë Berisha, 58 anni, così da sempre contrario all'occupazione serba del Kosovo, si sente vicino a realizzare il sogno di una vita. Potersi sentire, come sottolinea spesso, "padrone a casa mia". E proprio al culmine della sua esperienza politica, ora che, da presidente dell'Assemblea parlamentare del Kosovo, è attivo nelle trattative sullo status finale del suo Paese, amministrato dall'Onu dal 1999 e tuttora "provincia autonoma" della Serbia.
Nel suo incontro di oggi con il segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Tarcisio Bertone, parlerà anche di queste trattative. Non semplici, visto che Belgrado non accetta il distacco definitivo. "Lo status finale - dice ad Avvenire - in realtà è già stato scelto, manca solo la proclamazione ufficiale: il Kosovo sarà un'entità indipendente. Sappiamo bene che Belgrado non acconsente a una tale decisione, ma essa è appoggiata sia dall'Onu che dal gruppo di contatto, di cui fa parte anche l'Italia. D'altronde la conclusione di questo processo segue quanto già accaduto per Bosnia, Croazia, Slovenia, Macedonia e Montenegro. Restano comunque ancora da definire ancora una serie di dettagli 'tecnici'".

Che genere di dettagli?
Innanzitutto gli obblighi nei confronti della minoranze, a partire proprio da quella serba. Da parte nostra è prevista la tutela dei diritti di tutte le etnie e un forte processo di decentralizzazione. In base al quale non solo i serbi potranno governare all'interno delle loro municipalità, ma anche, ad esempio, mantenere l'istruzione scolastica nella loro lingua. Potranno inoltre usufruire di aiuti da Belgrado, aiuti sui quali però vigilerà il governo kosovaro.

Perché non avete accettato la "larga autonomia" proposta da Belgrado?
Semplicemente perché abbiamo già provato tutti i diversi tipi di autonomia possibili, ed esse non hanno dato i frutti sperati. Ora il tempo degli esperimenti è finito. E aspettiamo il giorno in cui il Kosovo sarà finalmente indipendente e in buoni rapporti con gli Stati vicini. A partire proprio dalla Serbia.

Insomma sarà presto indipendenza…

Noi speriamo che la proclamazione possa avvenire già entro la fine dell'anno. E' probabile che venga però stabilita una fase "intermedia". La nostra intenzione, comunque, è quella di mantenere una presenza internazionale in Kosovo sia di carattere civile (con una forte componente europea) che militare: quest'ultima sarà di aiuto per garantire la stabilità nel territorio.

Crede che la comunità internazionale abbia agito al meglio negli ultimi anni in Kosovo?
Ci sono stati degli errori soprattutto nel settore economico: non è stato fatto abbastanza per creare occasioni di lavoro e riscatto nel Paese. E' un peccato, perché dove c'è lavoro non ci sarà mai conflitto tra un serbo e un albanese. La disoccupazione ha inoltre influito negativamente anche sul mancato ritorno dei serbi.

La mancanza di lavoro è dunque ciò che la preoccupa maggiormente?

Sì, ed è ciò che fa del Kosovo una "bomba sociale". Nel nostro Paese l'età media è di appena 27 anni, ma ben il 70% dei nostri giovani è disoccupato, con tutte le problematiche socio-economiche che ciò comporta. La definizione dello status e l'indipendenza serviranno anche a risolvere questo dramma: una volta acquisita una certa stabilità politica saremo infatti in grado di attirare investimenti e accelerare il nostro ingresso nei meccanismi monetari internazionali, facendo così crescere l'economia.

Quali sono le vostre priorità di crescita?
Innanzitutto c'è bisogno di rivitalizzare il settore dell'agricoltura, visto che gran parte della popolazione vive in zone rurali. Inoltre vorremmo che i nostri standard nel campo dell'istruzione possano raggiungere quelli europei, e che, successivamente, i diplomi rilasciati dalle nostre scuole possano essere riconosciuti dagli altri Stati. La terza priorità è nel campo sanitario: abbiamo ottimi medici, ma le strutture sono povere di tecnologie adeguate.

I kosovari hanno dato prova di essere pronti a rimboccarsi le maniche…
E' vero. Soprattutto all'indomani della guerra, quando un milione di persone, sfidando un territorio imbottito di mine, ha fatto ritorno alle proprie case in appena tre settimane. Volevano tornare per ricostruire la propria casa, il proprio Paese con le loro mani.

Che ruolo hanno giocato gli interventi delle ong nella ricostruzione?
Sono state un fattore determinante. Sia il governo che la popolazione saranno per sempre riconoscenti a quanti si sono dati da fare per il nostro Paese. Tuttora diamo il benvenuto a quanti vogliono operare per il bene del Kosovo. Abbiamo, d'altronde, grandi interventi da affrontare, e il governo, che dispone di un budget totale pari ad appena 600 milioni di euro, è in difficoltà.

Come giudica il contributo fornito dalla Chiesa in questi anni?
Importantissimo. I cattolici costituiscono appena il 2-3% della popolazione, ma la Chiesa ha sostenuto tutti i kosovari, indipendentemente dalla religione di appartenenza. Tramite la Caritas locale sono state costruite scuole, ambulatori, offerto aiuto a tante famiglie.

Il rapporto interreligiosi ne hanno giovato?
Naturalmente, anche se già prima i rapporti erano buoni, visto che i problemi del Kosovo non hanno origine nell'ostilità interreligiosa. Io sono cristiano e sono stato eletto alla presidenza del Parlamento, che è in larga maggioranza musulmano, con ben 102 voti su 107. Le faccio un altro esempio: in due villaggi quasi completamente abitati da musulmani, la popolazione ha ricostruito, di propria iniziativa, due chiese, in segno di apertura.

Ne sembra molto fiero…
Lo sono, infatti. E poi si pensi che il Kosovo è l'unico Paese al mondo nel quale la maggioranza parla la lingua della minoranza. Se attorno a un tavolo sono seduti nove albanesi e un serbo, bene, a quel tavolo si comincerà a parlare serbo, per rispetto di quell'unica persona. La convivenza sociale, quindi, è a un buon livello. Da un punto di vista politico, però, e questo è il nodo, gli albanesi non potranno mai accettare di essere governati da Belgrado.



Avvenire 13/10/06




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