Nel
Kosovo «separato»
il dialogo vuole ripartire
Grazie a un accordo interetnico
nascerà un ministero per i Rifugiati: agevolerà il rientro
dei profughi fuggiti nella guerra del '99. Critici però l'Onu e
Belgrado sulla decisione del Parlamento a maggioranza albanese di un referendum
sull'indipendenza.
di Paolo M. Alfieri
Un barlume di dialogo e speranza sembra rischiarare il Kosovo. Leader
albanesi e serbi seduti allo stesso tavolo - un episodio poco usuale -
per discutere del futuro della provincia e cercare soluzioni per una situazione
tutt'altro che pacificata.
L'incontro è avvenuto tre giorni fa a Pristina, nella sede della
missione diplomatica statunitense. Di fronte il presidente del Kosovo
Rugova, il premier Rexhepi, gli ex capi dei ribelli separatisti albanesi
e tre rappresentanti della minoranza serba. Tutti hanno auspicato
"la riconciliazione e la creazione di una patria sicura". Tutti
hanno sottoscritto l'istituzione di un ministero per i Rifugiati, per
favorire il rientro dei profughi e il rispetto dei diritti umani. Un
primo passo che potrebbe agevolare il ritorno nel Paese di quelle 170.000
persone di tutte le etnie spinte cinque anni fa ad abbandonare le
loro case dai bombardamenti alleati e dai raid degli uomini di Slobodan
Milosevic.
Eppure sono molti gli osservatori internazionali che rilevano come questa
e altre prove di distensione si alternino in maniera contraddittoria ai
continui diverbi. Poco più di una settimana è passata da
quando i parlamentari albanesi hanno ratificato una serie di emendamenti
alla propria Costituzione. Tra gli altri cambiamenti approvati figurano
la convocazione di un referendum sull'indipendenza della provincia
nonché il trasferimento del controllo della politica estera e della
sicurezza pubblica alle istituzioni locali. Una decisione che mette
a repentaglio non solo i rapporti tra la maggioranza albanese e l'Unmik
- la forza di amministrazione Onu che gestisce la provincia dal 1999 -
ma che ha provocato soprattutto dure reazioni da parte dei serbi. Allarmati
dalla possibilità di nuovi sanguinosi incidenti a sfondo etnico
dopo i 19 morti dello scorso marzo.
Le modifiche alla Costituzione non sono ancora valide, e difficilmente
lo saranno a breve termine. Le rettifiche al Trattato necessitano dell'approvazione
delle autorità delle Nazioni Unite che operano nella provincia.
Autorità che hanno già ribadito come "ogni rivisitazione
della Costituzione esula dalle competenze del parlamento". Espressione
che suona arrogante alle orecchie della maggioranza albanese, ma che risponde
a quella politica di "Standards before Status" adottata per
il Kosovo dalla comunità internazionale, secondo la quale la
provincia deve provare le sue credenziali di democrazia e rispetto dei
diritti umani prima che possa essere discusso il suo status finale.
Una strada che si preannuncia ancora lunga, se è vero che un recente
rapporto Onu sottolinea come ci sia ancora molto da fare per raggiungere
"un livello seppur minimo di tutela dei diritti e delle libertà",
soprattutto per la popolazione di etnia rom e per la minoranza serba.
La stessa che ai tempi di Slobo dettava legge e che ora vive sulla propria
pelle un'inversione di potere frutto della storia. E della Nato.
Avvenire 17/07/04
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